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Pericolosità e rischi del dissesto idrogeologico in Italia. La mappa dell’Ispra

L’Italia negli ultimi tre anni ha visto aumentare del 15% la superficie a pericolosità per frane, passando da 55 mila 400 km quadrati a quasi 70 mila nel 2024, il 23% del territorio nazionale. Il 94,5% dei comuni italiani è a rischio frane, alluvioni, erosioni costiere e valanghe

Le drammatiche distruzioni provocate dalla violenta frana di Niscemi, in Sicilia (lo ricordiamo, una frana larga più di 4 Km, 880 edifici evacuati con oltre mille e 600 sfollati su una popolazione di circa 25 mila abitanti) ripropongono l’annoso problema della fragilità del nostro territorio, sempre più devastato dall’incuria dei suoi abitanti. Un territorio che negli ultimi tre anni ha visto aumentare del 15% la superficie a pericolosità per frane, passando da 55 mila 400 km quadrati a quasi 70 mila nel 2024, il 23% del territorio nazionale. Il 94,5% dei comuni italiani è a rischio frane, alluvioni, erosioni costiere e valanghe.

Gli incrementi più significativi nella provincia autonoma di Bolzano (+61,2%), Toscana (+52,8%), Sardegna 8+29,4%) e Sicilia (+20,2%). Sono i dati resi noti dall’Ispra, l’Istituto superiore per la prevenzione e la ricerca ambientale nell’ultimo rapporto sul Dissesto idrogeologico in Italia del 2024. Un rapporto che rappresenta “uno strumento essenziale a supporto delle politiche di mitigazione del rischio, per l’individuazione delle priorità di intervento, la ripartizione dei fondi e la programmazione degli interventi di difesa del suolo”. Anche perché nel nostro Paese “le caratteristiche morfologiche, geologiche, idrologiche, meteo-climatiche e sismiche determinano una vulnerabilità strutturale del territorio ai fenomeni naturali, aggravata dai cambiamenti climatici e dalle pressioni antropiche”.

Il triennio 2022-24 è stato caratterizzato da un aumento delle temperature, con il 2024 l’anno più caldo, e da numerosi eventi meteorologici di eccezionale intensità che hanno causato danni e vittime ai centri abitati, alle infrastrutture e alle attività economiche. I cambiamenti climatici in atto, in particolare l’intensificazione delle piogge forti e concentrate, sottolinea il rapporto, determinano un aumento delle frane, delle colate di fango e detriti, delle alluvioni, delle piene con conseguente aumento del rischio e impatti su territori in passato meno esposti.

Sul fronte delle frane, in particolare, l’Italia si conferma tra i Paesi europei più esposti con oltre 636 mila frane censite e 25 mila chilometri quadrati di superficie interessati, pari all’8,3% del territorio nazionale. Un dato estremamente importante se si considera che il 28% di questi fenomeni “è caratterizzato da una dinamica estremamente rapida e da un potenziale distruttivo, con conseguenze spesso drammatiche, inclusa la perdita di vite umane”. Nel 2024 la popolazione a rischio frane in Italia è stata di quasi 6 milioni di abitanti: oltre 582 mila famiglie, 742 mila edifici, quasi 75 mila imprese e 14 mila beni culturali. Numeri impressionanti! Le regioni con più popolazioni a rischio per frane e alluvioni sono l’Emilia-Romagna, la Toscana, il Veneto, la Campania, la Lombardia e la Liguria.

Non solo frane. L’Italia ha 7 mila 500 chilometri di coste e sono la porzione di territorio che, negli ultimi 50 anni, ha subito le maggiori trasformazioni, conseguenza, anche, della densità della popolazione che sul litorale è più che doppia della media nazionale. Secondo l’Istat, infatti, oltre il 30% della popolazione italiana vive stabilmente nei 646 comuni costieri, su un territorio di 43 mila Km quadrati, pari al 13% del territorio nazionale. “All’elevata densità di popolazione corrispondono numerosi insediamenti urbani, economici e produttivi, che in molte zone hanno modificato e alterato notevolmente le caratteristiche naturali e ambientali” del Belpaese.

