Dopo aver intessuto una rete di accordi commerciali per garantirsi gli approvvigionamenti di minerali critici e dando all’Europa un buon motivo per fare altrettanto, adesso l’America alza il tiro. Lavorando a un listino prezzi alternativo a quello cinese. E così il dominio del Dragone sulle materie prime è sempre più fragile
Gli Stati Uniti fanno sul serio sulle terre rare, tanto da sfidare la Cina, che nel campo dei minerali critici è semi-monopolista globale, sul terreno dei prezzi. Come a dire, è tempo che il Dragone, che possiede il 70% delle miniere sparse per il Pianeta, non sia il solo a dettare il listino delle materie prime. La corsa alle terre rare, sempre più ultima frontiera della competitività, entra dunque in una nuova dimensione. Non si tratta più soltanto di stringere accordi con Paesi ricchi di minerali ma fuori dall’orbita cinese, come l’Ucraina, il Brasile o il Canada.
Washington fino a questo momento ci è riuscita benissimo, portandosi dietro la scia anche l’Europa, la quale sta timidamente e un poco alla volta guardandosi attorno, per assicurarsi approvvigionamenti di materie prime, senza dover dipendere troppo dal Dragone. Ora però per gli Stati Uniti il terreno della competizione sui minerali si sposta su un altro campo di gioco, quello dei prezzi. Il governo americano, infatti, sta sviluppando in queste settimane un sistema di prezzi minimi per i minerali essenziali, per proporli agli alleati sotto forma di listino alternativo a quello cinese.
Una notizia arrivata direttamente dalla bocca del sottosegretario di Stato per gli Affari Economici, Jacob Helberg, il quale ha affermato che diverse agenzie statunitensi hanno messo a terra il sistema e stanno dialogando con alleati e partner. “Abbiamo chiesto a diverse agenzie di analizzare attentamente la questione. Hanno sviluppato un sistema di prezzi minimi molto, molto sofisticato, di cui stiamo discutendo con i nostri alleati e partner”, ha dichiarato Helberg. “Siamo molto entusiasti perché il prezzo è la chiave per sbloccare gli investimenti privati”.
Insomma, con ogni probabilità non sarà più il Dragone a dettare legge sulle terre rare. Cosa che, fino a questo momento, è in realtà accaduta. D’altronde, è ormai quasi una legge naturale, chi ha più minerali critici, chi possiede più terre rare, vince.
Si prenda il caso del litio e del nichel, due elementi imprescindibili nella competitività del futuro, a cominciare dalla transizione energetica, arrivando fino alle batterie per le auto elettriche. Ecco allora, solo poche settimane fa, l’ultima mossa della Cina: aprire il mercato dei futures legati alle materie prime agli investitori esteri. Con l’obiettivo, sotteso, di aumentare il proprio peso nei prezzi legati ai minerali.
Un future sulle materie prime è un contratto di compravendita a termine standardizzato, negoziato su un mercato regolamentato, che ha come sottostante una qualsiasi materia prima (commodity), come ad esempio metalli, prodotti agricoli, petrolio, gas, energia elettrica. In altre parole, tali contratti mostrano i prezzi dei beni in tempo reale. Ora, come detto, la Cina aprirà agli investitori stranieri i mercati dei futures per 14 materie prime, tra cui carbonato di litio e nichel. Con un obiettivo: dare alla Cina un maggiore potere di determinazione del prezzo di queste materie prime chiave. Appunto.
















