Fronte-chiave della sfida tra Cina e Occidente, volano delle industrie più strategiche, protagonista di un piano europeo (e italiano) ancora tutto da sviluppare. Il settore dei microchip è cruciale e la sua evoluzione sarà determinante per gli equilibri del pianeta. In questa intervista, l’esperto mappa a 360° i trend presenti e futuri del comparto

L’intervista ad Alessandro Aresu del 13 ottobre 2022

Negli anni della pandemia, con i colli di bottiglia delle supply chain, è emersa con forza l’importanza dei semiconduttori per l’economia globale. E nel 2022 si sono accesi i riflettori sulla loro valenza strategica. Oggi la potenza di calcolo è un fronte incandescente nella competizione tra democrazie digitali e tecno-autocrazie, e la tecnologia che ne è alla base – i microchip – sono diventati una leva geopolitica in un contesto globale complicato dal decoupling tra Cina e Occidente. Per leggere lo stato e il futuro dell’industria Formiche.net ha raggiunto Alessandro Aresu, consigliere scientifico di Limes, consulente istituzionale (che ci ha parlato a titolo personale) e autore de Il dominio del XXI secolo: Cina, Stati Uniti e la guerra invisibile sulla tecnologia (Feltrinelli).

Come evolverà l’industria globale dei semiconduttori?

La direzione in cui stiamo andando è tempestosa e difficile, perché le tendenze economiche sono di estrema volatilità. Qualsiasi scenario deve tener conto dell’enorme impatto della riduzione relativa della centralità cinese nella manifattura globale: un processo in atto, estremamente complicato e costoso. A questo trend si aggiungono problemi come gli eventi climatici estremi, che colpiscono la supply chain; discontinuità tecnologiche, nuove prospettive, e la volontà delle varie aree geografiche di posizionarsi sulle tecnologie più rilevanti. Insomma, anche lo scenario dei prossimi anni sarà di difficile previsione, com’è stato per gli ultimi tre anni. Il modo migliore per approcciarsi al futuro è pensare che quella volatilità non è stata eccezionale, bensì la nuova norma.

Gli Usa stanno rafforzando i controlli sulle esportazioni per inibire la potenza di calcolo cinese. Come giudica questa mossa?

Anzitutto bisogna essere consapevoli che queste misure hanno una storia. Il caso Huawei è stata la preparazione di un processo che, come esplicitato da Jake Sullivan (consigliere per la sicurezza nazionale del presidente statunitense Joe Biden), vuole introdurre una nuova politica Usa. Ossia: non tenere la Cina a distanza su alcune tecnologie critiche, ma tentare di degradare la capacità cinese, specie sulle implicazioni dell’intelligenza artificiale (IA) sulle capacità militari dell’Armata popolare di liberazione. Da Huawei e l’evasione delle sanzioni sull’Iran si è passati al posizionamento cinese sul 5G, poi a qualcosa di più ampio. Tant’è che la base giuridica non è più la violazione di sanzioni, bensì la sicurezza nazionale e gli interessi di politica estera di Washington. Tutto questo si innesta su una semplice ma cruciale realtà: gli Usa sono una potenza tecnologica estremamente rilevante in alcune supply chain, specie quella dei microchip, dove dominano interi segmenti della catena di produzione.

E sfruttando quei segmenti vogliono contrastare lo sviluppo tecnologico cinese.

Alla fine la grande battaglia ha a che fare con chi riuscirà a mantenere o conquistare i segmenti più importanti attraverso la creazione e il rafforzamento di nuove imprese. Il cuore della forza Usa è il nucleo di aziende – da Synopsys a Nvidia – che portano qualcosa di unico sullo scenario internazionale. Le politiche del Partito comunista o del mercato cinese porteranno allo sviluppo di aziende simili? Qualcosa si è mosso in Cina (alcune aziende nel campo dell’IA e della gestione dei big data hanno raggiunto picchi di successo) ma i colli di bottiglia Usa non sono stati superati. Così Washington agisce preventivamente per evitare che Pechino li superi. Da parte loro, i cinesi scommettono sul fallimento delle misure di export control statunitensi, perché impattano le stesse aziende Usa e le privano del gigantesco mercato cinese. Nel sogno di Pechino, ci potrebbero essere resistenze aziendali e annacquamenti delle misure di Washington. Al contempo si creeranno incentivi indiretti che spingeranno le aziende cinesi colpite nel loro sviluppo a innovare e superare gli ostacoli Usa.

