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Vi spiego il bicchiere troppo pieno di Donald Trump. L’analisi di Polillo

A Davos il Presidente ha dipinto un’America in forte ripresa ma Lagarde nel suo intervento ha ritenuto utile spegnere facili ottimismi. Gianfranco Polillo legge le ultime previsioni tra Congressional Budget Office, Fed e Bce

A Davos, Donald Trump aveva descritto un’America meravigliosa. Grazie a un solo anno della sua presidenza il Paese era rifiorito, cancellando i disastri grandi e piccoli del suo precedessore: Joe Biden l’addormentato, come non aveva esitato a definirlo. In quel lungo discorso, che aveva sforato il tempo concordato, molti erano stati i numeri che aveva indicato a sostegno della sua analisi. Mescolando abilmente rifermenti macro e dati della vita reale.

Parlando del pericolo dell’inflazione aveva indicato i segnali che avrebbero portato il suo tasso di crescita all’1,6%, a dimostrazione del perché nei giorni precedenti si era scagliato contro Jerome Powell, il governatore della Fed, colpevole di non abbattere i tassi di interesse. Un successo, che avrebbe dovuto trovare conferma nel crollo del prezzo della benzina che da 7/8 dollari al gallone, in alcuni Stati dell’Unione, era già scesa sotto i 2 dollari. Lasciando ad intendere che su questo livello si sarebbe attestato.

Parlando delle prospettive di crescita aveva poi citato il dato del terzo trimestre, aumentandolo un poco. Un tasso del 5,4%, contro la certificazione del Bureau of Economic Analisys che invece aveva certificato una crescita del 4,4%, relativamente ai mesi di luglio, agosto e settembre; ma solo come evento eccezionale dovuto al fatto che nei trimestri precedenti essa era risultata ben più contenuta, negativa nel primo trimestre e 3,8% nel secondo. Ragione per la quale il Cbo (Congressional Budget Office), nelle sue ultime previsioni del dicembre dello scorso anno, prevedendo una crescita per il quarto trimestre dell’1,2%, ipotizza una crescita complessiva a fine anno dell’1,9%.

“La crescita del Pil – scrive, infatti, il Cbo – aumenta da una stima dell’1,9% nel 2025 al 2,2% nel 2026”. Negli anni successivi – aggiunge – “un mix di fattori positivi e negativi porterà a una crescita media dell’1,8%”. Durante quel periodo, infatti, si esaurirà la spinta propulsiva derivante dal Reconciliation Act del 2025 (“One Big Beautiful Bill Act ) e “gli effetti positivi sulla produttività derivanti dall’adozione dell’Intelligenza Artificiale generativa”. Mentre, negli anni successivi, prevarrà una contrazione della “domanda aggregata”, frutto dell’esaurirsi della precedente manovra e un “rallentamento della crescita della forza lavoro dovuto alla riduzione dell’immigrazione netta”. Un quadro con luci ed ombre, quindi. Altro che “la più grande crescita economica della storia del nostro Paese”: come proclamato da Trump nel suo intervento a Davos.

Sarà forse anche per questo che Christine Lagarde, attuale presidente della Bce, nel suo intervento abbia ritenuto utile spegnere facili ottimismi. Pur senza citare il Presidente degli Stati Uniti, aveva invitato tutti a un maggior realismo. “Sentiamo circolare molti numeri – aveva detto testualmente – e vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che i numeri devono essere definiti con precisione (…) I miei economisti dicono spesso che bisogna distinguere il segnale dal rumore e credo che in questa settimana ci sia stato molto rumore”.

Quel rumore, del resto che i mercati non sembra stiano apprezzando. Il dollaro ha ceduto terreno nei confronti di tutte le principali valute. Nei confronti dell’euro la svalutazione è pari al 20%. Nelle settimane passate si era apprezzato solo nei confronti dello yen. Il valore della moneta giapponese, rispetto al biglietto verde era diminuito del 13%, nel periodo che va dall’aprile 2025 alla scorsa metà di gennaio. Un andamento che aveva neutralizzato il peso dei dazi americani sulle produzioni nipponiche, salvo l’acciaio e l’alluminio, fermi al 50%, ma salvando tutto il resto: in particolare l’automotive. A partire dalla metà di gennaio, invece, lo yen si è leggermente apprezzato. A seguito della vendita di dollari da parte della Banca centrale, propio per evitare l’eccessivo deprezzamento dello yen: ai minimi storici, negli ultimi 10 anni.

