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Litio, perché il Cile ha deciso di nazionalizzare l’industria

Era una mossa attesa, per catturare l’esplosione del mercato di questa materia prima critica per la decarbonizzazione. Ma non senza conseguenze per le aziende e lo sviluppo del settore minerario

Il presidente cileno Gabriel Boric ha annunciato nella giornata di giovedì, durante una trasmissione televisiva a livello nazionale, i suoi piani per la nazionalizzazione dell’industria del litio nel Paese. La nuova governance imporrà a tutti i nuovi progetti estrattivi e di raffinazione dell’oro bianco di instaurare partnership pubblico-private, gestite dallo Stato. Seppur i contratti esistenti non verranno vietati, il presidente Boric ha espresso comunque l’ottimismo per la rinegoziazione di quest’ultimo nel nuovo quadro legislativo, con l’obiettivo di strappare termini più favorevoli per la comunità nazionale e i gruppi locali coinvolti dalle attività estrattive.

Il Cile è già, secondo i dati dello US Geological Survey, il secondo produttore mondiale di carbonato di litio (Lce) dietro all’Australia, e Paese vertice del “Triangolo del litio” sudamericano con Argentina e Bolivia, un’area che custodisce circa 11 milioni di tonnellate metriche di riserve di litio (il 54% di quelle conosciute a livello mondiale). Le attività minerarie cilene, come le principali in Sud America, avvengono tramite processi non convenzionali di estrazione dell’oro bianco dalle salamoie del Salar de Atacama, tramite un processo di evaporazione che richiede tuttavia grandi consumi d’acqua in zone perlopiù desertiche. In Australia viene estratto, invece, tramite operazioni di estrazione da minerale roccioso, lo spodumene. La produzione globale di litio ha raggiunto le 737.000 tonnellate (Lce) nel 2022 e si stima possa crescere a 964.000 quest’anno e a 1,2 milioni nel 2024, guidata dall’aumento delle capacità operativa in Australia, Cile e Argentina secondo un report del governo australiano. Secondo le stime di Jp Morgan, pubblicate di recente e riprese dal Financial Times, l’ascesa di nuovi mercati potrebbe ridurre la quota di produzione del Cile dal 28% attuale al 10% entro il 2030.

La mossa del governo cileno è inquadrabile sia per l’opportunità di trasformare le grandi riserve del Paese (il 42% a livello globale) in vettore di sviluppo economico lungo la filiera delle batterie elettriche (per gli Ev) sia come mossa per tutelare le comunità coinvolte dalle esternalità negative delle attività minerarie, con un occhio alla conservazione dell’ambiente e della biodiversità. Il Cile è anche il principale produttore mondiale di rame, altra materia prima fondamentale per le infrastrutture e le reti elettriche in un’ottica di transizione energetica. Da decenni i politici cileni hanno cercato di aumentare le quote di royalties dall’industria mineraria, principalmente guidata da multinazionali del settore. Il presidente cileno ha inoltre suggerito che la National Copper Corporation (Codelco) possa cooperare con la nascente entità statale per la gestione dei nuovi progetti sul litio avanzati da entità private.

“Questa è la più grande opportunità che abbiamo per transitare verso un’economia sviluppata e sostenibile. Non possiamo permetterci di sprecarla”, ha dichiarato Boris in televisione, citando il ruolo del litio per le industrie dei veicoli elettrici. Il presidente cileno ha inoltre richiamato la mossa, quasi mezzo secolo fa, dell’allora presidente socialista Salvador Allende che nel 1971 decise di nazionalizzare l’industria del rame e altri settori dell’economia cilena (come quello bancario e ospedaliero) in un’ottica di redistribuzione della ricchezza nazionale. I piani di Allende toccarono anche gli interessi delle aziende americane attive nel settore del rame, scatenando la reazione del governo degli Stati Uniti che decise di tagliare le relazioni economiche e bilaterali e lanciandosi in una campagna di destabilizzazione del Paese, supportandone gli oppositori politici fino alla destituzione violenta del governo democratico cileno nel settembre del 1973, con la morte di Allende.

Considerando l’importanza del litio per l’economia globale e la decarbonizzazione, la mossa di Boris non potrà non avere conseguenze anche sul piano geopolitico. “Lo Stato parteciperà nell’intera filiera di produzione del litio e creerà una Compagnia nazionale del litio”.

