Per contrastare il dominio di Pechino, i Paesi occidentali si stanno raccogliendo intorno ad una serie di accordi sulla sicurezza degli approvvigionamenti di materie prime. Il dialogo bilaterale con i Paesi produttori rimane, tuttavia, la strada prediletta, così come centrale il supporto al settore minerario

Mentre il mondo si accinge ad affrontare la sfida della decarbonizzazione, la rapida adozione delle tecnologie rinnovabili aumenterà la domanda di minerali e metalli a ritmi impressionati, come litio, nichel, cobalto, grafite, rame, alluminio e terre rare. La maggior parte di questi sono considerati come “critici” – per la loro importanza economica e i rischi lato offerta – da tutti i Paesi industrializzati del G7.

Il 2022 è stato infatti un anno spartiacque. Tanto per la consapevolezza che l’interdipendenza energetica tra l’Europa e la Russia fosse molto più fragile dal punto di vista strategico ed economico di quanto si pensasse, quanto per la realtà che il passaggio a sistemi energetici de-globalizzati e decarbonizzati ponesse immediatamente una serie di  sfide.

Unione Europea, Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud hanno messo in campo, negli ultimi anni, una serie di iniziative e politiche volte ad assicurare forniture adeguate a quelle che sono le proprie ambizioni in una serie di settori: dalle batterie elettriche ai chip, passando per veicoli elettrici (EV), pannelli solari e turbine eoliche dove il dominio della Cina è pressoché incontrastato nelle filiere a monte, dalle attività minerarie a quelle a maggior valor aggiunto. La dipendenza da Pechino per le materie prime critiche (sia per i prodotti upstream ma soprattutto per i materiali precursori, come per la fabbricazione di batterie) è diventata dunque una questione che intreccia sicurezza, competitività economica e leadership tecnologica – un’interdipendenza che dovrà essere gestita in un contesto che vede da una parte l’obiettivo globale della lotta alla crisi climatica, mentre dall’altro vede accendersi rivalità e protezionismi per assicurarsi un’autonomia tecno-industriale nella transizione.

L’ultima iniziativa è stata capeggiata da Ursula von der Leyen, nel suo viaggio in Sud America. La presidente della Commissione europea ha incontrato per ultimo Gabriel Boric, presidente del Cile, paese che conta circa il 36% delle riserve mondiali di litio e che punta, attraverso una riorganizzazione dell’industria mineraria, a catturare le opportunità di crescita economica e commerciale. Tra i due leader è stata raggiunta un’intesa per una partnership strategica sull’oro bianco, elemento cruciale per le batterie, e due accordi sullo sviluppo di idrogeno. Il Cile nel 2022 è stato responsabile per il 34% dell’output globale di carbonato di litio, grazie soprattutto alle attività industriali di Sociedad Quimica Chilena de Litio (SQM) e Albemarle, con un’attiva presenza anche delle società cinesi. La domanda europea al 2030 crescerà di 12 volte, come ricordato da von der Leyen, mentre solo nel 2022 il paese sudamericano ha contato per il 79% delle importazioni europee. L’Ue è già il principale investitore straniero in Cile, con il 26% degli investimenti diretti esteri (Fdi).

Ma non solo il Cile. Proprio per le incertezze con cui investitori e aziende guardano alla Strategia nazionale mineraria annunciata da Boric, è possibile che nel medio-lungo termine l’Argentina possa scalzarlo come secondo produttore globale, dietro all’Australia che rimarrà leader nella produzione di litio da spodumene roccioso. L’Argentina ospita il 6% delle riserve mondiali, e ha contato nel 2022 per circa il 10% della produzione globale: tuttavia, le prospettive della crescita dell’industria mineraria argentina hanno già attirato investimenti cinesi. È in questo scenario che si deve la visita di Ursula al presidente argentino, Alberto Fernandéz. In linea con gli obiettivi della Global Gateway Strategy – contraltare della Belt and Road Initiative cinese – e degli auspici del regolamento allegato all’EU Critical Raw Materials Act (con il quale il blocco europeo si è posto l’obiettivo di non superare il 65% dei consumi di materiali critici, grezzi e raffinati, da un singolo paese fornitore) i due leader hanno firmato un memorandum of understanding (MoU) per rafforzare la cooperazione su filiere dei materiali critici sostenibili, soprattutto per il forte potenziale di energia rinnovabile (solare, eolico e non ultimo idrogeno) del paese. L’accordo, inoltre, getta le basi per una definitiva negoziazione di un accordo commerciale EU-Mercosur che potrebbe essere siglato entro la fine dell’anno. Oltre al ‘Triangolo del Litio’ tra Cile, Argentina e Bolivia, l’Ue si è mossa anche nel cuore del continente asiatico, firmando un accordo con il Kazakhistan mentre sono in corso attività diplomatiche con vari rappresentanti dei paesi africani. Già in vigore dal 2021, invece, la partnership strategica con il Canada.

A livello multilaterale, il lancio della Minerals Security Partnership (Msp) a guida statunitense ha raccolto l’adesione dell’Ue (tramite la rappresentanza della Commissione) insieme ad Australia, Canada, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Corea del Sud, Svezia e Regno Unito. Si tratta, tuttavia, di un forum di dialogo, più che operativo, per il coordinamento delle singole iniziative e strategie nazionali, seppur siano stati di recente individuati 12 progetti tra 200 potenziali investimenti per i quali vi sono potenzialità per portarli sul mercato.

