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Guerini, Petrelli e Vecchiarino a confronto sull’intelligence della Seconda guerra mondiale

Dall’operazione Mincemeat allo spionaggio atomico, fino alle reti clandestine attive nella Roma occupata, il confronto promosso da Formiche ricostruisce il ruolo decisivo dell’intelligence nella Seconda guerra mondiale. Tra depistaggi, competizione tecnologica e sacrifici individuali, emerge un filo che lega passato e presente, il rapporto tra informazione, innovazione e responsabilità politica nelle scelte strategiche

L’intelligence come architrave nascosta del conflitto, più che come semplice elemento accessorio o letterario. È questa la chiave emersa all’aperithink promosso da Formiche e dall’Istituto Gentili, moderato da Flavia Giacobbe, direttrice di Formiche e Airpress, dedicato al libro “Spie e sabotatori della Seconda guerra mondiale” di Domenico Vecchiarino, un volume che ricostruisce ventiquattro episodi di spionaggio e sabotaggio capaci di incidere sugli equilibri militari e politici del conflitto. Il confronto ha intrecciato ricostruzione storica e riflessione strategica, mettendo al centro il rapporto tra operazioni clandestine, innovazione tecnologica e decisione politica.

Depistaggio e strategia operativa

Tra gli episodi richiamati nel dibattito, Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, si è soffermato sull’operazione britannica nota come “Mincemeat”, uno dei più riusciti depistaggi della guerra. Un’azione costruita nei dettagli, dall’identità fittizia attribuita al corpo ritrovato in mare fino alla rete di documenti e oggetti personali pensati per rendere credibile la falsa pista sugli sbarchi alleati.

A sintetizzarne l’esito fu il telegramma indirizzato a Winston Churchill: “carne tritata ingoiata interamente con la canna, lenza e piombo”. Un passaggio che restituisce la misura di un’operazione di disinformazione capace di orientare le valutazioni tedesche e di incidere concretamente sulla preparazione dello sbarco in Sicilia. In questa dimensione l’inganno non è un elemento collaterale, ma parte integrante della manovra militare.

Spionaggio atomico e competizione tecnologica

Niccolò Petrelli ha portato l’attenzione sul capitolo dedicato allo spionaggio legato ai programmi nucleari, dal confronto con le attività tedesche alle infiltrazioni sovietiche nel progetto Manhattan. Il punto centrale riguarda la prospettiva strategica che già durante la guerra orientava le grandi potenze. Petrelli ha evidenziato come non si trattasse soltanto di ottenere un vantaggio immediato nella conduzione del conflitto, ma di impostare fin da allora l’equilibrio del dopoguerra, con una raccolta informativa pensata anche in funzione dell’assetto politico e tecnologico successivo alla fine delle ostilità.

Nel racconto emerge lo sforzo organizzato di mobilitare scienza e apparati pubblici in una logica che oggi definiremmo di politica industriale strategica. L’intelligence non si limita a sottrarre informazioni militari, ma entra nella competizione tecnologica e industriale, con una pervasività che, nel caso sovietico, tocca anche infrastrutture governative e centri di ricerca statunitensi.

Roma come snodo clandestino

Domenico Vecchiarino ha ricostruito le vicende di Maurizio Giglio e Manfredi Talamo, inserendole nel quadro più ampio del contributo dell’intelligence italiana alla guerra di liberazione. “Un contributo molto importante”, lo ha definito, richiamando il peso di quelle attività “in ordine di vite umane” e in termini operativi.

Giglio, ufficiale che dopo l’8 settembre entra nell’Oss, l’antenato della Cia, e rientra a Roma come collegamento tra resistenza e agenti americani, incarna la dimensione umana e rischiosa dell’azione clandestina. Talamo rappresenta invece il versante tecnico e organizzativo, a partire dall’operazione che portò alla sottrazione del cosiddetto “Black code” dall’ambasciata americana a Roma, consentendo per un periodo di intercettare comunicazioni decisive nel teatro nordafricano.

Le due storie si intrecciano in un contesto urbano che diventa vero e proprio crocevia di servizi contrapposti, in una capitale occupata dove controspionaggio, reti clandestine e doppi giochi diplomatici si sovrappongono quotidianamente.

Tecnologia, analisi e decisione politica

Nella parte conclusiva del confronto, il discorso si è spostato sull’evoluzione dell’intelligence fino ai conflitti contemporanei. Guerini ha ricordato che “la superiorità tecnologica è sempre stato uno degli elementi determinanti dell’esito di un conflitto”, evidenziando come la dimensione tecnologica integri sempre più l’attività umana, dalla raccolta all’analisi dei dati.

Accanto alla tecnologia resta però centrale il rapporto tra apparati informativi e decisore politico. L’intelligence deve produrre analisi oggettive, indipendenti dalle aspettative del destinatario, mentre la politica è chiamata a considerarle con rispetto anche quando mettono in discussione valutazioni consolidate. La disponibilità di dati non elimina l’errore né l’ambiguità interpretativa, perché il fattore umano continua a incidere sia nella raccolta sia nella lettura delle informazioni.

Nel racconto delle operazioni della Seconda guerra mondiale e nelle riflessioni sul presente, l’intelligence emerge così come elemento strutturale dei conflitti, capace di condizionare scelte e scenari ben oltre il campo di battaglia visibile.


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