Il 14 marzo ci ha lasciati, in quello che, con molta verosimiglianza e probabilità, può essere considerato il peggiore dei momenti storici possibili, l’ormai novantaseienne Jürgen Habermas, il filosofo tedesco che ha saputo traghettare in tempi e contesti profondamente mutati l’eredità culturale e filosofica della scuola francofortese, sorta a cavallo dei due conflitti mondiali dall’impellente necessità di denunciare i limiti della moderna razionalità occidentale, per ripensarne le forme in stretta relazione con l’evoluzione e la trasformazione delle scienze sociali e dello sviluppo tecnologico ed economico. La riflessione di Piero Marino, Università degli Studi di Napoli “Federico II”
Dai suoi maestri, lo studioso – che ha speso gran parte della sua vita lavorativa presso la Johann Wolfgang Goethe-Universität Frankfurt Am Main, nonché, in qualità di co-direttore, presso il Max-Planck-Institut zur Erforschung der Lebensbedingungen der wissenschaftlich-technischen Welt – aveva appreso la necessità di coniugare la ricerca filosofica con l’indagine condotta nel campo delle scienze umane e sociali, nella consapevolezza che uno dei principali limiti del pensiero moderno risiedesse nella tendenza ad assegnare alla riflessione teorica e speculativa una sorta di primato rispetto al sapere pratico e sperimentale.
Tale approccio ha permesso a Jürgen Habermas di individuare le capacità pratiche e performative che il linguaggio è in grado di esercitare nei confronti delle dinamiche sociali, economiche, giuridiche e politiche. Il paradigma discorsivo, che ha mosso i suoi primi passi a partire dalla pubblicazione del notissimo Teoria dell’agire comunicativo (1981), ha quindi seguito il percorso tracciato da una riflessione filosofico-pratica finalizzata all’inclusione e all’argomentazione razionale, nella tensione ideale e normativa alla costituzione di una comunità – linguistica e politica – in grado di declinare le proprie istituzioni nel segno dei princìpi illuministici dell’uguaglianza e della libertà.
Elementi, questi, che rappresentano ben più di una semplice premessa teorico-concettuale per le riflessioni che hanno visto la luce nel notissimo Fatti e norme (1992). Che lo spirito illuministico e moderno fosse animato da un contenuto normativo in grado di illuminarne dall’interno gli scopi e l’evoluzione è cosa che Habermas aveva chiaramente esplicitato nell’altrettanto nota dodicesima lezione de Il discorso filosofico della modernità (1985), sottolineando con estrema lucidità come tale contenuto non dovesse in alcun modo essere abbandonato in forza dei limiti e degli ostacoli che la ragione moderna aveva incontrato nel suo percorso, sebbene questi ultimi fossero da considerarsi in tutto e per tutto interni e per nulla estranei alla tessitura storico-concettuale della stessa modernità illuministica: piuttosto Habermas legge ed individua nelle pieghe della controfattura discorsiva di quest’ultima la medesima tensione.
Il testo – che ha il grandissimo merito di mostrare come le teorie filosofiche mosse dall’obbiettivo di descrivere i fallimenti della razionalità illuministica alla stregua di un destino ineludibile o, peggio, riconducendone le forme all’inestricabile logica di un anonimo e mai ben definito potere o a una tecnica altrettanto metafisicamente rappresentata, di fatto inaccessibili al discorso e all’argomentazione razionale – rimanda alla necessità di pensare ai fallimenti della modernità. Insuccessi da leggere come a «promesse non mantenute» da raggiungersi e inverarsi nell’esercizio di un compito di emancipazione, legato alla riattivazione di quei principi etico-pratici che proprio nel moderno hanno preso forma per la prima volta. Un compito da realizzarsi trasferendo la razionalità fissa del pensiero moderno nelle forme di una razionalità mobile e discorsiva, aperta al sapere scientifico, sensibile alle dinamiche sociali e perciò desinata a dispiegarsi nell’ambito delle istituzioni democratiche.
Diritto e democrazia: un connubio indissolubile
Nel succitato Fatti e norme, l’articolata organizzazione dei sistemi democratici si costruisce intorno ai principi giuridici dello stato di diritto e si dispiega nelle forme, concrete e nient’affatto teoriche, dell’etica discorsiva. Contro le semplificate e frettolose interpretazioni di una parte neanche troppo minoritaria del mondo giuridico tedesco che non ha saputo o voluto leggere con sufficiente attenzione le pagine del filosofo francofortese, Habermas ha rimarcato come il diritto non debba e non possa essere considerato e isolato secondo le formule di una purezza dai tratti kelseniani: piuttosto, deve essere messo in relazione con quel mondo-della-vita (Lebenswelt) del quale è chiamato, in ultima istanza, a garantirne l’espressione.
