Un euro digitale che diventa anche infrastruttura di protezione sociale può rafforzare fiducia, coesione e legittimità democratica. Con una condizione essenziale: la tecnologia da sola non basta. Senza relazioni, accompagnamento e comunità, anche il miglior strumento monetario resta incompleto. La lotta alla povertà richiede insieme moneta, istituzioni e legami. Il commento di Leonardo Becchetti
Povertà e diseguaglianze estreme non sono più solo un tema economico: sono diventate una questione di tenuta democratica. E la povertà, oggi, non coincide soltanto con la mancanza di reddito. È fragilità multilivello: lavoro intermittente, competenze insufficienti di fronte al progresso tecnologico e all’intelligenza artificiale, salute, casa, solitudine, esclusione digitale. Il punto è che, anche quando le misure esistono, spesso non raggiungono chi ne avrebbe davvero bisogno.
Qui entra in scena un fenomeno cruciale e sottovalutato: il “mancato take-up”. Persone che avrebbero diritto ai sostegni non fanno domanda, o non riescono a completare le procedure. Non perché non sappiano che esistono aiuti, ma perché la macchina amministrativa è complessa: portali, linguaggi ostici, Spid, certificazioni, documenti da recuperare. Per una persona fragile, attraversare questo labirinto può essere semplicemente impossibile. Gli ingredienti ci sono, ma manca il cuoco.
Da qui una prima idea: servono misure universali selettive. Universali perché nessun povero vero deve restare escluso; selettive perché il sostegno va concentrato su chi è sotto soglia e personalizzato in base ai profili. Ma universalismo selettivo non significa solo algoritmi e graduatorie: significa soprattutto capacità di “prendere in carico” le persone. E qui arriva la seconda idea, decisiva: il trasferimento monetario è necessario, ma non sufficiente. Senza accompagnamento, aumentano esclusione, errori, abusi e inefficacia. Per questo l’infrastruttura economica deve essere affiancata da un’infrastruttura relazionale.
Questa infrastruttura relazionale ha un nome semplice: “angeli sociali”. Figure di prossimità, formate e riconosciute, capaci di mettersi accanto alla persona fragile, orientarla, motivarla, aiutarla nella navigazione dei servizi e soprattutto ricostruire fiducia. Non qualcuno che “fa la domanda al posto tuo”, ma qualcuno che ti porta a farla: che ti prende per mano per attraversare una complessità altrimenti invalicabile. Resta però una domanda: come finanziare stabilmente una strategia anti-povertà in un’epoca di vincoli fiscali e debito elevato? Qui si apre una finestra storica: l’arrivo dell’euro digitale. In questo contesto prende forma una proposta: un social quantitative easing (social Qe). Una quota limitata e programmata di euro digitale potrebbe essere accreditata direttamente su borsellini digitali dei beneficiari, con trasmissione rapida, trasparente e verificabile.
L’obiezione è immediata: è helicopter money, genera inflazione. Ma la storia recente è più complessa: il Qe tradizionale non ha prodotto automaticamente inflazione al consumo, mentre quella del 2021–2023 è stata trainata soprattutto da shock di offerta. Questo non significa negare il rischio: significa governarlo, con quantità contenute, freni automatici e sospensione al superamento di soglie sull’inflazione core. La posta in gioco, infine, non è solo sociale ma istituzionale. Un euro digitale percepito come strumento tecnocratico rischia di essere irrilevante. Un euro digitale che diventa anche infrastruttura di protezione sociale può invece rafforzare fiducia, coesione e legittimità democratica. Con una condizione essenziale: la tecnologia da sola non basta. Senza relazioni, accompagnamento e comunità, anche il miglior strumento monetario resta incompleto. La lotta alla povertà richiede insieme moneta, istituzioni e legami.
















