La guerra di Donald Trump e Benjamin Netanyahu sta già straripando in Europa. Eppure, se i due leader si imbarcano in una pericolosa campagna militare, quelli europei rimangono marginali. Ecco, secondo Beth Oppenheim (policy fellow dell’Ecfr). cosa dovrebbero fare l’Italia e gli alleati europei per facilitare la via diplomatica di de-escalation, evitando una nuova grande crisi in Europa
Per Benjamin Netanyahu, questo è un sogno che si realizza. Dopo decenni passati a sostenere la necessità di un’azione militare contro il regime iraniano, la diplomazia è stata finalmente accantonata e gli Stati Uniti hanno intrapreso un attacco congiunto insieme a Israele. Nel frattempo, Israele ha colto l’occasione per attaccare Hezbollah in Libano. Netanyahu spera che la guerra favorisca la sua ambizione di creare un “nuovo Medio Oriente”, con relazioni normalizzate con gli Stati arabi moderati – pur mantenendo la propria superiorità militare e senza alcuna concessione sulla questione palestinese.
Ora il primo ministro spera di discolparsi dell’eredità del 7 ottobre e di rilanciare il suo basso consenso in vista delle elezioni israeliane, previste per ottobre 2026. Alcuni report indicano che Netanyahu potrebbe indire elezioni anticipate a fine giugno, il che significherebbe porre fine alla guerra e sciogliere la Knesset entro la fine del mese. Persino mentre gli israeliani cercano riparo dai missili iraniani, l’81% dell’opinione pubblica è favorevole alla guerra e i partiti di opposizione appoggiano il governo.
Dal punto di vista israeliano e statunitense, i risultati della campagna militare stanno superando le aspettative. Israele e Stati Uniti hanno ottenuto la superiorità aerea e – usando le parole del ministro degli Esteri israeliano – hanno “tagliato la testa della piovra iraniana”, eliminando la Guida Suprema Ali Khamenei e decine di alti ufficiali. Nel fine settimana, Israele ha colpito un impianto petrolifero nei pressi di Teheran, mentre gli Stati Uniti hanno attaccato oltre 2000 obiettivi e distrutto centinaia di missili balistici, lanciatori e droni. Al contrario, il ritmo degli attacchi iraniani contro Israele sta rallentando, e sono pochi i missili che hanno penetrato le difese israeliane.
Al di là dei successi militari, non sembra esserci né un obiettivo finale né una”exit strategy”: gli statunitensi dichiarano semplicemente di bersagliare le capacità militari del regime – missilistiche, nucleari, navali – insieme alla sua rete di proxy. Netanyahu e Donald Trump hanno spronato il popolo iraniano a rovesciare il regime, ma ciò ha irritato l’ala America First del Partito repubblicano, portando il segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth, a precisare che “questa non è una guerra per il cambio di regime”.
Israele sa che un cambio di regime non può essere imposto dall’esterno e, al di là della narrativa ufficiale, è realista riguardo le proprie prospettive: “Il nostro obiettivo è aiutare il popolo iraniano a liberarsi dal giogo della tirannia”, ha dichiarato Netanyahu, “ma alla fine dipende da loro”. Non a caso, l’IDF non ha incluso il cambio di regime tra i propri obiettivi. Per ora, l’apparato del regime resta intatto: il figlio della defunta Guida, Mojtaba Khamenei, è stato nominato suo successore e le forze di sicurezza gli sono ancora leali. I manifestanti non sono ancora tornati in piazza e non è emersa alcuna opposizione coerente.
Anche se Netanyahu e Trump riuscissero davvero a rovesciare il regime, nessuno dei due avrebbe pronto un piano credibile per il “giorno dopo”. Nei colloqui con ex funzionari della sicurezza israeliani, il ritornello più ricorrente è semplicemente “peggio di così non può andare”. Per Israele, abbattere il regime è un fine di per sé: le conseguenze geopolitiche ed economiche restano in secondo piano.
La migliore opzione per Israele sarebbe un governo alleato e filoccidentale, sulla falsa riga dell’ex monarca esiliato Reza Pahlavi. Tra gli scenari possibili ci sono anche una graduale transizioneinterna del regime verso una leadership più moderata, o persino una presa di potere dei Guardiani della Rivoluzione – che, secondo alcuni ex funzionari dell’intelligence israeliana, potrebbero rivelarsi più pragmatici di quanto non fosse Khamenei.
