Le cattive notizie hanno il peso determinante nello spingere a decisioni che riducono l’attività economica delle imprese. Le decisioni che ne derivano possono includere disinvestimenti, sospensioni, ritardi, cancellazioni di progetti, accumulo di liquidità, ricerca di beni rifugio e, nei casi più estremi, contagio finanziario. Eppure sono un’opportunità: se le politiche pubbliche sono credibili e tempestive, possono contribuire a ridurre l’incertezza e a interrompere il circuito perverso tra aspettative negative e contrazione economica. L’analisi di Pasquale Lucio Scandizzo
Il principio delle cattive notizie fa parte della teoria delle opzioni reali, che concepisce le decisioni economiche come scelte deliberative tra varie alternative discrete, ossia varie “opzioni”, in presenza di incertezza e di parziale o totale irreversibilità dei costi relativi a ciascuna decisione. Nel caso degli investimenti, questa teoria prevede che le cattive notizie avranno il peso determinante nello spingere a decisioni che riducono l’attività economica delle imprese. Le decisioni che ne derivano possono includere disinvestimenti, sospensioni, ritardi, cancellazioni di progetti, accumulo di liquidità, ricerca di beni rifugio e, nei casi più estremi, contagio finanziario.
L’asimmetria delle risposte ai flussi d’informazione è razionale anche perché le perdite potenziali in presenza d’un errore d’investimento sono spesso irreversibili, mentre i benefici potenziali d’un investimento possono essere colti anche in un secondo momento. In presenza di un rischio di crisi, i mercati finanziari reagiscono in maniera asimmetrica ai flussi d’informazione. Le cattive notizie annunciano potenziali perdite elevate, mentre le buone notizie, anche in presenza di un annuncio positivo, promettono spesso solo la prosecuzione dello status quo.
Questa asimmetria può generare un effetto di auto rafforzamento in quanto l’incertezza negativa induce rinvii di investimento, aumento dei premi per il rischio e compressione della domanda, contribuendo a realizzare parte della crisi temuta. In presenza del pericolo di una crisi o dell’aggravamento di una crisi in corso, questo circuito crea un rischio sistemico: quello che è razionale per la singola impresa o il singolo operatore, diventa irrazionale quando il comportamento si generalizza a larghi settori del mercato o dell’intero sistema economico.
In questo momento, l’Italia e l’Europa sono in una situazione di tensione estrema, nella quale la ratio economica degli investimenti si scontra con il meccanismo psicologico e finanziario del principio delle cattive notizie che la guerra in Iran ha di nuovo messo in funzione. Il primo terreno di azione è il mercato energetico. In caso di blocco dello Stretto di Hormuz per più di quattro- cinque settimane, secondo stime aggiornate dell’andamento dei mercati, il prezzo del Brent potrebbe stabilmente superare i 100 dollari al barile. Poiché circa il 20% del petrolio mondiale transita attraverso quel corridoio di mare, i mercati finanziari, infatti, non aspettano di avere la conferma empirica di una “notizia cattiva” di scarsità di petrolio e di gas. Essi prevedono lo scenario peggiore e lo anticipano. Ne deriva un aumento immediato delle quotazioni energetiche.
In Italia il fenomeno può essere particolarmente preoccupante. Il prezzo unico nazionale dell’elettricità è già al di sopra dei 165 euro/MWh, ben superiore alla media pre-crisi. Gli stock di gas sono formalmente elevati, ma questo dato confortante non cancella il rischio percepito per la continuità delle forniture di Gnl. Il punto è che il rischio non è solo in relazione alla disponibilità di gas disponibile in questo momento, ma anche e soprattutto in rapporto alla stabilità delle forniture in prospettiva futura. Questo è il punto per cui l’incertezza assume connotati fortemente negativi intorno alle aspettative legate all’attesa delle cattive notizie, poiché le imprese rispondono non alla carenza di gas, bensì a quello che percepiscono come maggiore probabilità di carenza futura.
Di fatto, si tratta di un comportamento difensivo per cui le imprese possono accumulare liquidità, ritardare investimenti, sospendere nuovi ordini e ridurre la loro esposizione finanziaria. Esse possono esercitare, non solo l’opzione dell’attesa, ritardando gli investimenti potenziali, ma anche ridimensionare la propria attività, attraverso una serie di azioni negative di disimpegno o riduzione temporanea della propria esposizione ai rischi emergenti. Questo effetto minaccia di irrigidire il sistema economico, ridurre il circolante, rallentare il consumo interno. Il paradosso è che, attraverso la reazione immediata dei mercati finanziari, il sistema economico potrebbe pagare le conseguenze di uno shock che, in ultima analisi, potrebbe anche non avverarsi nella forma più estrema.
