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Materie prime, manuale di autonomia strategica per l’Europa

Solo attraverso un rafforzamento coordinato delle capacità produttive, tecnologiche e istituzionali il Vecchio continente potrà ridurre le proprie vulnerabilità strutturali e sostenere in modo credibile le transizioni verde e digitale su cui si fonda il suo futuro economico. Le conclusioni dell’economista del Centro studi di Confindustria, Cristina Pensa

Materie prime, ovvero il nuovo metro di misura della competitività. L’Europa non può certo permettersi di rimanere legata mani e piedi alla Cina, deve per forza di cose emanciparsi. Prospettiva di cui è fermamente convinta Cristina Pensa, economista del Centro studi di Confindustria, curatrice della ricerca Cascade, presentata proprio pochi giorni fa a Viale dell’Astronomia. “La questione delle dipendenze critiche”, scrive Pensa nelle conclusioni del documenro, “non rappresenta un fenomeno contingente, ma costituisce una dimensione strutturale dell’attuale fase dell’economia globale. La progressiva trasformazione della globalizzazione, da motore di efficienza e crescita a potenziale fonte di vulnerabilità, impone un ripensamento profondo delle strategie industriali e delle politiche pubbliche, tanto a livello nazionale quanto europeo”.

D’altronde, “il quadro internazionale mostra che non siamo di fronte a una vera e propria deglobalizzazione, bensì a una fase di frammentazione selettiva e di riconfigurazione delle catene globali del valore. L’intensità degli scambi resta elevata, ma cresce l’incertezza, aumentano le misure protezionistiche e si moltiplicano le tensioni geopolitiche”. Di  qui, il principio non scritto che chi ha più risorse, tiene sotto scacco chi ne ha meno. “In questo contesto, le interdipendenze economiche, che per decenni sono state considerate un fattore di stabilità, si rivelano anche leve potenziali di pressione strategica. La concentrazione geografica di alcune produzioni, in particolare nei settori ad alta intensità tecnologica, amplifica il rischio sistemico e rende le economie avanzate più esposte a shock esogeni”.

“L’approfondimento sulle dipendenze critiche dell’industria italiana conferma questa vulnerabilità, evidenziando una forte esposizione in alcuni comparti chiave, in particolare nei prodotti energetici, nei semilavorati metallurgici e nei segmenti ad alto contenuto tecnologico come l’elettronica e la farmaceutica. Il rischio non è omogeneo: varia in funzione della natura della fornitura, della struttura dell’offerta, della distanza geopolitica dei fornitori e del contenuto strategico delle applicazioni a valle. In particolare, emerge con chiarezza come alcune filiere, quali quelle legate all’elettronica, ai magneti permanenti, all’aerospazio e alla difesa, presentino un profilo di vulnerabilità strutturale che trascende la dimensione puramente economica e assume una valenza strategica”, scrive l’economista nelle sue conclusioni.

Che cosa fare? Come uscire dalla sacca della dipendenza da materie prime? “A livello europeo, ciò implica un rafforzamento del coordinamento centrale, una maggiore integrazione della politica industriale e commerciale e la definizione di strumenti comuni per gli acquisti, gli investimenti e la gestione dei rischi strategici. A livello nazionale, invece, occorre adottare una prospettiva di filiera, favorendo l’integrazione verticale, il rafforzamento dimensionale degli operatori e la diffusione di strumenti avanzati di gestione del rischio”.

Non è tutto. “Un’ulteriore sfida riguarda l’integrazione tra obiettivi di sostenibilità e sicurezza degli approvvigionamenti. I risultati mostrano che tali dimensioni non sono automaticamente convergenti: in alcuni casi le politiche ambientali possono aumentare le criticità nel breve periodo, pur generando benefici nel medio-lungo termine. La sfida per i policymaker consiste dunque nel trasformare la sostenibilità in una leva di resilienza, promuovendo economia circolare, capacità di raffinazione interna e innovazione tecnologica, evitando al contempo effetti distorsivi o penalizzanti per la competitività europea”.

Insomma, secondo Pensa, “in definitiva, le evidenze raccolte convergono verso un messaggio chiaro: la gestione delle dipendenze critiche non può essere affrontata come un problema settoriale, ma deve essere collocata al centro di una nuova strategia di sviluppo europeo. In un contesto di poli-crisi e crescente competizione geopolitica, autonomia strategica non significa autarchia, ma capacità di scelta, diversificazione e controllo dei nodi essenziali delle filiere. Solo attraverso un rafforzamento coordinato delle capacità produttive, tecnologiche e istituzionali l’Europa potrà ridurre le proprie vulnerabilità strutturali e sostenere in modo credibile le transizioni verde e digitale su cui si fonda il suo futuro economico”.


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