L’evidente richiamo husserliano non devi impedirci di sottolineare come lo studioso di Francoforte parli del sistema dei diritti fondamentali alla stregua di una “maschera protettiva” forgiata sulla persona umana al duplice scopo di permetterne la realizzazione e garantirne la protezione, con ciò condividendo le parole di Hannah Arendt, con la quale, del resto, aveva avuto modo di discutere problemi e questioni di vitale importanza. In tale cornice concettuale, lo stato di diritto, declinato secondo l’etica discorsiva, risponde alla necessità di riattivare, volta per volta, quegli elementi di emancipazione e liberazione che hanno preso forma nella cultura moderna. In tal modo, ponendosi nella condizione di denunciare ed arginare quell’insieme di condizioni patologiche capaci di inquinare il corretto esercizio delle ragioni comunicative. Sapendo come tali patologie si presentino in ogni aspetto della vita sociale: dal sapere alla politica e dalle scienze all’economia, senza disdegnare lo stesso diritto che, nella sua dimensione positiva, è inevitabile riflesso delle storture di una società tendenzialmente orientata alla diseguaglianza.
La secolarizzazione e l’incontro col cardinale Ratzinger
Un tale compito di mediazione – che risiede in ultima istanza nell’autorappresentarsi quale strumento dinamico intorno al quale organizzare le regole della politica democratica e le istanze morali della società nell’ottica e nella prospettiva di favorire la permeazione di queste ultime, ispirate alle logiche dell’inclusione, della libertà e dell’uguaglianza, all’interno delle prime – il diritto lo avrebbe ereditato dalla religione, il cui compito, esercitato nell’ambito delle istituzioni giuridico-politiche di una società pre-secolare, era effettivamente quello di garantire la permeazione della morale religiosa – una morale metafisica ispirata ai dogmi della religione – sul piano dell’attività politica. Come la religione permetteva l’espressione delle ragioni comunicative nell’ambito di società ispirate ai principi del sacro, così il diritto rende possibile l’espressione delle ragioni comunicative dei cittadini nell’ambito di una società post-secolare.
Nei suoi ultimi e fondamentali scritti, Verbalizzare il sacro. Sul lascito religioso della filosofia (2012) e Una storia della filosofia. Genealogia del pensiero postmetafisico (2019), Habermas si è accuratamente occupato del fenomeno della secolarizzazione: una parabola riflessiva il cui punto di partenza è stato senz’altro rappresentato dal coraggiosissimo incontro con l’allora cardinal Josep Alois Ratzinger a Monaco nel 2005. Habermas ha così saputo leggere nel processo di secolarizzazione il momento non pienamente compiuto di una trasformazione irreversibile alle cui dinamiche costitutive hanno preso parte attiva tanto la cultura religiosa quanto quella scientifico-filosofica, cosa che ci impone di pensare al rapporto tra cittadini di orientamento religioso e laico nelle forme della comunicazione e non in quelle del conflitto. Una comunicazione chiamata a completare un processo nei cui interstizi, secondo Habermas, è possibile individuare la transizione da una logica metafisica, dogmatica e gerarchica ad una prospettiva critica, discorsiva ed orizzontale: un processo che, dunque, riguarda sia il mondo dei credenti quanto quello dei laici.
Ed oggi?
Qualche anno orsono Habermas è tornato sui temi legati alla formazione dell’opinione pubblica che, come noto, avevano caratterizzato i suoi primi lavori, illustrando le enormi difficoltà di un’epoca quale la nostra, attraversata da mutamenti e trasformazioni dalla portata strutturale e del tutto priva di precedenti. Le riflessioni del pensatore di Francoforte non rivelano, da un lato, particolare ottimismo e, per altro verso, ribadiscono alcune premesse di carattere concettuale e normativo legate all’etica del discorso che sembrano piuttosto declinarsi nella forma della promessa. Lo stesso valore assumono, se lette con lo sguardo dell’oggi, le considerazioni risalenti al primo decennio degli anni 2000 – ispirate al progetto per una Pace perpetua di Immanuel Kant interpretato secondo le categorie giuridico-filosofiche e politiche dell’etica discorsiva – dedicate da Habermas al futuro dell’Europa e del diritto internazionale.
Considerata da questo punto di vista, l’eredità dello studioso di Francoforte si lascia ben descrivere nelle forme di un indissolubile nesso tra le premesse filosofico concettuali dell’etica del discorso e le promesse legate alla costruzione di una società di liberi ed uguali. Un nesso che rivela la forza pratica di un pensiero capace di attraversare le ragioni vitali della società senza cedere all’illusorietà dell’utopia e senza arrendersi alla persistente, e oggi quanto mai dominante, irragionevolezza del reale.
