I mercati hanno infatti interiorizzato il segnale negativo, che è diventato realtà economica anticipata. In questo quadro, il principio di razionalità della politica economica, fondato sull’investimento programmato, sull’energia sostenibile, sull’eliminazione della dipendenza dal gas, incontra il problema della dinamica di breve termine, in cui il rischio può essere percepito in maniera acuta e perfino paralizzante. Il Principio delle cattive notizie trova una espressione quantitativa nel Vix (Cboe volatility index), universalmente noto come l’indice della paura, che costituisce l’indicatore principe per misurare le aspettative di volatilità del mercato azionario statunitense nel breve termine, e sui mercati finanziari internazionali che guardano agli USA come polo di riferimento.
Il Vix è legato espressamente alle opzioni, poiché, a differenza degli indici direzionali che tracciano l’andamento dei prezzi, esso calcola la rapidità e l’ampiezza delle oscillazioni attese dagli investitori attraverso i prezzi delle opzioni sull’indice S&P 500, che rappresenta il mercato di riferimento primario poiché raggruppa le 500 società a maggiore capitalizzazione degli Stati Uniti, fungendo da barometro per l’economia globale. Il Principio delle cattive Notizie si basa sulla ipotesi di prevalenza delle opzioni reali di tipo put (ossia di riduzione, arretramento, ritardo o sospensione degli investimenti) rispetto a quelle di tipo call (ossia di nuovi investimenti, di espansione, o di sviluppo) in condizioni di incertezza negativa. Analogamente, il Vix aggrega i prezzi di una vasta gamma di opzioni finanziarie di tipo put (per proteggersi dai ribassi) e call (per scommettere sui rialzi) con scadenze comprese tra i 23 e i 37 giorni, ponderandoli per ottenere una proiezione della volatilità a 30 giorni.
In termini pratici, il valore del Vix viene espresso in punti percentuali annui: un valore di 20 indica che il mercato si aspetta un’oscillazione (in alto o in basso) del 20% nell’arco di un anno con una probabilità del 68% (una deviazione standard). Nelle fasi di calma ciclica, l’indice tende a muoversi in un intervallo tra 12 e 18 punti, riflettendo una bassa percezione del rischio. Tuttavia, quando si verificano shock geopolitici o economici, come l’attuale crisi che minaccia il costo dell’energia e la stabilità delle catene di approvvigionamento, il Vix reagisce istantaneamente. L’aumento della domanda di opzioni put da parte degli investitori che cercano di assicurare i propri portafogli contro un crollo fa lievitare i premi delle opzioni stesse, spingendo l’indice verso l’alto. Se il Vix supera quota 30, il mercato entra in una fase di “stress severo”, mentre picchi sopra i 50 sono storicamente associati a crisi sistemiche globali.
L’evoluzione recente del Vix documenta l’impatto negativo ma ancora non catastrofico della guerra in Iran sul ciclo economico. All’inizio del 2026, l’indice rifletteva una relativa serenità (sotto i 15 punti), sostenuta dall’accelerazione dei piani di ripresa europei. Con l’inasprirsi delle tensioni nello Stretto di Hormuz, il Vix ha intrapreso una salita ripida, riflettendo non solo il timore di un Brent a 100 dollari, ma soprattutto l’incertezza sulla durata del blocco. Poiché i mercati finanziari detestano l’incertezza, in attesa della cattiva notizia, più della cattiva notizia stessa, il Vix funge oggi da segnale d’allarme anticipato. Ciò significa che finché l’indice rimane su livelli elevati, è improbabile che gli investitori tornino ad allocare capitale su asset rischiosi, preferendo la liquidità o i beni rifugio in attesa di una risoluzione del conflitto. Se l’indice aumenta, inoltre, diventa più probabile una contrazione dell’attività economica, poiché le imprese non solo esitano nell’investire, ma possono imbarcarsi in tutta la serie di misure di ridimensionamento e sospensione di attività che abbiamo ricordato più sopra.
