La Commissione europea ha presentato il Critical raw materials act. L’obiettivo è quello di adottare una strategia comprensiva per ridurre e mitigare le dipendenze lungo le supply chain delle tecnologie low-carbon, e non solo. Una misura che dovrà essere accompagnata da investimenti, soprattutto nelle capacità minerarie e di raffinazione

Dopo circa più di un anno di gestazione, che aveva visto anche l’avvio di una consultazione pubblica tra settembre e novembre del 2022, la Commissione europea ha presentato, sotto forma di Regolamento accompagnato da una Comunicazione e da altre appendici, l’EU Critical Raw Materials Act.

Le materie prime critiche (CRMs) – così classificate in seguito ad una metodologia che è stata sviluppata e aggiornata, a livello accademico e in collaborazione con le istituzioni comunitarie nel corso dell’ultimo decennio, in seguito alla crisi delle terre rare tra Cina e Giappone del 2010 – sono elementi essenziali per il successo della transizione energetica e digitale, in quanto input fondamentali per le tecnologie low-carbon e l’elettronica avanzata, oltre ai settori della difesa e dell’aerospazio.

Le stime dell’Ue indicano che entro la fine del decennio, solo il mercato delle tecnologie pulite potrebbe valere, a livello globale, 600 miliardi di euro all’anno. È in questo trend che la Commissione ha lanciato un’approfondita revisione delle supply chain associate, e che è stata raccolta in un importante Foresight Study svolto dal Joint Research Centre (JRC), costola scientifica a supporto delle policy adottate a livello europeo. Lo studio, che aggiorna e integra quanto già pubblicato nel 2020, ha preso in considerazione 87 materie prime ‘candidate’ per un’analisi approfondita su offerta e domanda, utilizzando la metodologia europea per la classificazione di ‘criticità’ che, in breve, ne considera l’importanza economica (il contributo unitario e in volume nei settori industriali a valle) e il rischio di fornitura. Sono stati identificate 15 tecnologie – batterie al litio, celle al combustibile, elettrolizzatori, turbine eoliche, motori elettrici, pannelli fotovoltaici, pompe di calore, idrogeno, reti di trasmissione e storage dei dati digitali (tra cui i semiconduttori), elettronica di consumo, manifattura additiva, robotica, droni e dispositivi satellitari e tecnologie spaziali – suddivisi in 5 macro settori industriali, ovvero mobilità, rinnovabili, industria, ICT e aerospazio/difesa.

Emerge come alluminio, rame, nickel, silicio metallico e manganese siano le materie prime più utilizzate tra tutte le tecnologie. A livello settoriale, la mobilità elettrica è caratterizzata dal tasso di crescita della domanda di CRMs più elevata per l’Ue. Per le singole materie prime e rispetto al 2020, in uno scenario ambizioso (High Demand Scenario) in cui le tecnologie low-carbon vengono dispiegate in linea con gli obiettivi del Green Deal (aggiornati con il REPowerEU) e associate ad una crescita di consumo e di mercato intensa, la domanda europea di litio crescerà di 12 volte e di 21 volte rispettivamente nel 2030 e nel 2050, con un pattern simile anche per la grafite. Per neodimio e disprosio, due elementi fondamentali per la produzione dei magneti permanenti (utilizzati in turbine eoliche e motori elettrici), l’aumento è comunque significativo: 5-6 volte entro il 2030, 6-7 volte a metà del secolo.

In questo scenario, l’Ue si vede al momento in una posizione ‘critica’ per ben 53 segmenti della catena del valore di un numero importante di materiali, che dai 30 del 2020 sono diventati 34, e per i quali l’attuale produzione europea non è mai superiore al 7% dello share globale. Il livello di dipendenza dalle forniture da paesi terzi tende a diminuire con il progredire dell’analisi della supply chain, mostrando una relativa posizione di forza nella manifattura dei prodotti tecnologici finali a valle (circa il 28% dello share di mercato aggregato). Con la necessità di rafforzare la competitività delle industrie emergenti e strategiche nel contesto globale, vis-a-vis con Stati Uniti, Cina, Giappone e Corea del Sud, come batterie, motori elettrici, semiconduttori, nel contesto del Net Zero Industry Act, oltre alla volontà politica di ridurre l’esposizione del continente ai ricatti dei paesi che già dominano alcuni segmenti di mercato, è evidente come l’enfasi sulla dipendenza viene spostata a monte della catena, ovvero sulle materie prime. “La corsa è aperta”, ha dichiarato Ursula von der Leyen. Una corsa che vede l’Europa rincorrere soprattutto agli approvvigionamenti.

In questo scenario delineato dal JRC, entrano in gioco le misure messe nero su bianco da Bruxelles. Se la lista dei materiali critici è dunque stata ampliata, con l’inclusione di nickel, rame, arsenico e litio, una grande e attesa novità è stata l’introduzione di una lista aggiuntiva, ma tutto fuorché secondaria: le materie prime ‘strategiche’. La definizione, seppur possa suonare ai più un esercizio retorico, riflette una metodologia finalmente orientata a lungo termine e che riflette non tanto la criticità fotografata nel qui ed ora, ma rispetto alle necessità del blocco europeo (la crescita della domanda), su scala industriale, per gli obiettivi prefissati al 2030 e al 2050. Sia in termini di decarbonizzazione che di digitalizzazione dell’economia, cercando una maggiore autonomia strategica nel contesto globale.