Anche di fronte a fenomeni così complessi, Donald Trump ha mostrato ottimismo. Bene – ha sostenuto – tutto ciò contribuirà a migliorare la bilancia dei pagamenti americana ancora in rosso. È l’esaltazione del bicchiere mezzo pieno che non vuole fare i conti con il suo contrario. La forte svalutazione del dollaro produce, infatti, due conseguenze negative. Fa crescere, innanzitutto, l’inflazione interna a causa dell’aumento del prezzo in dollari di tutte le importazioni. Per fortuna gli States non hanno problemi sul fronte del petrolio, essendo tra i principali esportatori. La caduta del biglietto verde, tuttavia, aiuta tutti gli altri concorrenti. Garantendo loro uno sconto che è pari al differenziale con le rispettive monete. Nel caso europeo, circa un 20%.

Sempre secondo il Cbo, l’aumento dei prezzi continuerà a turbare la vita degli americani. Le proiezioni nel prossimo triennio indicano solo variazioni marginali, soprattutto per l’anno in corso, quando si svolgeranno le elezioni di midterm. Leggermente più consistenti negli anni successivi. Il livello generale dei prezzi, nelle sue diverse articolazioni statistiche, dovrebbe comunque posizionarsi al di sopra del 2%, impattando negativamente con le politiche della Fed. È quindi prevedibile che le polemiche con il suo Presidente continueranno anche quando, a maggio, Jerome Powell sarà sostituito dal suo successore – Kevin Warsh – appena nominato dal Presidente.

I mercati hanno reagito a quest’ultimo avvenimento premiando il dollaro che si è leggermente rivalutato. Si stima, infatti, che la Fed continuerà nel solco della sua tradizione di indipendenza dal potere politico. Che il prossimo Presidente sia di vedute repubblicane conta poco. Anche Jerome Powell lo era ed era stato nominato proprio da Donald Trump nel corso del suo primo mandato. Salvo poi divenire un suo acerrimo nemico, perché deciso a tutelare l’indipendenza della Banca centrale americana: non per capriccio, ma avendo chiaro in mente quale sarebbero state le drammatiche conseguenze in caso di cedimento.

Tanto più se si considera che il debito pubblico continua ad essere un grande problema americano. Preoccupa non solo la sua dimensione, ormai simile a quella italiana, ma soprattutto la sua accelerazione, considerato che dall’inizio del Terzo Millennio esso è passato dal 53,2% del Pil al 121%. In pratica più che raddoppiando. Quando, nello stesso periodo, quello italiano, frutto di un precedente travagliato periodo storico, era cresciuto solo del 24,1%. Nel prossimo triennio, sempre secondo le stime del Cbo, gli interessi pagati sui Treasury a 10 anni, che lo finanziano, dovrebbero aumentare, seppure leggermente: passando dal 4,1 al 4,3%. Difficile, al momento valutare il loro impatto sugli equilibri più generali della finanza pubblica americana. Di certo tuttavia un risultato non positivo. Il loro peso sottrae risorse che potrebbero essere utilizzate in modo più produttivo.

Premia invece gli investitori esteri di quei Paesi che possono vantare una moneta più forte. Gli europei, ad esempio, approfittando della svalutazione del dollaro possono acquistare Treasury a 10 anni, puntando su un rendimento pari al 5,25%. Dovuto al tasso di interesse praticato, corretto tuttavia dal capital gain derivante dal maggior valore dell’euro nei confronti del dollaro. Ovviamente non è detto che questi guadagni, alla fine si concretizzeranno nella loro interezza. Dipenderà dal valore del dollaro al momento della scadenza o della precedente vendita del titolo. Nel relativo intervallo, tuttavia, gli interessi percepiti saranno quelli indicati e avranno il sapore di una vera primizia.


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