Alcuni segnali negativi sono coerenti con il livello attuale dell’indice (intorno a 21 punti). Il rendimento del Treasury a 10 anni è risalito sopra il 4% (toccando il 4,11% il 3 marzo). Il Bund tedesco a 10 anni ha toccato i massimi di periodo. Lo spread Btp-Bund è salito fino a 70-72 punti base nei giorni più caldi del conflitto (3-4 marzo), per poi stabilizzarsi intorno a 69-70 punti oggi. Il rendimento del Btp decennale italiano si attesta intorno al 3,43% – 3,48%. Nel complesso, poiché i rendimenti e i prezzi si muovono in direzioni opposte, i possessori di bond stanno registrando perdite in conto capitale. I mercati hanno anche ridotto drasticamente le scommesse su nuovi tagli dei tassi da parte della Fed nel 2026, passando da una probabilità del 79% a circa il 55%.
Benché questi segnali siano preoccupanti, la reazione dei mercati sembra essere ancora moderata e senza indizi di panico: il VIX attuale a 21 indica nervosismo, ma è lontano dai livelli di crisi (oltre 30). La interpretazione benevola degli analisti è che lo S&P 500 tiene i supporti tecnici chiave a 6.800 punti, segno che la fiducia degli investitori si è forse incrinata, ma non è crollata. I volumi di vendita sono contenuti, il mercato si muove indeciso tra ribassi e rimbalzi e tutto sembra indicare una rotazione ordinata verso difesa ed energia, non una fuga. Sembra probabile che questa sia una fase di attesa in cui gli operatori, pur nell’ambito del dominio delle cattive notizie, stanno tentando di “prezzare” il rischio bellico senza vendite indiscriminate, trattando lo shock come temporaneo. In sintesi, una fase di attesa vigile e preoccupata, ma priva di segnali di collasso imminente.
L’attuale scenario energetico europeo rende questa dinamica particolarmente rilevante per l’Italia, per cui il 45-50% dell’elettricità è prodotto da gas naturale, mentre nella media Ue questo valore è intorno al 18-20%. Ciò vuol dire che, in un contesto di crisi, ci si espone maggiormente rispetto al passato ai possibili shock di prezzo del gas naturale, che nel 2022 è stato superiore ai 300 euro/MWh, rispetto ai circa 30 euro/MWh della media pre-crisi. Secondo molti modelli economici, shock del 30-40% sul prezzo del gas possono tradursi in possibili impatti stimati sui Pil per 0,3-0,7 punti percentuali già nel primo anno. In un contesto di alta volatilità, il potenziale impatto sull’economia reale potrebbe essere ulteriormente amplificato, con aumenti del costo del capitale che potrebbero arrivare sino a 50-150 punti base.
La situazione è ulteriormente complicata da una prospettiva di crisi che si innesta su forti asimmetrie fiscali all’interno dell’Europa e possibili fragilità strutturali. Nel caso dell’Italia, la situazione sembra particolarmente preoccupante, per l’alto valore del debito pubblico e del deficit, nonché delle regole del nuovo patto di stabilità e crescita, che limitano possibili interventi compensativi di ampia scala a sostegno di famiglie e imprese. La capacità di compensare possibili shock energetici con sussidi o agevolazioni fiscali è, in questo contesto, più ridotta rispetto al passato.
Tuttavia, c’è ancora un potente strumento di protezione, ossia il Next Generation Eu (il Pnrr in Italia), che scade proprio quest’anno e che lo shock attuale sta accelerando nella sua attuazione finale. Molti paesi stanno usando l’emergenza per bypassare le burocrazie e completare i 60 GW di rinnovabili previsti per il 2026. Si può anzi dire che in un certo senso l’Europa sta cercando di trasformare il principio delle cattive notizie in un catalizzatore per l’indipendenza energetica definitiva.
Per l’Italia, in particolare, i 59 miliardi di euro della Missione 2 riguardano la transizione ecologica e la spinta che questo potrebbe dare agli investimenti nell’energia rinnovabile potrebbe avere un duplice effetto. Da un lato, nel breve termine, svolgere un ruolo anticiclico, stimolando domanda e investimenti in un contesto di incertezza. Dall’altro, nel medio-lungo termine, potrebbe ridurre l’incertezza, attenuando la sensibilità del Pil agli shock energetici e comprimendo la volatilità dei prezzi. In tal senso, il principio delle cattive notizie non include solo una minaccia di esacerbazione della crisi, ma anche una opportunità: se le politiche pubbliche sono credibili e tempestive, possono contribuire a ridurre l’incertezza e a interrompere il circuito perverso tra aspettative negative e contrazione economica.
















