La competizione tra Usa e Cina, i nuovi conflitti e la corsa all’intelligenza artificiale ridisegnano gli equilibri globali. A 112 anni dalla nascita di Guido Carli, vale ancora la sua lezione sul ruolo dell’Europa e sul valore della conoscenza umana
Chissà cosa penserebbe oggi Jean Monnet, convinto com’era che “l’Europa sarà forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi”. Varrebbe anche per questa stagione di policrisi caratterizzata dal continuo sovrapporsi e dilatarsi di emergenze? La pandemia è stata soltanto l’inizio, come ha osservato l’economista Adam Tooze. Poi è arrivata la guerra in Ucraina, seguita dal 7 ottobre e dal conflitto a Gaza e oggi dall’Iran e dal Golfo Persico in fiamme. In mezzo, un ordine mondiale sconvolto dalla competizione globale tra Stati Uniti e Cina, a partire dalla corsa per la conquista delle materie prime critiche da cui dipendono la transizione tecnologica e digitale e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Una contesa che ha catapultato anche il Vecchio Continente in una nuova era, fatta di multilateralismo in frantumi, punti di riferimento incerti e fragilità storiche da affrontare una volta per tutte.
A scorrere i titoli delle conclusioni dell’ultimo Consiglio Europeo che si è svolto a Bruxelles il 19 e 20 marzo emerge la portata delle sfide in corso: Ucraina, Medio Oriente, competitività e mercato unico, difesa e sicurezza europee, migrazione, resilienza democratica alle minacce ibride. Se quasi tutti i commentatori si sono soffermati sulla timidezza dei capi di Stato e di governo nelle decisioni sull’energia, ormai diventata fonte e terminale di molte tensioni, e sul supporto a Kiev bloccato dal veto ungherese e slovacco, è importante sottolineare come forse il risultato più importante sia stato un altro: il varo, finalmente, di un’agenda all’insegna del motto “un’Europa, un mercato” da attuare quest’anno ove possibile e comunque al più tardi entro la fine del 2027 e di aver concordato l’approvazione entro dicembre del trasferimento della vigilanza dei mercati finanziari dal livello nazionale al livello europeo, condizione necessaria per la loro integrazione. Tutto nella consapevolezza di dover proteggere le imprese e le persone dalla tempesta del nuovo protezionismo americano, dalla concorrenza sleale cinese e dagli shock economici causati dalle guerre.
Ma il nuovo sogno europeo di un mercato unico da completare per rafforzare l’indipendenza economica e la sovranità politica non è altro che il vecchio sogno di Guido Carli, di cui il 28 marzo ricorreranno i 112 anni dalla nascita. Lo statista che fu Governatore della Banca d’Italia, presidente di Confindustria e ministro del Tesoro diffidava di ogni tentazione protezionistica e di ogni nazionalismo economico. Per questo vedeva nell’unione politica e monetaria europea il pilastro a cui ancorare l’economia italiana per sottrarla ai flutti di un mondo segnato da crescente instabilità. Nell’Europa indicava la colonna e il collante, tracciando la rotta di uno sviluppo con l’anima, capace di guardare ben oltre l’obiettivo della stabilità dei prezzi: al lavoro, alla crescita e al benessere delle comunità.
L’uomo che con la mano che gli tremava firmò il Trattato di Maastricht, di cui fu uno dei principali negoziatori italiani, affermava nel 1993: “Il nostro interesse di lungo periodo è la costruzione di una federazione europea basata sul principio dello ‘Stato minimo’, tenuta unita da una politica monetaria, da una politica estera e da una difesa unitaria. Sarebbero gli Stati europei, singolarmente, in condizioni di resistere agli urti che provengono da un mondo esterno che cade in frantumi?”.
La domanda appare profetica, considerando gli scossoni di questi anni. Lungimirante come la conclusione della sua allocuzione alla cerimonia inaugurale della Scuola di automazione per dirigenti bancari, tenuta a Perugia nel 1968 e adesso ripubblicata nel volume promosso dall’Associazione bancaria italiana “Per la stabilità monetaria e il mercato. Gli interventi su Bancaria negli anni da Governatore” appena edito da Laterza e curato da Federico Pascucci. “L’ombra dei robot – disse Carli – opprime lo spirito di molti, incombendo come una minaccia sull’avvenire tecnologico e sociale: spetta agli uomini armarsi di tanta conoscenza da poter padroneggiare le macchine, di tanta immaginazione creativa da proiettare i loro volitivi programmi oltre l’incedere delle macchine, per vertiginoso che esso sia”.
Sono parole-balsamo nell’era degli algoritmi e dell’IA generativa. Poche settimane fa il premier Giorgia Meloni ha riconosciuto che “l’intelligenza artificiale è una tecnologia che può sprigionare tutto il suo potenziale positivo solo se il suo sviluppo si muoverà in un perimetro di regole etiche che mettano al centro la persona, i suoi diritti e i suoi bisogni”. Oggi come ieri, la stessa bussola. Non è un caso: affonda le sue radici nella cultura umanistica europea, in un’etica della persona e delle relazioni la cui difesa, anche nelle policrisi, può fare la differenza. La Fondazione Guido Carli la celebrerà l’8 maggio all’Auditorium Parco della Musica di Roma alla XVII Edizione del Premio intitolato al Governatore: sarà un evento intorno alle donne e agli uomini che, con i loro talenti e il loro impegno sociale, forgiano un’Italia migliore. Sulle loro gambe continua a camminare il sogno europeo.
















