La creatura di Elon Musk si lancia nel difficile mercato della raffinazione dell’oro bianco. Una mossa annunciata e inevitabile per le forniture di litio nella forma adatta per la manifattura di batterie. Un segmento dove si nasconde il vero collo di bottiglia del mercato e non solo…

Nella giornata di lunedì, il Chief Executive di Tesla, Elon Musk, in compagnia del governatore repubblicano del Texas Greg Abbotha annunciato l’avvio della nuova raffineria di litio del produttore di auto elettriche americano. Dall’impianto, che sarà il più grande del suo genere nel Nord America, una volta operativo ci si aspetta la produzione di litio battery grade (principalmente idrossido di litio) per poter supportare la manifattura di 1 milione di veicoli elettrici entro il 2025.

Questo suggerisce che l’impianto richiederà una produzione annuale di 35-40 mila tonnellate di LCE, sulla base della media di litio utilizzato nei veicoli elettrici nel 2022, circa 30 mila t annuali considerando esclusivamente materiali catodici LFP (litio ferro fosfato). L’investimento sarà di circa $375 milioni, secondo i documenti delle autorità locali, per una ratio teorica tra costi e capacità produttiva che posizionerà l’impianto in termini molto competitivi rispetto agli altri produttori, come Albemarle e Piedmont Lithium nei loro impianti produttivi rispettivamente in Carolina del Sud e Tennessee.

Si tratta di un primo passo del colosso californiano nella direzione di una maggior integrazione lungo la supply chain, dovuto principalmente alle preoccupazioni per le forniture di litio, oltre a nickel, cobalto, grafite e manganese, che hanno scosso – e scuoteranno – i mercati e i produttori con importanti deficit e aumenti dei prezzi. Una mossa comunque necessaria per rispettare i target dell’azienda, come delineato durante l’Investor Day dello scorso marzo: 20 milioni di EV entro il 2030, che significa aumentare la produzione interna di batterie di 10 volte.

“Il litio è estremamente comune sulla Terra. Si trova dappertutto”, aveva twittato il Ceo di Tesla il 20 luglio 2020, forse tradendo un’eccessiva fiducia non tanto sulle capacità di costruire un’offerta adeguata, su scala globale, del minerale ma piuttosto sulle possibilità di convertirlo, in tempi e costi adeguati, in quell’ingrediente fondamentale per i catodi delle batterie elettriche. Si era ancora nel pieno della pandemia, la logistica globale si era inceppata, un evento che aveva sconvolto i mercati e le filiere globali come mai prima. “La spezia deve scorrere, la nuova spezia” scriveva sul suo account Musk a settembre del 2020, lasciando intendere che dopo la tempesta tutto sarebbe tornato alla normalità. Si, ma quale normalità? La guerra e lo spettro del nazionalismo delle risorse non garantiscono in quella direzione.

Nel corso di due anni, complice la forte domanda del mercato cinese e i tempi dilatati per l’estrazione in Australia e Cile, i prezzi del litio sono cresciuti vertiginosamente, segnalando un’inelasticità dovuta anche alla mancanza di disponibilità di stock sui mercati spot, dal momento che i produttori si sono assicurati accordi di lungo termine con i fornitori cileni e australiani. La stessa Tesla ha concluso nel febbraio del 2022 un accordo con il produttore australiano Liontown, per la fornitura quinquennale di litio da spodumene roccioso.

Nell’aprile del 2022, Musk ha dichiarato che i prezzi del litio erano arrivati “a livelli insensati”. Alla fine dell’anno, i prezzi del litio hanno raggiunto $80/kg (circa 80.000 a tonnellata per il carbonato di litio equivalente). A marzo 2023, tuttavia, è iniziata una rapida discesa – complice la fine degli incentivi per gli EV in Cina – che ha riportato i prezzi a $45/kg comunque 4 volte superiori al 2020.

Secondo le stime di Morgan Stanley, questa apparente calma è destinata a finire con le aspettative, sempre più convinte, del mercato sull’industria dei veicoli elettrici. L’International Energy Agency, nel suo ultimo report, ha infatti fotografato la situazione con questi numeri: oltre 10 milioni di vendite di EV nel 2022, che contano per il 14% di tutte le nuove auto vendute, un +9% rispetto al 2021. La Cina, manco a dirlo, ha contato per il 60% del mercato. BYD ha guidato la vendita di modelli BEV e PHEV con il 17% del mercato, anche se Tesla rimane il principale attore per quanto riguarda i BEV.

