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Il verdetto del popolo e il coraggio dei magistrati che hanno sostenuto la riforma

Di Alessandro Butticé

La democrazia vive di decisioni, ma cresce nel confronto. E il confronto, quando è fondato su dati, esperienza e senso dello Stato, non è mai una minaccia. È, al contrario, la sua più alta espressione. Il commento del generale della Guardia di Finanza in congedo Alessandro Butticé, dirigente emerito della Commissione europea e autore di “Io, l’Italia e l’Europa. Pensieri in libertà di un patriota italiano-europeo”

Il popolo sovrano ha deciso. E in una democrazia matura, questa è la prima verità da riconoscere: il responso delle urne, come una sentenza giudiziaria, si rispetta sempre, anche quando non lo si condivide.

Non è una formula rituale, ma il fondamento stesso dello Stato di diritto. Quello stesso Stato di diritto che è al centro del dibattito – spesso ideologico, talvolta deformato – sulla riforma dell’ordinamento giurisdizionale.

Tuttavia, accanto al dato politico, sul quale tanti stanno commentando, resta un dato umano e istituzionale che merita di essere sottolineato, senza retorica ma con chiarezza.

L’omaggio a magistrati coraggiosi

Il pensiero, il rispetto e l’omaggio – da cittadino, da vecchio servitore delle istituzioni, nazionali ed europee – vanno innanzitutto a quei magistrati che hanno scelto, pubblicamente, con grande coraggio, di sostenere la riforma.

Non una scelta scontata, non una scelta comoda, come emerge anche da testimonianze dirette di chi la magistratura la vive o l’ha vissuta dall’interno. Come, ad esempio, Luca Palamara.

Perché il vero tema non è mai stato uno scontro tra politica e giustizia, ma una riflessione sulla qualità dell’autogoverno e sul peso crescente delle correnti politico-clientelari, che negli anni hanno inciso profondamente sulle dinamiche dell’Associazione Nazionale Magistrati, del Consiglio Superiore della Magistratura e, più in generale, sull’equilibrio del sistema Magistratura italiana.

I magistrati che hanno pubblicamente sostenuto la riforma, in nome anche di tanti altri che non hanno avuto il coraggio di esporsi, lo hanno fatto, nella gran parte dei casi, non per appartenenza politica, ma per convinzione istituzionale. Nell’idea che rafforzare la trasparenza, ridurre le logiche correntizie e restituire centralità al merito non significhi indebolire la magistratura, bensì renderla davvero autonoma ed indipendente e, soprattutto, più credibile agli occhi dei cittadini.

È una posizione che affonda le radici in un dibattito lungo decenni. Già molto prima di assumere responsabilità di governo, il magistrato Carlo Nordio sosteneva la necessità di intervenire su alcune ambiguità strutturali del sistema, a partire dalla commistione tra funzioni requirenti e giudicanti, difficilmente conciliabile con il principio del giudice terzo nei modelli accusatori moderni.

Non si tratta di tesi nate oggi, né di battaglie contingenti. Si tratta di un percorso culturale e giuridico che ha attraversato generazioni di magistrati, giuristi e servitori dello Stato.

Ed è proprio per questo che il coraggio di quei magistrati deve essere riconosciuto. Soprattutto ora che hanno perso la loro battaglia.

Perché esporsi, rompere il conformismo di casta, sottrarsi – anche solo simbolicamente – al peso delle correnti, significa accettare un rischio. Un rischio professionale, certo, ma anche umano. Chi conosce dall’interno certe dinamiche sa bene che la memoria degli apparati è lunga e che le reazioni possono essere fredde, silenziose, ma incisive.

Per questo, a loro va non solo rispetto, ma anche attenzione.

Attenzione pubblica, costante, vigile

È qui che entra in gioco una responsabilità precisa dell’informazione. I giornalisti, soprattutto quelli che si definiscono liberi e indipendenti, hanno il dovere di non dimenticare questi magistrati – diversi dei quali sono donne -, di seguirne i percorsi professionali, di osservare con rigore ciò che accadrà alle loro carriere, ai loro incarichi, alle loro valutazioni, alle loro vite.

Non per spirito di parte, ma per garantire trasparenza.

Perché il pluralismo interno alla magistratura è un valore costituzionale, non un’anomalia. E perché una magistratura davvero autonoma lo è non solo dalla politica, ma anche da ogni forma di pressione interna, visibile o invisibile.

L’omaggio all’avvocatura riformista

Accanto a questi magistrati, sento doveroso rendere omaggio anche a una parte dell’avvocatura.

Una sorta di onore delle armi a quegli avvocati che, pur consapevoli dei rischi di andare pubblicamente contro il pensiero di alcuni magistrati che potrebbero essere un giorno chiamati a giudicare i loro clienti, e che un sistema giurisdizionale più efficiente e lineare avrebbe potuto ridurre i loro gradi di giudizio, e quindi anche le proprie parcelle, hanno scelto di sostenere la riforma. Non per interesse personale, ma per visione etica e professionale.

In un Paese in cui troppo spesso si confonde la difesa delle garanzie con la difesa dello status quo, questa scelta assume un valore particolare. Significa anteporre l’interesse generale – una magistratura più credibile, più comprensibile, più equilibrata, piú autonoma, piú indipendente – a quello di categoria e del profitto.

Onore anche a loro.

Non ci puó essere un’Italia forte senza una magistratura credibile

Anche se il voto ha detto altro, non cancella le domande. Né, soprattutto, cancella la necessità di affrontare criticità che restano evidenti, anche sul piano europeo, dove la qualità della giustizia incide direttamente sulla credibilità di un Paese e sulla fiducia reciproca tra Stati membri.

Come è stato osservato, non può esistere un’Italia forte senza una magistratura realmente autonoma, indipendente e quindi credibile. E non può esistere un’Europa solida senza Stati membri che garantiscano pienamente lo Stato di diritto.

Ma proprio da qui può nascere una prospettiva.

Un auspicio da cittadino

Da cittadino, prima ancora che da osservatore, resta un auspicio: che quei magistrati – insieme ai tanti colleghi che, in silenzio, li hanno sostenuti – trovino ora il coraggio di organizzarsi, di fare rete, di dare vita a una nuova area culturale, capace di incidere davvero nell’autogoverno della magistratura.

Nell’Associazione Nazionale Magistrati, certo, ma anche dentro il Consiglio Superiore della Magistratura. Perché senza una rappresentanza alternativa, il rischio è che tutto resti immobile. E che chi ha avuto il coraggio di esporsi resti isolato.

La democrazia vive di decisioni, ma cresce nel confronto. E il confronto, quando è fondato su dati, esperienza e senso dello Stato, non è mai una minaccia. È, al contrario, la sua più alta espressione. Viva l’Italia.

 


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