Il referendum sulla giustizia non è più un voto contro Meloni ma un test politico sulla linea di Elly Schlein. La campagna del No è radicalizzata e urlata, con attacchi alle istituzioni e una “caciara” costituzionale che segnala nervosismo. Sullo sfondo, un Sì trasversale e solido nel Paese, mentre la lettura anti-governo appare debole. Così il voto diventa un giudizio sulla leadership del Pd e sulla sua capacità di offrire un’alternativa credibile. Il graffio liberale di Sterpa
Radicalizzare lo scontro. Queste appaiono le parole d’ordine che guidano i partiti e i comitati che sostengono il No. Lo si evince dalla comunicazione, piena di grida e di infondate minacce che avvertono sulla fine della democrazia e sull’abbattimento della Costituzione se vincesse il Sì.
Fino al punto che anche il Presidente Sergio Mattarella è trascinato nella guerra elettorale con accuse dirette e indirette con, da ultimo, Il fatto quotidiano che lo associa alla Meloni in una non meglio definita attività di contrasto ai “firmatari ritardatari” ossia quelli che hanno raccolto le firme per il referendum mentre la procedura era di fatto conclusa.
Questo perché il Capo dello Stato ha fatto il suo lavoro ossia ha adottato un decreto che aggiorna (inutilmente, ma lo ha chiesto l’ufficio della Cassazione) il quesito senza spostare la data già fissata.
Ma non c’è solo questo. C’era un precedente non da poco. Poche settimane prima, i “raccoglitori ritardatari” hanno impugnato la deliberazione del Consiglio dei Ministri che fissava quesito e data del voto e successivamente hanno addotto motivi aggiunti contro il Decreto del Presidente della Repubblica che faceva proprie le decisioni del Governo.
In molti hanno commentato la decisione (impeccabile) del Tar che ha respinto le lamentele ma in pochi hanno ricordato che in modo del tutto inaudito i sostenitori del No hanno di fatto ritenuto che anche Mattarella avesse compiuto un atto lesivo dei diritti dei cittadini.
Si, proprio quel Mattarella, al quale si tira ogni tanto la giacchetta perché dovrebbe fermare (non promulgandola) qualche legge di questa maggioranza o magari non emanare qualche decreto-legge del Governo.
D’altronde, che destino hanno avuto le dichiarazioni a favore del Si di ex presidenti e giudici della Corte costituzionale?
Ritenuti meno adeguati di Marisa Laurito, Pif e Barbero ad esprimersi su di una riforma costituzionale, sono stati di fatto accumunati ai fascisti che facevano il saluto romano.
Insomma, Augusto Barbera sarebbe colluso con chi urla “presente” al saluto romano e il buon collega Prosperetti, uomo di una mitezza che sconfina finanche nella bontà angelica, sarebbe alleato della destra radicale.
Poi arriva la Corte di Cassazione che, con una decisione rocambolesca, apre apertis verbis uno scontro con il giudice amministrativo e contravvenendo alle sue precedenti decisioni fa cambiare il quesito (che nessuno legge…) aggiungendo alcuni articoli.
Insomma, mi sembra che si voglia, come diciamo a Roma, “buttarla in caciara”.
Senza dimenticare che ad avere una lettura istituzionale davvero discutibile sono anche altri soggetti che hanno una rilevanza pubblica: faccio riferimento all’Anm che assiste silenziosa a magistrati in carica che fanno incontri e convegni per il No nel proprio distretto di competenza, organizza eventi tipici dei comitati elettorali mentre decine di magistrati chiedono un ruolo terzo dell’Associazione e molti firmano appelli (singolarmente) per il Sì.
Ciò accade nonostante le norme e le sentenze della Corte costituzionale chiedano ai giudici non solo di essere ma anche di apparire imparziali, gli vieta di iscriversi ai partiti politici senza dimenticare che anche la partecipazione assidua e strutturata ad eventi di partiti sia vicina a questo limite.
Ma il nervosismo in politica è sempre un sintomo che parla di qualcosa di profondo. Due cose vedo: la prima la consapevolezza che le posizioni del Sì sono forti e radicate nel Paese, diffuse e trasversali; la seconda è che la chiave di lettura “anti Meloni” è debole e le bugie tecniche di chi usa per l’ennesima volta la Costituzione come strumento di parte in una competizione elettorale hanno un sapore stantio già assaggiato e oggi indigesto anche a parte della sinistra.
In molti hanno maturato la consapevolezza che la classe dirigente della sinistra italiana, dalla CGIL, all’ANPI, insieme al Pd, stanno solo saldando la loro battaglia contro la Meloni con quella delle correnti della magistratura di resistere in un ruolo di guida dei magistrati eletti al CSM che invece la riforma vuole liberare.
E il Paese lo sente. Non è ormai neppure una battaglia tra centro-sinistra e centro-destra ma tra un pezzo più radicale della sinistra (anche composta da soggetti che non sanno prendere le distanze da frange estreme e pericolose, sia a Torino che nelle attività ProPal) e il resto del mondo (moderato, produttivo, riformista, conservatore, liberale, cattolico e socialista) unito dalla serenità di una misura che fa bene al Paese e ai diritti.
Ecco allora che succede se questi sono gli schieramenti: il referendum è su questa radicalità e chi la legittima e guida pensando di cavalcarla per cacciare la Meloni dal governo.
Cara Schlein, questo referendum è sempre più su di te che guidi un partito che usa D’Orsi per sostenere il No, dimenticando che il Capo dello Stato il 17 novembre ha convocato un Consiglio supremo di difesa sulla minaccia ibrida e cognitiva russa.
Certo, poi togli il post.
Ma, come dire, si vedono le dita sporche di marmellata.
Facciamo così: se vince il Sì questa volta a dimettersi è chi guida il maggior partito di opposizione perché gli elettori non lo considerano in grado di creare un’alternativa politica?
