Parlando dal sito in costruzione a Corpus Christi, Musk ha assicurato che l’impianto verrà completato entro il 2024, pronto per entrare in produzione l’anno successivo. Australia, Cile e Cina controllano le attività estrattive rispettivamente del minerale di spodumene, dalle salamoie e di lepidolite, con Pechino che domina le attività di raffinazione e processazione, con quasi il 60% dello share di mercato, secondo le stime di Benchmark Minerals Intelligence.

“Non è una questione di mancanza di litio da estrarre, ma c’è una reale scarsità di industrie per raffinare il litio puro per le batterie”, ha dichiarato Musk durante l’evento. Tesla, dunque, diventerà il primo produttore americano di auto ad entrare in questo segmento della supply chain, ma continuerà ad assicurarsi forniture stabili dagli altri operatori, tra cui Albemarle e Liven Corporation. Una strategia di integrazione verticale che beneficerà tutto l’ecosistema delle batterie statunitense. “Il Texas vuole diventare autosufficiente, non dipendente da qualunque nazione ostile per i nostri fabbisogni” ha rimarcato il governatore Abbott, con un velato riferimento alla Cina. Gli USA attualmente estraggono soltanto l’1% del litio prodotto a livello globale.

I grandi produttori cinesi di batterie, come CATL e BYD, comunque rimangono partner imprescindibili per Tesla: a giugno nel 2022 BYD ha annunciato che inizierà a fornire al colosso americano batterie al fosfato di litio, mentre ad agosto (poco prima che l’amministrazione Biden annunciasse l’Inflaction Reduction Act) Tesla aveva siglato due accordi con Zhejiang Huayou Cobalt e CNGR Advanced Material per la fornitura di materiali precursori per catodi e anodi.

A marzo, il gigante minerario americano Albemarle – che è attualmente uno dei fornitori di Tesla – ha annunciato la costruzione di una raffineria di litio in Carolina del Sud, con una capacità industriale di 100.000 tonnellate per la produzione del metallo dai minerali e a supporto potenziale di 2.4 milioni di veicoli elettrici fabbricati ogni anno. Un nuovo investimento da 1.3 miliardi di dollari incentivato dall’Inflation Reduction Act.

Musk non ha rivelato quale (o quali) saranno i fornitori del nuovo impianto, ma ha enfatizzato che le operazioni utilizzeranno tecniche e tecnologie innovative, volte a garantire la sostenibilità dei prodotti. Evitando i processi convenzionali che impiegano agenti chimici come acidi e sostanze alcaline, Tesla opterà per l’utilizzo di carbonato di sodio per creare la “spezia” (idrossido di litio) dai concentrati di spodumene. Tesla, oltre alla linea produttiva 4680 a Fremont, in California, possiede una gigafactory in Nevada (in partnership con Panasonic) e un altro sito per la produzione di celle in Texas, ad Austin, dove è previsto un investimento da 770 milioni di dollari per l’avvio della produzione di catodi e l’assemblaggio/test delle batterie. Giga Mexico, annunciata a marzo, verrà ampliata per includere una linea produttiva di celle.

L’annuncio arriva in seguito a precedenti indiscrezioni, confermate dallo stesso Musk durante una presentazione agli investitori nel 2020, che vorrebbero Tesla investire direttamente nell’estrazione di litio. Non è segreto, infatti, che Tesla si sarebbe assicurata i diritti per produrre litio da depositi argillosi in Nevada, un’operazione tuttavia mai tentata su scala commerciale. Nessun riscontro, invece, è poi emerso dal potenziale accordo con Glencore, trading company attiva nel mercato dei metalli.

L’azienda ha inoltre annunciato la nascita, in Nevada dove è sorta la prima gigafactory, di un “Lithium Lab” per studiare nuovi metodi produttivi e tecnologie da applicare alle linee di assemblaggio delle batterie che Tesla possiede e costruirà in futuro.

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