Una delegazione bipartisan del Senato Usa arriva a Taipei per sbloccare lo stallo sul budget militare. Sullo sfondo, le pressioni cinesi e l’incognita Trump
Una delegazione bipartisan del Senato statunitense è attesa a Taiwan con un obiettivo preciso: spingere il Parlamento dell’isola ad approvare il pacchetto da 40 miliardi di dollari per la difesa, fermo da mesi tra le tensioni politiche interne.
La visita — la prima di questo livello dallo scorso anno — arriva in un momento delicato. Il presidente Lai Ching-te e il Partito Democratico Progressista faticano a ottenere il via libera del Kuomintang, mentre cresce la pressione militare della Cina nello Stretto. Rendere Taipei sempre più forte militarmente, in grado di provvedere alla propria difesa in modo più autonomo, è parte della cosiddetta “strategia del porcospino”, ossia l’idea che gli strateghi americani hanno da tempo per fare in modo che la deterrenza dell’Isola cresca fino al punto di renderla intaccabile senza subire danni (come toccare un porcospino senza pungersi). Nell’ottica trumpiana, gli acquisti di armi Made in Usa e l’autonomia militare taiwanese rientrano nel quadro dell’America First.
Il messaggio di Washington è diretto. “È molto importante per noi essere lì, per riaffermare il supporto e spiegare perché è cruciale vedere Taiwan adottare misure forti per la propria difesa”, ha dichiarato la senatrice Jeanne Shaheen al Financial Times. Un passaggio che riflette una preoccupazione crescente nel Congresso: senza un impegno concreto da parte di Taipei, anche il sostegno americano potrebbe indebolirsi.
Ancora più esplicito il senatore John Curtis, secondo cui il voto sul budget è “così critico” che “anche solo sottolinearne l’importanza sarebbe già una ragione sufficiente per il viaggio”. Dietro la formula diplomatica, si intravede una linea sempre più condivisa a Washington: la deterrenza passa anche dalla credibilità interna di Taiwan.
Il dossier si inserisce in un contesto più ampio. La visita precede di poche settimane il previsto incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a Pechino, un passaggio che alimenta timori a Taipei su possibili concessioni americane. Shaheen ha ammesso di essere “preoccupata” per l’impegno di Trump nel rafforzare il sostegno a Taiwan, soprattutto se l’isola non dimostrerà di investire nella propria sicurezza.
Parallelamente, l’amministrazione Usa continua a muoversi su un doppio binario: da un lato, pacchetti di vendita di armi sempre più consistenti; dall’altro, cautela diplomatica per evitare escalation con Pechino prima del vertice. Cautela usata dallo stesso presidente nei suo remarks alla Future Investment Initiative, con Trump che ha usato parole positive per la Cina, per Xi e per un’intesa in arrivo sulla (co)gestione di TikTok.
Curtis ha sintetizzato questa tensione con una metafora: il rapporto tra Stati Uniti e Cina è “come un matrimonio” che “ha bisogno di consulenza, non di un divorzio”. Un’immagine che riflette l’equilibrio strategico americano tra competizione e stabilizzazione. La missione asiatica — che toccherà anche Corea del Sud e Giappone — conferma infine un punto: per Washington, il teatro indo-pacifico resta prioritario, ma sempre più intrecciato con le altre crisi globali, a partire dal Medio Oriente.















