Se l’Ucraina è la sfida del presente, l’Indo Pacifico è quella del futuro. L’Unione europea non può perdere attenzione a quello che succede nella regione asiatica, perché in fondo tutto è connesso

Mentre Vladimir Putin si preparava a invadere l’Ucraina, il Consiglio dell’Unione Europea organizzava un forum ministeriale per la cooperazione nell’Indo-Pacifico, a cui partecipavano i ministri degli Esteri degli Stati membri dell’UE e una trentina di rappresentanti della regione dell’Indo-Pacifico (escluso Cina e Stati Uniti). Il forum includeva anche i rappresentanti di alcune organizzazioni regionali. Una mossa che evidenziava tre obiettivi: l’accresciuta importanza dell’Indo-Pacifico, l’aumento dell’autonomia europea e il bilanciamento della Cina come sfida, se non come minaccia. Ma soprattutto ha sovrapposto in modo accidentale i due dossier: la guerra russa in Europa e il destino della regione asiatica. Tutto visto da Bruxelles.

Quest’ultima — l’occhio Ue sull’Asia — è una tendenza che nel corso del 2022 si è andata rafforzando a livello di Unione anche attraverso la costruzione di una postura più rigida nei confronti di Pechino, sebbene diversi Paesi del blocco rimangano su posizioni più attendiste. Mentre nel pensiero nessuno dei grandi temi in ballo in quel forum è stato influenzato negativamente dalla guerra russa in corso, essa sembra aver distolto l’attenzione europea dall’Indo-Pacifico a livello di ingaggio pratico. Sebbene l’Ue non può permettersi di sottovalutare la regione, soprattutto in un momento in cui dai Paesi dell’area esce una richiesta di interlocutori terzi al confronto Usa-Cina, la concertazione europea è stata attirata dalla guerra ai propri confini.

Si tratta di una dinamica logica, se si pensa che gli effetti dell’invasione russa si sommano in dossier importantissimi come quello della sicurezza energetica, la stabilità interna nel vicinato orientale ma anche in quello meridionale, la difesa comune davanti a rinnovate minacce che fino a qualche mese fa sembravano anacronistiche. E però per l’Europa è impossibile sottovalutare gli effetti compositi che l’attacco lanciato da Putin il 24 febbraio sta avendo anche in quella regione asiatica, con cui l’Ue è interconnessa e interdipendente. Basta pensare che insieme rappresentano circa il 70% del commercio globale di beni e servizi e le vie d’acqua dell’Indo-Pacifico trasportano una parte significativa del commercio mondiale.

Senza la porta euro-africana rappresentata da Suez e dal corridoio del Mar Rosso, all’Indo Pacifico mancherebbe una sponda fondamentale. D’altra parte, molti dei Paesi della regione sono le destinazioni asiatiche che raccolgano quel 30% di esportazioni europee dirette verso Oriente. Ragione per cui all’Europa dovrebbe interessare fortemente il concetto di “Indo Pacifico libero e aperto” coniato da Abe Shinzo, ripreso dagli americani e ormai predicato da ogni dottrina strategica sull’area (ultimamente da quella sudcoreana per esempio).

L’impegno dell’Ue nell’Indo-Pacifico si basa su diversi elementi: il commercio, il cambiamento climatico, le tensioni geopolitiche (in primo luogo l’ascesa della Cina e la rivalità sino-statunitense), la minaccia ai valori universali della democrazia, dei diritti umani e dello Stato di diritto da parte di regimi autoritari e l’interazione della sicurezza tra l’Indo-Pacifico e l’Europa. Gli obiettivi europei ora sono sostenuti da strumenti strategici come il Global Gateway – con cui l’Ue si impegna nei fatti a proporre un’alternativa all’infrastruttura geopolitica cinese Belt & Road Initiative – e lo Strategic Compass, per costruire partnership.

La crisi ucraina ha rafforzato i legami Russia-Cina: le relazioni non sono un’alleanza e Pechino ha in più occasioni rimarcato distanze dall’invasione di Mosca. Il rapporto è asimmetrico, nettamente sbilanciato verso la Repubblica popolare. Un elemento in più per le valutazioni tra Europa e Indo Pacifico, dove i Paesi della regione guardano a ciò che è successo in Ucraina e pensano che anche la Cina ha ambizioni, mezzi, capacità (teoriche) per riprodurre qualcosa di simile (banale dirlo, magari a Taiwan, che infatti si rafforza anche pensando all’esperienza di Kiev).

Alla luce di questo, rapporti come quello Ue-Asean assumono un valore ulteriore. L’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico non è più solo un partner strategico per portare avanti iniziative di cooperazione già forti attraverso il commercio, gli investimenti e l’azione per il clima. Per  l’Ue è ormai diventata un interlocutore importante nel quadro della sicurezza – regionale e dunque globale. Allo stesso tempo, i Paesi dell’Asean guardano a Bruxelles come un’alternativa fondamentale alla dicotomia sino-americana e il rischio di finire schiacciati all’interno di un gioco di forza tra Washington e Pechino che scivola sempre più verso una partita a somma zero.

E come l’Asean, anche le relazioni con Giappone e Corea del Sud assumono valore ulteriore. Entrambe i Paesi sono partner europei. Entrambi hanno in atto pianificazioni per rinnovare le proprie strategie. Entrambi sono stati coinvolti nella reazione occidentale alla guerra russa, facendo fronte allo shock anche per interessi diretti (come nel caso delle contese territoriali nipponiche con la Russia) o indiretti (la solidarietà all’Occidente nella risposta all’attacco russo per Seul è in qualche modo un credito da usare sul fronte Pyongyang).

La guerra in Ucraina ha toccato anche l’India, componente determinante – per peso economico, demografico e proiezioni di sviluppo – dell’Indo Pacifico. Nuova Delhi ha dimostrato di essere ormai “grande abbastanza” per impegnarsi in decisioni e obiettivi propri. Non ha condannato l’aggressione russa, sebbene non l’abbia chiaramente appoggiata, ma ha scelto una forma di silenzio di convenienza sia commerciale che strategica. Per esempio aumentando gli acquisti di petrolio dalla Russia oppure trovando con la Cina forme simili di gestione della crisi (sebbene non comuni, chiaramente).

Tuttavia, anche se la crisi ucraina ha apparentemente dato un senso al motto dell’UE “Uniti nella diversità” e ha evidenziato la cosiddetta “unità di intenti”, la sfida futura è ben più ampia. E parte di essa si giocherà nell’Indo Pacifico. Là si muovono le iniziative di contatto con i partner asiatici, e l’Ue dovrà dimostrare con essi coesione, che significa affidabilità, abbandonando ambizioni superiori di alcuni membri — vedere per esempio la Francia, che rivendica (attraverso la territorialità locale amministrata) di essere un Paese della regione e dunque un passo avanti a tutti gli altri europei. Là si muoveranno i riflessi delle politiche di contenimento e gestione del rapporto con la Cina. Là si verificherà parte dei risultati della relazioni con gli Stati Uniti nel prossimo futuro— anche pensando al nuovo Strategic Concept della Nato, pensato per includere la Cina tra i rivali e allargarsi intanto a Giappone e Corea del Sud nei dialoghi. Su tutte queste sfide, sarebbe sciocco sottovalutare il peso che avrà (e già ha) il conflitto russi in Europa.

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