Abbiamo già visto resistenze da parte di Giappone e Olanda, altri due Paesi cruciali per il comparto dei semiconduttori, su cui gli Usa fanno pressioni affinché si allineino alle loro misure.

In The Globalisation Myth: Why Regions Matter (Council on Foreign Relations Books), Shannon O’Neill spiega quanto sia profonda l’interconnessione regionale di alcune aree del mondo, specie Ue e Asia Orientale, il centro manifatturiero del pianeta. La Cina, nella fattispecie, è il principale partner economico di diversi Paesi asiatici oltre alla relazione speciale col centro manifatturiero europeo, la Germania. L’aspetto chirurgico degli export control deve confrontarsi con la profonda interconnessione delle supply chain, che esistono anche tra Paesi con rapporti politici tesi. Naturale che, posto davanti a un’alternativa secca, un Paese alleato prediligerebbe gli Usa. Ma anche i rapporti di mercato dettano le dinamiche dell’industria dei chip, e dunque i processi di allineamento politico delle aziende e degli stessi Paesi non possono essere ridotti a una scelta netta. In quel caso il funzionamento delle filiere passerebbe in mano a un attore politico, ma il successo del comparto non è dipeso da loro: è stato possibile grazie agli attori economici. Non è stato il Pentagono a fare l’iPhone: sono stati Steve Jobs, Morris Chang, Terry Gou e un esercito di imprese.

Dunque un’azione multilaterale per frenare l’ascesa cinese è impossibile?

Perlomeno molto difficile, almeno in termini immediati. Infatti gli Usa hanno fatto una mossa basata sul loro “armamentario” industriale, dopodiché negoziano con gli alleati. Inoltre, quella dei microchip è un’industria ciclica; siamo appena usciti da un periodo di ascesa e per via del rallentamento dell’economia si vede da tempo una riduzione degli ordini. Insomma, è iniziato un periodo di declino. E questo influisce sulla prospettiva delle aziende, che pretendono chiarezza per continuare a guadagnare a prescindere dal “motore” cinese, specie se è inceppato. Tuttavia, in un periodo ribassista, questa chiarezza viene meno, e l’azienda ha più difficoltà a decidere come orientarsi. Poi tutto dipende dalle singole aziende e dai singoli Paesi, ma è innegabile che il mercato cinese in tutti gli ambiti tecnologici sia diventato importantissimo. Non dico che questi fattori impediscono la diversificazione rispetto alla Cina, perché la concentrazione sulla Cina è essa stessa un rischio: dico che tutto questo ha dei costi che Paesi e aziende devono valutare.

Se le misure di export control funzionano a dovere, che carte rimangono in mano alla Cina?

Anzitutto la grande produzione di talento; presso le aziende cinesi sono attivi ricercatori e scienziati di grande valore, e così sarà finché il sistema cinese garantirà “fame” di semiconduttori e capacità formativa. Dopodiché c’è la possibilità di innovazioni “laterali” nei settori in cui Pechino ha grandi potenzialità. Basti pensare all’industria automotive e alle enormi capacità cinesi nei comparti delle batterie (in cui sono leader globali) e della meccanica avanzata: segmenti diversi in cui le aziende cinesi possono essere sia clienti che concorrenti di quelle occidentali. Le misure Usa si concentrano su nodi tecnologici molto elevati, e forse c’è una sottovalutazione internazionale degli altri comparti, su cui, se fossi il “cervello” del Partito comunista cinese, mi concentrerei. Poi molto dipende dalla disponibilità di risorse del sistema cinese per sostenere lo sforzo nazionale di finanziamento del settore, dunque dalla salute dell’economia cinese nel medio-lungo termine. Ma i chip sono come l’aerospazio: comparti determinanti su cui il Partito comunista non può permettersi di mollare anche in un momento di rallentamento della crescita.

Veniamo all’Unione europea, che vuole raddoppiare la propria produzione di chip entro il 2030. Abbiamo accesso a tutta la tecnologia della filiera, ma i nostri campioni (e i nostri sussidi) sono competitivi rispetto ai concorrenti internazionali?

