Mentre Washington imprime una svolta strutturale alle politiche di prezzo dei farmaci l’Europa rischia di trovarsi esposta a una doppia pressione: industriale e geopolitica. Per l’Italia la questione non riguarda solo il payback, ma l’intero assetto regolatorio. Senza una riforma orientata al value-based pricing e all’attrattività del sistema, l’accesso alle cure e il futuro di uno dei principali pilastri economici del Paese potrebbero subire un contraccolpo difficilmente reversibile
Mentre il dibattito pubblico italiano sulle politiche sanitarie rimane spesso incagliato in logiche contabili di breve respiro, sull’ecosistema globale delle Life science si sta abbattendo una tempesta perfetta. L’epicentro è a Washington D.C., dove la necessità di ridurre il prezzo dei farmaci è diventata una priorità assoluta e strutturale, sostenuta da un solido consenso bipartisan. Che la spinta provenga dall’amministrazione Trump o dalle storiche battaglie dei Democratici per la sostenibilità di Medicare, la direzione americana è tracciata: gli Stati Uniti non sono più disposti a sovvenzionare, da soli, l’innovazione farmaceutica globale.
Due direttrici per la strategia Usa
La strategia di Washington si muove su direttrici precise: l’applicazione di clausole di Most favored nation (Mfn) – che legano i prezzi americani a quelli più bassi praticati in Europa – e l’uso dello strumento commerciale della Section 301. Quest’ultima, in seguito all’investigazione formale da parte del United States Trade Representative autorizza il presidente degli Stati Uniti a prendere misure ritorsive (come l’imposizione di dazi doganali) contro nazioni straniere le cui leggi o pratiche violino accordi commerciali o risultino “ingiustificabili, irragionevoli o discriminatorie”, gravando sul commercio americano.
Quali conseguenze?
L’impatto di questo cambio di paradigma sull’Europa, e sull’Italia in particolare, rischia di essere dirompente, ben oltre i pur gravi rischi di ritorsione commerciale. Se il mercato Usa, che da solo rappresenta la fetta maggioritaria dei ricavi e finanzia la Ricerca e Sviluppo (R&D) mondiale, adotterà rigorosamente l’Mfn, le multinazionali del farmaco cambieranno radicalmente strategia. Per evitare che un prezzo basso concesso in Europa deprima automaticamente i margini negli Stati Uniti, le aziende saranno costrette a una scelta drammatica: imporre una spinta al rialzo sui prezzi nei mercati europei, oppure ritardare – se non addirittura restringere – il lancio di nuove terapie innovative e salvavita nel Vecchio Continente. È uno scenario in cui l’accesso alle cure per i pazienti italiani rischia un rallentamento senza precedenti. Un allarme che il settore farmaceutico sta già veicolando in modo corale nel dibattito pubblico.
Un approccio olistico alla riforma delle politiche farmaceutiche
In questo scacchiere, l’anomalia italiana del payback farmaceutico – che scarica forzosamente i deficit regionali sui bilanci delle imprese – non è solo un ostacolo interno, ma il potenziale innesco (il cosiddetto trigger) per un’investigazione commerciale della Section 301. Tuttavia, concentrarsi solo sull’abolizione o mitigazione del Payback significherebbe curare il sintomo ignorando la patologia.
Serve, al contrario, un approccio olistico alla riforma delle politiche farmaceutiche in Italia. L’architettura regolatoria e l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) devono essere messe nelle condizioni di superare la logica punitiva dei tetti di spesa a silos. È urgente transitare verso modelli di value-based pricing, che premino la reale innovazione clinica e garantiscano al contempo la sostenibilità del sistema, rendendo il nostro mercato prevedibile e in grado di assorbire l’urto delle dinamiche di pricing globali.
Un pilastro economico per il Paese
L’urgenza di questa riforma è dettata anche dal peso specifico che l’industria farmaceutica riveste per l’Italia. Parliamo di un pilastro economico che genera un contributo fondamentale in termini di Pil, occupazione di altissima qualità, export ed eccellenza manifatturiera. Ignorare la pressione americana significa mettere a rischio questo patrimonio industriale, incentivando la fuga di capitali e sperimentazioni cliniche verso lidi più attrattivi.
L’autogol europeo
A rendere il quadro ancora più complesso è l’incrocio di queste dinamiche con il recentemente approvato Pharma Package europeo che, pur nascendo con l’intento di ampliare l’accesso alle cure in tutti gli Stati membri, rischia di indebolire ulteriormente la competitività del continente, con una deindustrializzazione irreversibile del settore Life science europeo a vantaggio di Stati Uniti e Asia. Nei prossimi anni infatti, la perdita stimata di investimenti per il continente europeo ammonta a circa 100 miliardi. Un vero e proprio esodo.
Navigare la transizione geopolitica con una nuova agenda
Per l’Italia, il tempo della distrazione è finito. Governo e Parlamento devono inserire la politica farmaceutica a pieno titolo nell’agenda della sicurezza economica e della politica estera nazionale. Solo una riforma strutturale, che armonizzi la sostenibilità finanziaria con l’attrattività industriale e la rapidità di accesso all’innovazione, permetterà a Roma di navigare questa complessa transizione geopolitica, proteggendo la salute dei cittadini e la tenuta del proprio tessuto economico.
















