“L’India? Un Paese economicamente molto rilevante. Ce ne siamo forse accorti in ritardo, ma stiamo provando a invertire la rotta”, spiega Antonio Armellini, vicepresidente esecutivo dell’associazione Italia-India. “La visita di Meloni? Interessante perché strutturata. Ovvero il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri e gli imprenditori: è questo il modello ideale di dialogo che dovrebbe avvenire con grande regolarità”

Trasformare un evento puntuale in una catena di relazioni, al fine di scandagliare il mercato di una super potenza per poter impiantare, con maggior forza, un interesse economico e produttivo che certamente già c’è.

Questa l’analisi che affida a Formiche.net l’ex ambasciatore italiano in India, Antonio Armellini, attualmente vicepresidente esecutivo dell’associazione Italia-India, presieduta da Emma Marcegaglia. In questa conversazione analizza la visita a Nuova Dehli del premier Giorgia Meloni, sommata al suo intervento ai Raisina Dialogue, la principale conferenza indiana su geopolitica e geoeconomia, che definisce “molto importante, credo che non sia mai successo con un italiano, mentre altri leader lo fanno regolarmente”.

Quali sono i punti di contatto e quelli di intersezione imprenditoriale tra Italia e India?

I punti di contatto si stanno sviluppando, nel senso che con l’India c’è una tradizione molto antica di rapporti. Siamo stati presenti, fin dall’indipendenza, come un partner importante nel primo sviluppo dell’India soprattutto con l’industria pubblica italiana e la Montedison, così come la motorizzazione privata in India arrivò sostanzialmente con la Fiat. Ancora oggi gli anziani la ricordano come la migliore macchina che abbiano avuto, al pari della Lambretta e della Vespa.

In seguito?

Questa immagine poi si è affievolita nel corso degli anni per una serie di ragioni, fra cui la crisi dell’industria pubblica italiana. Per cui accanto ad una posizione di simpatia noi abbiamo avuto anche una posizione di rilevanza, che si è andata indebolendo a partire dagli anni ’80 in poi. Nell’insieme si può dire che, quando l’Italia era molto presente, l’India non era ancora esplosa completamente, ma la crescita aveva cominciato a farsi sentire. Questa relativa subalternità è stata accentuata dal fatto che per molti anni c’è stato, rispetto ai nostri partner, un livello di presenza anche istituzionale inferiore a quello degli altri.

Con quali conseguenze?

Ciò si è ripercosso in un Paese che fa molta attenzione ai dati formali delle relazioni. L’India si considera una superpotenza, ragiona in termini di rapporti di forza. Durante la mia permanenza in India ci furono ben due visite di Romano Prodi dopo dieci anni di sostanziale assenza da parte di un capo di governo. Qualche anno dopo ci fu in India una competizione importante per l’attribuzione del nuovo caccia dell’aeronautica indiana e c’erano tre concorrenti: l’Eurofighter, il Gripen svedese e il Rafale francese. Secondo me il primo era certamente l’aereo migliore, ma l’allora presidente Nicolas Sarkozy andò tre volte in visita di Stato in quegli anni in India e questo evidentemente giocò un ruolo.

Come invertire il trend?

Rispetto alla strutturazione dei rapporti, noi siamo stati per molti anni al di sotto delle nostre potenzialità, ma da qualche anno a questa parte, partendo dagli anni di Prodi, c’è stato un recupero di posizioni anche perché nel frattempo l’India è diventato un Paese economicamente anche molto rilevante. Noi ce ne siamo forse accorti in ritardo, ma stiamo provando a invertire la rotta e adesso direi che la visita di Giorgia Meloni è interessante perché è una visita per l’appunto strutturata. Ovvero il presidente del Consiglio, il ministro degli esteri e gli imprenditori: è questo il modello ideale di dialogo che dovrebbe avvenire con grande regolarità.

Quali e quanti passi prima della visita del premier sono stati fatti tra i due Paesi? E quale l’elemento di congiunzione che in questo momento può cambiare la densità delle relazioni?

Certamente gioca un ruolo la crescita indiana, che è molto maggiore del passato. Inoltre c’è un’attenzione del nostro sistema delle imprese che sta crescendo. Noi scontiamo in India fra l’altro un problema infrastrutturale, nel senso che è un mercato importante ma al contempo anche un mercato difficile.

In che senso?

Nel senso che richiede spalle larghe e capacità di reggere. Ciò per un Paese con poche grandi imprese come l’Italia costituisce certamente un handicap, a cui proviamo a far fronte con un sistema di piccole e medie imprese che è molto cresciuto e che ha una flessibilità significativa. Il punto di congiunzione è una capacità di capirsi con una certa facilità, oltre a settori che sono nelle nostre corde come il manifatturiero e la meccanica, senza dimenticare nuovi ambiti come la transizione energetica e l’aerospazio. Occorre qui un passo in più.

Quale?

Mi piacerebbe che questo lavoro venisse strutturato negli anni, con una previsione costante: ovvero sarebbe importante dare seguito a questa visita in India, che certamente è un passo avanti molto significativo, al fine di trarne tutti i vantaggi possibili. E per fare ciò occorre che un evento puntuale si trasformi in una catena. Fino ad oggi siamo stati ricchi in eventi puntuali ma meno in catene.

Il premier ha parlato di ponte tra due penisole strategiche, una nell’Oceano Indiano e l’altra nel Mar Mediterraneo: per far sì che la nostra penisola non solo sia strategica ma abbia anche quel vettore di comunicazione costante che serve alle nostre imprese, come implementare una maturazione progettuale definitiva?

Una migliore conoscenza delle rispettive realtà dove giocano molto gli stereotipi. L’India si considera un grande protagonista della politica mondiale: giusto o sbagliato che sia, questa è la visione che ha di se stessa. Certamente il paragone con l’Italia è una cosa che fa piacere, ma dal punto vista geopolitico non ne sono così sicuro. L’India inoltre non è la Cina ed è un mercato in grossa crescita che ha una serie di complementarietà, fra l’altro nella sua domanda, rispetto al sistema produttivo italiano. Quindi c’è un interesse assoluto a continuare questo rapporto. Mi permetto di dire che ci dovrebbe essere anche un’attenzione costante ad una serie di contatti che si svolgono a livello di società. L’intervento del premier Meloni alla Raisina Dialogue, la principale conferenza indiana su geopolitica e geoeconomia, è stato molto importante: credo che non sia mai successo con un italiano, mentre altri leader lo fanno regolarmente. Per il futuro sarà significativo sforzarsi di capirsi meglio, per poter impiantare con maggior forza un interesse economico e produttivo che certamente c’è, perché è un mercato di cui noi non possiamo fare a meno.

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