Se il cambio di regime non fosse possibile, Israele potrebbe solo sperare che lo stato crolli definitivamente. Uno scenario preoccupante che Israele e Stati Uniti sembrano prendere in considerazione è quello di un Iran “balcanizzato”, con gli Stati Uniti che valutano di armare le milizie curde – nonostante Trump abbia poi fatto marcia indietro. Gli iraniani temono un Iran disunito, quindi i tentativi di armare le minoranze potrebbero scoraggiare i manifestanti. Considerata la popolazione iraniana di 92 milioni di abitanti e il fragile equilibrio tra le sue minoranze etniche, armare gruppi minoritari potrebbe innescare una guerra civile che rischia di espandersi oltre i confini dell’Iran.
Man mano che i costi umani ed economici della guerra aumenteranno, cresceranno anche le pressioni interne e regionali su Trump: infatti, solo il 27% degli americani sostiene gli attacchi statunitensi. Con le elezioni di medio termine programmate per novembre e il prezzo della benzina in rapida crescita, il polso duro di Trump verrà messo alla prova. Netanyahu sa bene che, quando Trump deciderà di fermare la guerra, lui sarà costretto ad adeguarsi. Israele teme quindi che il presidente torni troppo presto a negoziare ed ottenga un “cattivo accordo” che non soddisfi del tutto le richieste massimaliste israeliane.
A differenza degli Stati Uniti, l’Europa non può limitarsi a dichiarare vittoria e tornare a casa: la guerra colpisce il suo vicinato e, subito dopo i paesi coinvolti, sarà proprio l’Europa a pagarne il prezzo più alto. Il collasso dello stato iraniano provocherebbe una crisi dei rifugiati di dimensioni ben superiori a quella siriana del 2015-16. Con i suoi 91 milioni di abitanti, l’Iran ha una popolazione quasi cinque volte superiore a quella della Siria – e la crisi siriana ha prodotto 5.6 milioni di rifugiati. Turchia ed Europa probabilmente chiuderebbero le frontiere, ma una nuova crisi migratoria alimenterebbe sentimenti anti-immigrazione e spinte populiste in Europa.
L’Europa è anche esposta agli shock dei prezzi energetici. L’Ue ha importato il 58% della propria energia nel 2023, contro appena il 17% degli Stati Uniti nel 2024. Questo pone l’Europa di fronte a un dilemma strategico: l’aumento dei prezzi del petrolio potrebbe costringerla a rinnegare l’impegno a porre fine alla dipendenza dall’energia russa in risposta alla guerra in Ucraina, mentre Putin minaccia ora di interrompere tutte le vendite all’Europa. In ogni caso, Mosca sembra destinata a trarne vantaggio: l’impennata dei prezzi del petrolio offrirà al Cremlino sollievo economico e nuove risorse per la sua guerra. Allo stesso tempo, l’Ucraina sarà più vulnerabile agli attacchi russi, poiché le scorte di intercettori si stanno esaurendo in Medio Oriente.
Chiaramente, gli europei accoglierebbero con favore la caduta del regime, visto il suo passato di repressione, violenza e destabilizzazione, ma i passati fallimenti dei cambi di regime imposti dall’Occidente rimangono un monito severo sul bagno di sangue e sulla distruzione che ciò potrebbe significare per il popolo iraniano e per i suoi vicini.
I leader europei hanno faticato a parlare con una sola voce. Mentre la Spagna ha assunto una posizione ferma, la maggior parte di loro ha evitato di scontrarsi con Trump, smorzando le critiche agli Stati Uniti e a Israele e condannando la rappresaglia iraniana. Molti ritengono di avere le mani legate, data la loro dipendenza dal sostegno militare statunitense contro la minaccia russa e dalle importazioni energetiche. Ora Giorgia Meloni, considerata vicina a Trump, è stata costretta ad adottare una posizione più critica a causa della pressione dell’opinione pubblica.
Regno Unito e Francia hanno consentito che le loro basi militari venissero usate per operazioni difensive, ma Trump chiede di più. Pur avendo la responsabilità di difendere i propri cittadini nella regione, così come quelli dei loro alleati, gli europei devono assicurarsi di non essere trascinati in operazioni offensive.
È negli interessi italiani ed europei opporsi a Trump, sia per una questione di principio sia per puro interesse. Il plateale disprezzo di Trump e Netanyahu per il diritto internazionale e per un ordine basato sulle regole rappresenta una minaccia profonda agli interessi europei. Ora, Meloni e gli altri leader europei devono utilizzare tutto il loro peso diplomatico, insieme agli attori regionali, per porre fine alla guerra – prima che questa generi la prossima grande crisi dell’Europa.
















