L’annuncio di un accordo commerciale tra Stati Uniti e India, anticipato dalle parole di Narendra Modi e confermato da Donald Trump, segna una de-escalation dopo mesi di tensioni tariffarie. In assenza di testi ufficiali, restano però aperti nodi chiave su impegni energetici, volumi di scambio e reale portata dell’intesa
“È stato meraviglioso parlare oggi con il mio caro amico, il presidente Trump. Sono lieto che i prodotti Made in India beneficeranno ora di una tariffa ridotta al 18%. Un grande ringraziamento al presidente Trump, a nome degli 1,4 miliardi di indiani, per questo importante annuncio”. Con queste parole il primo ministro Narendra Modi ha dato notizia del raggiungimento di un’intesa — direttamente mediata con il leader statunitense — per un accordo commerciale tra India e Stati Uniti, inquadrandolo come un risultato politico e simbolico prima ancora che economico. Non a caso, Modi esalta la dimensione di potenza demografica del suo Paese, menzionando quel miliardo e mezzo di indiani che guardano a questa intesa, e nel messaggio ha aggiunto che la cooperazione tra “le due più grandi democrazie del mondo” può sbloccare immense opportunità. Ha anche espresso sostegno alla leadership americana in materia di pace e stabilità, con un messaggio diretto a Trump e ai suoi desiderata di peacekeeper globale. Non banale, se si considera che le ultime tensioni tra Washington e New Delhi, che avevano portato gli Usa a inasprire pesantemente i dazi contro il Subcontinente, si legavano alla negazione indiana del ruolo di pacificatore che Trump rivendicava nelle schermaglie del 2024 tra India e Pakistan.
La versione della Casa Bianca è similmente entusiasta. Il presidente Donald Trump ha annunciato che Washington ridurrà con effetto immediato le cosiddette reciprocal tariffs applicate all’India dal 25 al 18%, presentando la decisione come il risultato di un’intesa raggiunta “per amicizia e rispetto” nei confronti di Modi. Nel suo messaggio, Trump ha sostenuto che l’India si sarebbe impegnata a ridurre a zero dazi e barriere non tariffarie sui prodotti statunitensi e ad acquistare beni americani per oltre 500 miliardi di dollari, con particolare riferimento a energia, tecnologia e agricoltura (annuncio subito rilanciato dallo specifico Dipartimento dell’amministrazione statunitense, perché angolo di grande valore commerciale). Il presidente americano ha inoltre collegato l’accordo a un ridimensionamento degli acquisti indiani di petrolio russo, associando questo alla fine consequenziale dell’invasione dell’Ucraina (sottintendendo dunque che essa prosegua grazie ai proventi che Mosca ottiene dalle vendite di petrolio all’India, circostanza allusiva non pienamente fattuale e che dimentica il ruolo cruciale svolto in questo e altri settori dalla Cina).
L’annuncio segna una de-escalation dopo mesi di tensioni. Nell’agosto scorso, l’amministrazione statunitense aveva imposto all’India una penalità tariffaria aggiuntiva del 25 per cento, legata formalmente proprio agli acquisti di greggio russo, che si sommava ai dazi “reciprocal” già in vigore. Il risultato era stato un livello tariffario complessivo del 50 per cento, tra i più elevati applicati dagli Stati Uniti a un grande partner commerciale. Quella decisione aveva contribuito a bloccare negoziati in corso e ad aggravare le frizioni politiche tra Washington e New Delhi. Sebbene sui media internazionali i funzionari americani insistano sulla questione del petrolio russo, al momento non è stato reso pubblico alcun testo dell’accordo né una dichiarazione congiunta che chiarisca se questo impegno sia stato formalizzato in termini giuridicamente vincolanti o resti una promessa politica. È uno dei nodi da risolvere analizzati da Vas Shenoy (ICC) su queste colonne.
Inoltre, le cifre sugli acquisti di beni statunitensi sollevano ulteriori interrogativi. Nel 2024 il commercio bilaterale tra Stati Uniti e India ammontava a circa 212 miliardi di dollari. Le esportazioni americane verso l’India, includendo beni e servizi, superavano di poco gli 80 miliardi. Diversi analisti hanno quindi espresso scetticismo sulla possibilità che Nuova Delhi possa aumentare gli acquisti fino a 500 miliardi di dollari nel breve periodo, soprattutto in assenza di indicazioni su orizzonte temporale, settori coinvolti e natura vincolante degli impegni annunciati.
Dal punto di vista commerciale, la riduzione dei dazi rappresenta comunque un allentamento significativo delle pressioni. Il livello del 18% è nettamente inferiore al picco raggiunto nei mesi scorsi e migliora la posizione competitiva dell’India rispetto ad altri esportatori asiatici, molti dei quali continuano a fronteggiare tariffe comparabili o superiori sul mercato statunitense. I settori indiani più colpiti dalla precedente escalation, come tessile, gemme e prodotti ittici, potrebbero beneficiarne in modo diretto, mentre comparti già relativamente protetti, come quello farmaceutico, restano meno esposti.
Sul piano politico, l’intesa riapre uno spazio di dialogo ma non cancella le tensioni emerse. Secondo Evan Feigenbaum del Carnegie, la situazione precedente era diventata insostenibile e un accordo era necessario, ma il risultato va letto come una stabilizzazione più che come una svolta strutturale. Il ricorso ai dazi come strumento di pressione resta una componente centrale dell’approccio americano e rende la tenuta dell’intesa dipendente dall’evoluzione del contesto politico. Per ora, in assenza di documenti ufficiali, l’accordo Usa–India resta quindi sospeso tra annuncio — probabilmente pensato anche in vista della visita del ministro degli Esteri indiano, S. Jaishankar, a Washington, presente al Critical Minerals Summit — e attuazione. La sua portata effettiva dipenderà dai dettagli che verranno messi nero su bianco e dalla capacità delle due parti di trasformare una de-escalation tattica in un quadro commerciale strategico, dunque stabile nel tempo.
