In realtà, la Sociedad quimica y mineraria (Sqm) è attiva nel mercato del litio sin dal 1997, avendo estratto proprio quell’anno il primo prodotto a base di nitrato e cloruro di potassio. Sqm è guidata da Julio Ponce da circa tre decenni, il cui consuocero era il defunto dittatore Augusto Pinochet, subentrato proprio ad Allende. Dopo aver ottenuto successi nell’estrazione e trattamento dei due materiali chimici, Sqm si è spostata sul mercato del litio nonostante una crescita modesta della domanda in quegli anni. Tra il 1994 e il 2017, Sqm ha investito quasi 2 miliardi di dollari in tecnologie e asset per lo sviluppo delle attività estrattive e che oggi la posizionano, insieme all’americana Albemarle, tra le principali aziende produttrici a livello globale. Tra i principali investitori e shareholder di Sqm vi è la cinese Tianqi Lithium (con circa il 24% delle quote), azienda integrata verticalmente tra operazioni minerarie e di raffinazione con importanti quote di partecipazione in Australia. Le due aziende, infatti, hanno in essere licenze per lo sfruttamento dei giacimenti cileni rispettivamente fino al 2030 e al 2045, e sono già importanti fornitori di Tesla, Lg Energy Solutions e altri importanti produttori di Ev e batterie elettriche. Sqm ha versato nelle casse dello stato cileno più di 5 miliardi di dollari nel 2022, quasi il doppio delle entrate generate da Codelco per il rame, mentre Albemarle quasi 600 milioni di dollari. Flussi di cassa trainati anche dal rally che ha caratterizzato i prezzi del litio, seppur sia in una fase declinante sin dalla fine dell’anno trascorso, dovuta principalmente a un rallentamento della vendita di Ev in Cina che rimane il mercato benchmark per le performance dei prezzi spot del carbonato di litio. Questo perché Pechino domina la gran parte della supply chain, specialmente dalle fasi di raffinazione del litio in idrossido (la Cina è un importatore netto di litio, principalmente dall’Australia) poi impiegato per la manifattura di catodi per le batterie elettriche.

Albermarle ha dichiarato che la nuova governance “non avrà impatti sul suo business” e continuerà a investire capitale e tecnologie per le sue operazioni cilene. Al contrario, l’azienda coreana Sk On, produttrice di batterie e con cui ha siglato un contratto di fornitura a lungo termine con Sqm, ha ammesso che monitorerà gli sviluppi dell’iniziativa governativa. Le azioni di Albemarle sono tuttavia crollate del 10% a Wall Street nel pomeriggio di venerdì in seguito all’annuncio del presidente cileno. Quelle di Sqm addirittura del 18%.

È possibile che nuovi investimenti privati possano essere ritardati dal nuovo clima di incertezza che regnerà nel Paese fino a quando non verranno pubblicati i dettagli della nazionalizzazione. E considerando il ruolo già consolidato dell’Australia, è possibile che i flussi d’investimento possano essere dirottati nel Paese che gode di maggior stabilità politica e fiducia da parte dei mercati delle commodities. Il Cile è inoltre il principale fornitore di litio dell’Unione europea, che ha da poco approvato il Critical Raw Materials Act per l’implementazione della sua strategia sulle materie prime.

In realtà il Cile è soltanto l’ultimo di una serie di Paesi ricchi di materie prime critiche che ha adottato misure a tutela dei suoi asset nazionali. Il Messico ha deciso di nazionalizzare l’industria del litio l’anno scorso, mentre lo Zimbabwe ha vietato l’export di concentrati di litio per favorire la sua industria di raffinazione. Un obiettivo di sviluppo industriale condiviso dall’Indonesia, che dal 2019 ha imposto dazi e restrizioni sull’esportazione di nickel, altro importante input per la fabbricazione delle batterie, con la partecipazione delle industrie cinesi che vedono nel Paese un potenziale partner per la produzione di nickel classe 1. Vi è inoltre la possibilità che i Paesi ricchi di riserve di litio possano coalizzarsi per la formazione di un’Opec del litio, seppur sia difficile ricostruire i meccanismi di oligopolio che hanno dominato l’industria petrolifera.

Un trend, quello del “nazionalismo delle risorse”, che potrebbe essere preoccupante dal punto di vista della disponibilità di materie prime critiche cruciali per il successo della transizione energetica in un contesto geopolitico sempre più teso e foriero di dispute commerciali. Dove gli asset e la concentrazione di materia prima diventano un’utile arma di ritorsione per riscrivere gli equilibri globali tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo che ambiscono a svincolarsi da logiche di mercato che condannano i Paesi alla “maledizione delle risorse”.

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