Infatti, proprio sulla base di esigenze industriali differenti – rese ancor più palesi con il passaggio dell’Inflation Reduction Act (Ira) – i singoli Paesi hanno avviato dialoghi bilaterali con i Paesi ricchi di risorse minerarie. È il caso del Canada, che con la strategia nazionale pubblicata nel 2022 e 3,8 miliardi di dollari di supporto pubblico punta a diventare un hub minerario cruciale per le forniture globali, designando 31 materiali come “critici” di cui 6 (litio, grafite, zinco, rame, cobalto e rame) potenziali driver di crescita economica. E dell’Australia, che nel gennaio del 2023 ha annunciato un nuovo framework per incentivi e prestiti all’industria mineraria nazionale, con l’obiettivo di scalare la catena del valore e trattenere i materiali estratti per poter essere raffinati in loco (diminuendo, così, la dipendenza commerciale con la Cina, soprattutto su litio e minerale di ferro).

Gli Stati Uniti, con i quali i negoziatori dell’Ue sono impegnati per trovare un accordo su un Free Trade Agreement (FTA), hanno stretto accordi con l’Australia (principale produttore di litio e secondo produttore di terre rare, dietro la Cina) per consentire alle aziende minerarie australiane di accedere agli incentivi federali previsti dall’Ira. A livello legislativo, attraverso il Defence Production Act gli Usa hanno canalizzato investimenti in specifici progetti minerari a supporto delle esigenze industriali del Pentagono, e molto di recente siglato un accordo di finanziamento per espandere l’estrazione di cobalto (utilizzato nelle superleghe dei jet e nei magneti permanenti in diversi dispositivi militari) in Idaho.

In forza, invece, dal 2020 il Joint Action Plan con il Canada e la Critical Minerals Mapping Initiative, in collaborazione tra lo Usgs americano e le agenzie minerarie statali di Canada e Australia per la condivisione di intelligence e dati geologici nei rispettivi paesi. Di recente, gli Usa e la Gran Bretagna hanno incluso nell’Atlantic Declaration un importante clausola di collaborazione sulle materie prime. Inoltre, con l’annuncio della Critical Minerals Strategy nel 2022, Londra ha definito “critici” materiali come litio, grafite, terre rare, cobalto e silicio e si pone il triplice obiettivo di investire nell’economia circolare, rafforzare le partnership internazionali e diventare un centro globale di riferimento per la finanza sostenibile nei progetti minerari.

A livello multilaterale, come nel caso della Msp, i leader del G7 hanno di recente rilanciato, durante gli incontri in Giappone, il tema della sicurezza delle forniture e degli investimenti necessari a controbilanciare il dominio cinese. Un aspetto che rimane, operativamente e al netto degli accordi formali sopra riassunti, un ostacolo per spezzare la struttura oligopolistica del mercato di litio, nichel e cobalto, e quasi monopolistica (se consideriamo gli stadi di raffinazione e separazione) per le terre rare.

Secondo le stime di Benchmark Minerals Intelligence, esposte dal ceo, Simon Moores, sono ben 920 miliardi i dollari che serviranno, a livello estrattivo e di raffinazione, per andare incontro alle centinaia di gigafactory annunciate al 2035, in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione (solo della flotta automotive) a livello globale. Di cui $220 miliardi solo nello stadio minerario per i battery metals. Dati che ci ricordano quanto il settore privato – supportato e incluso in una supply chain che si fa sempre più regionalizzata per esigenze di sicurezza a livello governativo – dovrà mobilitare in termini di risorse finanziarie e imprenditoriali. Si tratta, in ogni caso, di opportunità di mercato che fanno gola ai Paesi ricchi di risorse: solo per il litio, assumendo un output globale da 3 milioni di tonnellate di carbonato equivalente (Lce) nel 2030 ai correnti prezzi spot ($70.000/t), si tratterebbe di un mercato da 210 miliardi di dollari.

Opportunità, certo, ma costi (spesa per conto di capitale) e investimenti che le grandi multinazionali del settore (BHP, Rio Tinto, Vale, Anglo American e Glencore) sembrano non aver appieno reindirizzato sui materiali per la transizione non tanto per mancanza di flessibilità finanziaria, quanto perchè ancora focalizzati a distribuire i dividenti sulle commodity tradizionali e in attesa di un rialzo strutturale dei prezzi delle materie prime critiche (che sono tecnicamente più complesse da gestire). È per questo che il sostegno a nuovi progetti, perlopiù di junior miners, e alle forniture sono cruciali per la diversificazione e la sicurezza degli approvvigionamenti. La nascita di fondi nazionali, come in Francia, Germania e Italia testimonia questa crescente esigenza, laddove le forze del mercato non siano sufficienti.

Ad aprile, Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden, ha ricordato come le filiere green rischino di essere utilizzate come arma di ricatto come il petrolio negli anni 70’. Uno scenario che, considerato il trend di protezionismi in crescita nel settore delle materie prime come evidenziato dall’Oecd (con la Cina principale indiziata), già manifesta alcuni non troppo timidi segnali.

Il punto rimane evitare che gli sforzi di politica industriale possano diventare controproducenti e scongiurare cartelli oligopolistici. In quest’ottica, l’International Energy Agency (Iea) ha annunciato che riunirà paesi produttori e consumatori in una prima grande conferenza sul tema sponsorizzata dall’agenzia, a settembre. L’auspicio è mitigare i rischi che potrebbero nascere con gli attuali colli di bottiglia di mercato e il manifestarsi di crisi geopolitiche (soprattutto tra Usa e Cina), che potrebbero rallentare la spinta verso il Net Zero.

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