L’Ue è presente nella supply chain con livelli diversi e in vari ambiti. Gli esempi non mancano: l’italo-francese STMicroelectronics, la tedesca Infineon, le olandesi Nxp e Asml – che detiene il primato mondiale nel comparto della litografia (gli “stampi dei semiconduttori, ndr) anche grazie alle tedesche Zeiss e Trumpf. Gli europei sono forti anche nel segmento di gas industriali e chimica, importantissimi per la filiera. In altri segmenti non siamo sicuramente solidi a sufficienza e le aziende europee, a parte Asml, sono spesso piccole rispetto ai concorrenti. All’Ue serve un’azione mirata che valorizzi i suoi campioni e faccia crescere l’industria dove è meno forte, favorendo al contempo la creazione di nuovi attori tecnologici. Non è qualcosa che possono fare solo i governi: servono capitali privati oltre al supporto pubblico. Nell’ultimo anno è cresciuta la consapevolezza europea dell’importanza del settore, e non deve essere persa ora che l’industria si affaccia su un ciclo ribassista. Allo spirito del Chips Act va affiancata un’azione di policy che preveda anche un vero finanziamento comune mirato su questo comparto strategico per ricollocare e ristrutturare la supply chain, e non una mera riallocazione di risorse. Oppure ognuno va per conto suo, e dunque dipende dagli Stati e dalle loro scelte di bilancio.

Qual è il ruolo della sinergia tra Usa e Ue?

Esiste una collaborazione naturale, determinata dalla realtà d’impresa e dal modo in cui funziona la filiera. Una nuova struttura produttiva in Europa, anche se costituita da aziende europee, richiede dei macchinari statunitensi. E vale anche l’opposto, anche se in misura minore. Sicuramente si può aumentare la collaborazione su capitale umano e ricerca, che sono essenziali. Poi è auspicabile che aumenti il coordinamento sugli strumenti di lettura delle supply chain e sulle misure di export control. Ma per fare questo, serve uno scatto europeo. Io ritengo che il lavoro dell’amministrazione Biden di analisi delle supply chain di giugno 2021 debba essere un esempio per la Commissione europea. Dobbiamo agire in maniera simile.

Ossia?

Prendiamo i comparti strategici come chip (su cui siamo già partiti), batterie e chimica, biotech e la cosiddetta base industriale della difesa e costruiamo un adeguato panorama informativo, qualitativo e quantitativo, per una vera strategia europea. Dopodiché serve un’emissione di debito per finanziare solo questi obiettivi e la radicalmente semplificazione del processo dei cosiddetti Ipcei (progetti di comune interesse europeo, ndr), perché non possiamo passare anni per finanziare progetti comuni mentre i coreani ci mettono solo qualche settimana a far partire un’iniziativa di Samsung o LG Chem. Una volta che avremo questo meccanismo in moto, che richiede una coraggiosa scelta politica, potremo valorizzare il Consiglio commercio e tecnologia (Ttc) con gli Usa. Possiamo imparare nelle nostre differenze e trovare un linguaggio comune. Anche per affrontare temi come i sussidi Usa per il green tech.

Dove si colloca l’Italia in questa cornice?

I nostri punti di forza sono visibili nella storia delle imprese italiane. Quest’anno è uscito un libro bellissimo: SGS, una storia di pionieri. Racconta, dagli anni 50 a oggi, degli ingegneri, scienziati e manager che hanno creato STMicroelectronics, attraverso le testimonianze di Bruno Murari e delle altre “leggende” aziendali. Ma il campione italo-francese, raccontato anche da Marco Bardazzi, non è l’unico esempio. Nonostante la debolezza italiana ed europea nella gestione del capitale, quest’anno si è quotata in borsa Technoprobe (leggi l’intervista di Formiche.net, ndr) che ha una capitalizzazione importante. In Piemonte c’è Spea che poco fa stava cercando 300 nuovi addetti da assumere. Insomma, la prima consapevolezza che deve avere l’Italia è far uscire dalla cappa di anonimato i tanti campioni nascosti nella filiera nazionale per valorizzarli e per trainare i grandi investimenti.

Come facciamo?

È molto rilevante l’ecosistema della ricerca, che a sua volta va legato all’industria italiana degli utilizzatori di semiconduttori, in particolare automotive, meccanica e difesa. I Paesi che miglioreranno la loro posizione nell’industria saranno quelli che meglio contribuiranno al circolo tra ricerca, supply chain produttiva e utilizzatori finali. E poi la forza dell’Italia sta nei suoi talenti, che dobbiamo conoscere e su cui dobbiamo saper scommettere. Penso agli italiani che fondano in Europa startup sui chip per l’IA, come Axelera. E alle competenze italiane che sono ovunque nel mondo: facendo ricerche su Asml per il mio libro, mi sono imbattuto nella bella testimonianza di un’ingegnera chimica di Conegliano che raccontava il suo percorso di studi a Bologna e in California, fino a lavorare per Cymer e poi Asml.

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