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Ecco perché sul nucleare l’approccio migliore è quello “su misura”. Report Nia

Il report di Jessica Lovering per la Nuclear Innovation Alliance sostiene che il futuro del nucleare non dipende dalla scelta tra piccoli o grandi reattori, ma dalla capacità di costruire filiere industriali, serialità produttiva e regole proporzionate ai rischi. Le economie di scala restano valide solo se accompagnate da standardizzazione e politica industriale

Per decenni, nel dibattito sul futuro del nucleare, si è sempre seguita la logica del “più grande è meglio è”, con reattori sempre più potenti pensati per inseguire economie di scala e sostenere la crescita della domanda elettrica. Ma oggi la situazione è cambiata, sottolineando invece l’efficienza e la flessibilità dei cosiddetti small modular reactors (Smr). Ma c’è qualcuno che prova a cambiare la prospettiva.

Nel suo report Right-Sizing Reactors, pubblicato dalla Nuclear Innovation Alliance, Jessica Lovering prova però a cambiare i termini della discussione, non limitandosi alla dicotomia piccolo contro grande, ma chiedendosi quale taglia sia quella giusta per quale mercato e, soprattutto, quali condizioni industriali e regolatorie servono perché il nucleare torni a essere costruibile con costi e tempi sostenibili.

Il report richiama infatti la letteratura sui grandi progetti infrastrutturali, secondo cui il nucleare è tra i settori più vulnerabili a ritardi e sforamenti di costo. I casi di Vogtle Nuclear Power Plant e Flamanville Nuclear Power Plant vengono utilizzati come esempi emblematici dei limiti dei grandi impianti costruiti come progetti unici. La conclusione, tuttavia, non è che i grandi reattori siano destinati al fallimento, ma che le economie di scala funzionano solo se accompagnate da standardizzazione dei design, ripetizione delle costruzioni e da una politica industriale coerente. Vedasi i casi di Corea del Sud e Cina, dove la riduzione dei costi è stata resa possibile da programmi centralizzati, filiere dedicate e dalla costruzione in serie di pochi modelli. In altri termini, il report suggerisce che senza una struttura industriale stabile e coordinata, il rischio di progetto tende ad annullarne i benefici.

Il passaggio centrale del documento riguarda però lo spostamento dall’idea di economie “di scala” a quella di economie “di volume”. I piccoli reattori modulari e i microreattori vengono presentati come una scommessa sulla standardizzazione, sulla fabbricazione in fabbrica e sull’apprendimento rapido attraverso la ripetizione. Lovering insiste però sul fatto che questi vantaggi esistono solo se i fornitori riescono a ottenere portafogli ordini sufficienti a giustificare investimenti industriali veri. Un aspetto particolarmente rilevante riguarda il modo in cui si stimano i costi dei reattori di piccola taglia. Applicare semplici formule di scala partendo dai grandi reattori tradizionali, secondo il report, porta a risultati distorti, soprattutto per i microreattori. Questi ultimi non sono versioni ridotte dei grandi impianti ad acqua leggera, ma sistemi spesso molto diversi per architettura, materiali e soluzioni di sicurezza, e richiedono stime ingegneristiche dedicate.

Accanto alla dimensione industriale, il report dedica ampio spazio alla regolazione, con riferimento al sistema statunitense. L’impianto normativo della U.S. Nuclear Regulatory Commission è stato concepito per pochi grandi reattori costruiti come progetti su misura. Ne deriva un sistema di costi di licensing e di requisiti procedurali che non scala con la potenza dell’impianto e che penalizza in modo sproporzionato Smr e microreattori. Lovering riconosce i progressi in corso – approcci tecnologicamente neutrali, pianificazione d’emergenza più flessibile e primi passi verso il riconoscimento della fabbricazione in fabbrica – ma sottolinea che senza una vera regolazione “proporzionata” il modello ad alto volume difficilmente potrà affermarsi.

Una parte centrale del report è infine dedicata alla segmentazione dei mercati. I microreattori, sotto i 50 megawatt, vengono associati a contesti in cui il parametro decisivo non è il costo per chilowattora, ma l’affidabilità e la logistica: comunità isolate, miniere, infrastrutture militari e alcune attività estrattive oggi alimentate quasi esclusivamente da diesel. Gli Smr, nella fascia 50–300 megawatt, sono invece collegati a nuovi segmenti di domanda come data center, calore industriale, riconversione di centrali a carbone e reti di dimensione medio-piccola, dove la possibilità di aggiungere capacità in modo graduale riduce sia il rischio finanziario sia l’impatto sulla rete.

Per i reattori di taglia intermedia, tra 300 e 1.000 megawatt, il report individua un ruolo soprattutto nella sostituzione di centrali termoelettriche esistenti e nelle utility pubbliche o municipali. I grandi reattori oltre il gigawatt restano invece adatti alla produzione di base in Paesi dotati di filiere robuste, istituzioni forti e capacità di gestione di progetti complessi su orizzonti molto lunghi.

Il messaggio conclusivo è esplicitamente politico-industriale. La vera alternativa non è tra nucleare grande e nucleare piccolo, ma tra sistemi capaci o meno di creare le condizioni per la serialità, l’apprendimento rapido, una regolazione scalabile e una finanza compatibile con il rischio di costruzione. In questo senso, la dimensione del reattore è solo una variabile di un problema più ampio: la capacità di un Paese di costruire un ecosistema industriale in grado di trasformare il nucleare da progetto eccezionale a tecnologia ripetibile.

 


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