A Bruxelles si continua a lavorare all’Industrial accelerator act, che prevede contributi statali solo a quelle aziende che si riforniranno di componentistica europea e non straniera. Un altro colpo alla Cina e alla sua concorrenza sleale
Europa first. Bruxelles aggiusta il tiro contro la Cina, rea di non aver giocato secondo le regole almeno nel campo delle auto e delle rinnovabili. Proprio in queste ore la Commissione europea sta elaborando una normativa specifica nell’Industrial Accelerator Act, il corpus normativo con cui l’Ue punta a dare priorità e preferenza ai propri prodotti. Ebbene, le auto elettriche potranno accedere ai sussidi pubblici solo se avranno almeno il 70% di componenti provenienti dall’Ue, esclusa la batteria, calcolati in base al valore.
Una mossa chiaramente orientata a tenere alla larga, per quanto possibile, la componentistica e la tecnologia cinese dall’industria europea, oltre ai costruttori del Dragone, come Byd, che nel tempo hanno mandato in crisi uno dei pilastri dell’economia europea, l’automotive. La legislazione stabilirà inoltre che diversi componenti principali della batteria di un veicolo debbano avere origine nell’Unione europea. Si tratta di un requisito distinto da quello del 70%, ma molto impegnativo, data la forte dipendenza dell’industria Ue dalla Cina (e dal suo campione Catl) per la tecnologia degli accumulatori e dei materiali.
Insomma, i piani europei per tentare di garantire all’industria europea una sua autonomia sono fin troppo chiari. Non è pensabile, d’altronde, perdere pezzi importanti nei confronti dell’inesorabile marcia in avanti della Cina. Attenzione, non c’è solo l’automotive. Bruxelles ha infatti stabilito che almeno il 25% dei prodotti in alluminio e il 30% delle materie plastiche utilizzate per finestre e porte nel settore edile siano fabbricati in Ue per poter beneficiare di sussidi governativi o appalti pubblici.
Un pacchetto di misure di sostegno per il settore dei veicoli elettrici e per l’industria pesante, compresa l’edilizia, che rientrano nello sforzo complessivo dell’Ue di salvare la sua base manifatturiera da 2,6 milioni di miliardi di euro. Non bisogna mai dimenticare come le industrie manifatturiere in molti Paesi europei hanno dovuto licenziare migliaia di lavoratori e chiuso diversi stabilimenti proprio a causa della concorrenza cinese, forte di una manodopera a basso costo ed accesso facilitato alle materie prime.
