La metodologia sviluppata ha permesso di identificare 16 materie prime strategiche (SRM): bismuto, boro, cobalto, rame, gallio, germanio, litio, magnesio, manganese, grafite naturale, nickel, PGM, REE, silicio metallico, titanio, tungsteno. Quello che emerge è anche il riferimento, specialmente per i battery metals come litio, manganese, grafite e nickel, e le terre rare magnetiche ad elementi nella forma chimica necessaria per la manifattura delle tecnologie di consumo (batterie e magneti). Un requisito che sarà anche una discriminante importante per la selezione di quei progetti (minerari o industriali) che possano contribuire al consumo europeo secondo gli standard industriali e le necessità di mercato.

In questa direzione, il Regolamento prevede importanti – e ambiziosi – target (seppur volontarie  non obbligatori per i Paesi Membri) da raggiungere entro il 2030, nell’ottica di rafforzare la sicurezza, competitività e sostenibilità dell’economia e industria europea: almeno il 10% del consumo europeo di SRM da forniture domestiche (il che richiederà un’intensa attività pubblico-privata per mobilitare il capitale, tramite investimenti, e il consenso tramite regolamenti, permessi e la cosiddetta “licenza sociale” per operare le attività minerarie). Se guardiamo al consumo europeo di litio previsto al 2050 in uno scenario non conservativo dal JRC, significherebbe produrre in Europa almeno 10.000 tonnellate per coprire la domanda di batterie. È probabile che questo potrà realizzarsi, scommettendo dunque sulla stabilità e il rafforzamento delle forniture da paesi partner.

Nel caso della raffinazione (lo step più complesso da un punto di vista tecnico-industriale, oltre alla forte concorrenza della Cina), l’obiettivo è trasformare il 40% dei concentrati in derivati metallici per l’utilizzo industriale: ad oggi l’Ue è presente in questo step solo per il 4%. Aumentare di dieci volte lo share di mercato dell’Europa in meno di 7 anni sarà complesso, senza una concreta presa di coscienza sui rischi e le difficoltà industriali degli operatori di fronte alle difficoltà domestiche (caro energia e prezzo della C02, requisiti ambientali stringenti) e a quelle internazionali (la competitività cinese, le cui aziende operano con costi marginali più bassi). Un 15% del consumo, inoltre, dovrà essere garantito da attività di recupero e riciclo: un segmento in cui l’Ue si posizione come frontrunner, a livello regolatorio e di ricerca e sviluppo industriale, e sul quale vi sono buone possibilità (seppur a seconda della materia prima in considerazione).

Inoltre, l’Ue dovrà assicurare che dagli approvvigionamenti esteri non venga soddisfatto, sin in forma di materia prima che di materiale battery grade, per intenderci, più del 65% del consumo europeo per ciascuna delle 16 materie prime strategiche da un singolo paese. Ciò significa che l’Ue dovrà diversificare con grande abilità, costruendo partnership commerciali mirate con i paesi produttori (Cile, Australia, Canada etc.) e promuovendo offtake agreements tra aziende minerarie e consumatori europei. Un passaggio che, nel caso dell’automotive, sarà probabilmente in carico agli OEMs: ne è conferma la recente dichiarazione del ceo di Volkswagen, che si è dichiarato pronto ad entrare nel business minerario come altri concorrenti, come Tesla e General Motors.

Ci si aspettava una maggiore enfasi sull’industria mineraria domestica. Probabilmente, gli obiettivi al 2030 sono realisticamente tarati sugli standard e le capacità di risposta del settore: di media, per poter portare sul mercato un sito estrattivo sono necessari dai 10 ai 15 anni, tenendo conto che il regime legislativo e autorizzativo Ue è tra i più burocratizzati. L’idea della Commissione, dunque, è quella di dare precedenza ad una serie di ‘Progetti Strategici’ – attentamente selezionati, in collaborazione con i paesi membri, per potenzialità geologiche e di ingresso sul mercato comunque in linea con criteri di sostenibilità, oltre a dover soddisfare una serie di criteri tra cui il contributo alla sicurezza delle forniture, la fattibilità del progetto a contribuire in una finestra temporale in linea con la crescita della domanda industriale, il beneficio dimostrato per il Mercato Unico e la possibilità di includere progetti nei paesi in via di sviluppo (ma ricchi di risorse) – velocizzandone le procedure di permesso: 24 mesi per i siti estrattivi, 12 mesi per i progetti di raffinazione o riciclo.

L’implementazione del Regolamento (che richiederà circa 14 miliardi di fondi comunitari, nel framework finanziario 2024-27) verrà affidato ad un ente di nuova formazione, lo European Critical Raw Material Board (Ecrmb), presieduto dalla Commissione e costituito da rappresentanti dei Paesi Membri dei ministeri competenti. Un istituto che si aggiunge all’European Raw Materials Alliance (Erma) e ad Eit Raw Materials. Da capire, ancora, come verranno coordinati e gestiti i rapporti tra questi uffici. L’Ecrmb lavorerà in sottogruppi, con incarichi riguardanti il finanziamento, il monitoraggio e il coordinamento con le autorità competenti per i singoli paesi. Infine, sarà fondamentale promuovere e sviluppare le competenze e la forza lavoro necessaria, tra ricerca e innovazione.

L’Ue ha dichiarato, inoltre, che il Regolamento verrà implementato nel solco della Global Gateway Initiative e delle altre iniziative di politica estera, commerciale del blocco. Nel caso delle materie prime, perseguire maggiore autonomia strategica richiederà un confronto costante e coordinato con gli alleati (Usa, Giappone, Australia, Canada), evitando – e scongiurando – virate protezionistiche. Un Club delle materie prime critiche per mettere insieme paesi produttori e consumatori, nell’ottica di scalare la catena del valore in maniera che i benefici economici e i costi ambientali e sociali vengano mutualmente condivisi e mitigati.

 

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