Nel pieno della competizione globale per la leadership tecnologica, Italia e Stati Uniti rilanciano la cooperazione scientifica con il rinnovo degli accordi bilaterali. Dalle biotecnologie all’AI, l’obiettivo è rafforzare la ricerca congiunta e il trasferimento tecnologico. “Il legame con gli Stati Uniti favorisce lo scambio di conoscenze e competenze nel campo dei brevetti, della proprietà intellettuale, delle invenzioni e delle applicazioni cliniche, ma anche la capacità di attrarre investimenti produttivi sia dall’Italia sia dall’estero”, commenta Paolo Aquilanti, presidente della Fondazione Ri.Med
La 15ª riunione della Commissione congiunta Italia-Stati Uniti sulla cooperazione scientifica e tecnologica (Jcm), copresieduta dal dipartimento di Stato e dal ministero degli Affari esteri italiano, si svolge in un momento in cui la competizione globale per la leadership tecnologica si fa sempre più intensa e la cooperazione scientifica tra alleati torna al centro dell’agenda transatlantica.
Le delegazioni hanno ribadito l’intenzione di rafforzare il coordinamento in una serie di settori considerati strategici per l’innovazione e la sicurezza tecnologica: dalle scienze quantistiche al calcolo ad alte prestazioni e all’intelligenza artificiale, dall’energia da fissione e fusione alle biotecnologie e ai materiali avanzati. Un’agenda che punta a intensificare la ricerca congiunta, gli scambi tra ricercatori, l’utilizzo condiviso delle infrastrutture scientifiche e lo sviluppo di partenariati pubblico-privati. “L’obiettivo è consolidare una leadership globale nelle tecnologie di frontiera e nei comparti più avanzati dell’innovazione. In un contesto di crescente competizione globale, la collaborazione tra i Paesi occidentali non è solo opportuna, ma imprescindibile”, ha sottolineato la sottosegretaria agli Affari esteri Maria Tripodi, annunciando anche un significativo aumento delle risorse italiane destinate ai progetti di ricerca congiunta nei prossimi anni.
Proprio nel campo delle biotecnologie e della ricerca biomedica, questa collaborazione assume una dimensione concreta. Negli ultimi anni si è infatti sviluppata una rete di partenariati scientifici e infrastrutture di ricerca che collega istituzioni italiane e americane, con l’obiettivo di rafforzare la ricerca traslazionale, accelerare il trasferimento tecnologico e generare ricadute industriali e sanitarie. Ne abbiamo parlato con Paolo Aquilanti, presidente della Fondazione Ri.Med, intervistato da Healthcare Policy per Formiche.net.
Il rinnovo dell’accordo sulla cooperazione scientifica tra Italia e Stati Uniti arriva in un momento di forte competizione tecnologica globale. Che significato assume questo passaggio?
Il fatto che questo accordo sia stato rinnovato proprio ieri assume un significato particolare. Come è noto, l’attuale amministrazione statunitense non ha una particolare inclinazione verso accordi internazionali di questo tipo. Il merito e il risultato vanno in larga parte attribuiti al grande lavoro del governo italiano e all’impegno del nostro ambasciatore a Washington, che si è adoperato molto per raggiungere questo esito.
Se guardiamo alla storia di questa cooperazione tra Italia e Stati Uniti, come si è sviluppata e perché oggi assume un valore particolare?
Tutto nasce dall’accordo iniziale sulla cooperazione scientifica che risale al 1988. A partire da quell’intesa sono poi seguiti diversi accordi attuativi, l’ultimo dei quali è stato firmato ieri. Si tratta di joint declaration, dichiarazioni congiunte che declinano, nei vari settori della cooperazione scientifica, i progetti, le attività e gli enti coinvolti sia da parte americana sia da parte italiana.
Per quanto riguarda le biotecnologie, siamo ovviamente nel pieno di uno sviluppo molto rapido, perché oggi tutti riconoscono l’importanza strategica della ricerca in questo campo e le ricadute che può generare, non solo sul piano scientifico e sanitario, ma anche su quello industriale e della competitività tecnologica.
Quale ruolo possono avere proprio le biotecnologie in ambito di cooperazione transatlantica?
Il legame con gli Stati Uniti favorisce lo scambio di conoscenze e competenze nel campo dei brevetti, della proprietà intellettuale, delle invenzioni e delle applicazioni cliniche, ma anche la capacità di attrarre investimenti produttivi sia dall’Italia sia dall’estero.
Un quadro che apre anche uno spazio per il coinvolgimento dell’industria e delle filiere dell’innovazione a questi tavoli…
Assolutamente, è un aspetto centrale. Nel campo delle biotecnologie la ricaduta industriale è quasi immediata. Non è sempre scontata, ma rappresenta certamente uno degli aspetti più rilevanti.
Noi manteniamo relazioni e scambi anche con il mondo delle imprese e con il sistema produttivo, proprio per avviare e rafforzare questo dialogo e questa integrazione tra ricerca traslazionale, attività cliniche e attività produttive. Sono attività che sono al tempo stesso il risultato e il supporto delle attività di ricerca e di cura.
Come si inserisce l’esperienza della Fondazione Ri.Med in questo contesto di cooperazione?
La Fondazione è stata costituita ormai vent’anni fa dalla Presidenza del Consiglio dei ministri insieme al Cnr e alla Regione Siciliana e i nostri partner americani sono l’Università di Pittsburgh e il centro medico dell’Università di Pittsburgh (Upmc). Siamo stati, in un certo senso, tra i pionieri di questa partnership internazionale, che è anche piuttosto originale nel contesto nazionale, perché mette insieme istituzioni nazionali, la Regione Siciliana e partner internazionali. Noi ci dedichiamo in particolare alla cosiddetta ricerca traslazionale, cioè una ricerca orientata all’applicazione clinica sui pazienti. Il nostro punto di forza consiste proprio in una stretta collaborazione e integrazione con l’ospedale Ismett di Palermo, una struttura specializzata nei trapianti d’organo e nelle terapie avanzate, che nasce anch’essa da una partnership con i nostri partner americani di Pittsburgh.
Oggi la Fondazione Ri.Med conta oltre cento ricercatori nei laboratori di Palermo, molti dei quali giovani scienziati siciliani rientrati dall’estero. Il legame con Pittsburgh rappresenta l’anello di congiunzione tra Ismett e la Fondazione.
Quali sono le prospettive di sviluppo per il progetto nei prossimi anni?
Siamo alla vigilia di un risultato molto importante: nel giro di circa un anno avvieremo le attività in un nuovo centro di ricerca a Carini, centro interamente finanziato dal governo italiano, che si avvale della partnership scientifica dei nostri partner di Pittsburgh. Nel frattempo la fondazione ha già sviluppato attività scientifiche rilevanti e ha registrato circa trenta brevetti. Per noi questo è un fatto concreto: non si tratta di un’ipotesi o di un’idea programmatica, ma di un progetto già in corso di realizzazione e in una fase di maturazione molto avanzata. Oltretutto per noi l’elemento internazionale è proprio nel Dna dell’esperienza.
Tengo a sottolineare che oltre al legame transatlantico, la posizione della nostra realtà con sede in Sicilia, e quindi al centro del Mediterraneo, offre anche una proiezione verso l’area extraeuropea circostante, cioè verso i Paesi del Maghreb e del Medio Oriente, sia per quanto riguarda le attività cliniche e ospedaliere sia per la ricerca.
