A tutti questi interventi dovuti alla mano dell’uomo, si deve aggiungere l’erosione costiera che continua ad essere una minaccia concreta per numerosi tratti di litorale, con circa 2 mila km di spiagge che, tra il 2006 e il 2020 hanno subito cambiamenti significativi. Anche se, almeno per quanto riguarda le sole spiagge, sta emergendo un cambio di tendenza ed una prevalenza della lunghezza dei tratti di costa in avanzamento su quelli in erosione. Un cambio di tendenza che, seppur non riscontrabile in tutte le regioni, è da considerarsi come “probabile effetto dei numerosi e continui sforzi compiuti negli anni per mitigare il dissesto costiero con interventi di ripascimento e opere di protezione”.

Il ciclone Harry, con i suoi 2 miliardi di danni su spiagge, case, stabilimenti balneari, ristoranti e strade in Sicilia, Calabria e Sardegna, ricorda a tutti che è sempre più urgente passare da una gestione dell’emergenza a una fase di programmazione e prevenzione nel contrastare i rischi legati al cambiamento climatico. Gli eventi meteorologici estremi producono impatti economici e sociali che vanno bel oltre le aree colpite direttamente. E il nostro Paese, per la sua posizione nel Mediterraneo, è tra quelli più vulnerabili alle ondate di calore, all’innalzamento del livello del mare e agli eventi estremi come Harry.
Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), approvato nel 2023, cerca di rispondere, con una serie di misure e azioni , alle sfide che si stanno presentando a livello globale e nazionale.

“L’obiettivo del Pnacc è fornire un quadro di indirizzo nazionale per l’implementazione di azioni finalizzate a ridurre al minimo possibile i rischi derivanti dai cambiamenti climatici, a migliorare la capacità di adattamento dei sistemi socioeconomici e naturali, nonché a trarre vantaggio dalle eventuali opportunità che si potranno presentare con le nuove condizioni climatiche”, si legge nel documento. L’Unione Europea, con l’approvazione nel 2021 della Strategia per l’adattamento ai cambiamenti climatici aveva fissato un obiettivo di spesa di almeno il 30% a favore dell’azione per il clima ed almeno del 37% nel Piano di ripresa e resilienza, nell’ambito di un quadro finanziario pluriennale per il periodo 2021-’27. I settori maggiormente interessati riguardano la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica; l’adeguamento delle infrastrutture di trasporto, energetiche e idriche; l’agricoltura, la silvicoltura e la pesca sostenibili.

Tutti gli interventi finanziati dovranno, comunque, rispondere al cosiddetto principio Dnsh (Do not significant harm, “non arrecare danno significativo”), così come previsto dal regolamento Ue sulla Tassonomia del 2020. Come ricordato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente, “Adattamento” significa “anticipare gli effetti avversi dei cambiamenti climatici e adottare misure adeguate a prevenire o ridurre al minimo i danni che possono causare, oppure sfruttare le opportunità che possono presentarsi”.

E, a proposito del Piano di ripresa e resilienza, va ricordato che il Consiglio dei ministri del 29 gennaio scorso ha approvato un decreto legge che “favorisce l’attuazione dei progetti del Pnrr” e “provvede a chiarire le modalità per il tracciamento dello stato di avanzamento degli interventi e l’aggiornamento dei relativi cronoprogrammi”. Per quanto riguarda, infine, il maltempo che ha colpito Sicilia, Sardegna e Calabria, il Consiglio dei ministri del 26 gennaio ha approvato lo stato di emergenza e stanziato una prima somma di 100 milioni di euro per i primi interventi urgenti. Non appena sarà definitala ricognizione dettagliata dei danni da parte delle Regioni, seguirà un secondo provvedimento per consentire il ripristino e la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate. I presidenti delle tre Regioni sono stati nominati commissari per straordinari per la ricostruzione.


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