L’Mfn di Trump ha quasi un anno di vita. Abbastanza per tracciare un bilancio provvisorio: i lanci farmaceutici in Europa sono calati di oltre un terzo, gli investimenti rallentano, i trial clinici si spostano. Dalla Svezia alla Spagna, da Berlino a Londra, il continente in cerca di risposte
Quando questa settimana, Emer Cooke, direttrice esecutiva dell’Agenzia europea per i medicinali, sale sul palco del Reuters Pharma Europe 2026 e afferma: “Siamo a un punto critico”, dice ad alta voce quello che molti sussurravano da mesi. Il numero di lanci di farmaci in Europa è calato di oltre un terzo da quando Donald Trump, lo scorso maggio, ha introdotto la politica del Most favoured nation. Un anno. Ma abbastanza per cambiare la geografia dell’innovazione farmaceutica globale.
L’Mfn – che nella sua logica apparentemente semplice vincola i prezzi dei farmaci negli Stati Uniti ai livelli più bassi praticati negli altri Paesi ricchi, Europa in testa – sta avendo come risultato “un’enorme esitazione a lanciare in Europa”, ha detto senza giri di parole Bill Coyle di ZS al convegno di Barcellona. Non è una preoccupazione astratta. Nelle ultime settimane, dalla Svezia alla Spagna passando per Berlino e Londra, i segnali si sono infatti moltiplicati.
Le stime dell’associazione di categoria svedese
Che i numeri siano allarmanti lo dice la stessa industria. In Svezia, Lif, l’associazione di categoria dell’industria farmaceutica del Paese scandinavo, ha condotto un sondaggio tra le aziende associate. I risultati? Se l’Mfn venisse implementata senza correttivi da parte del governo svedese, il 57% delle aziende che ha risposto si dice probabile o molto probabile nel non lanciare nuovi prodotti nel Paese nei prossimi tre anni. La percentuale sale all’82% nell’orizzonte 4-6 anni. Per i ritardi nei lanci – categoria distinta dal mancato lancio — si va all’86% nel breve periodo e a un 97% nel medio. Il 62% delle aziende ritiene probabile una riduzione dei trial clinici nei prossimi tre anni.
Berlino: la voce di Soriot e il campanello d’allarme tedesco
Nel cuore del continente, proposte di contenimento dei costi contenute nel disegno di legge tedesco sulla stabilizzazione dei contributi all’assicurazione sanitaria obbligatoria hanno spinto Pascal Soriot, Ceo di AstraZeneca, a un’uscita pubblica che ha il sapore di un ultimatum. In un’intervista all’Handelsblatt, Soriot ha avvertito che se la legge passerà nella sua forma attuale, dal prossimo anno AstraZeneca potrebbe non riuscire a lanciare nuovi farmaci in Germania.
La frase che però rimarrà è un’altra, ed è rivolta all’intero continente: L’Europa diventerà “un mero ufficio vendite”, mentre la R&S si svolgerà negli Usa e in Cina.
Madrid chiede una risposta europea
In un incontro di Diariofarma il segretario di Stato alla Salute spagnolo, Javier Padilla, ha posto sul tavolo una questione che va ben oltre la contingenza politica e tocca il modo stesso in cui l’Europa ha reagito – o non ha reagito – alla strategia americana. Il rischio più insidioso, ha avvertito, non è solo l’Mfn in sé: è averla già interiorizzata troppo in fretta, trattandola come un dato di paesaggio.
Padilla ha chiuso la porta a qualsiasi illusione di carattere elettorale: non bisogna aspettarsi che un cambio alla Casa Bianca inverta la rotta. Queste misure, “in una forma o nell’altra, rimarranno”, ha sottolineato Padilla. Il problema, dunque, non è (solo) Trump. È la logica che Trump ha messo in moto, in maniera sicuramente dirompente – e che l’Europa non può limitarsi a metabolizzare. Le autorità europee, ha aggiunto, non possono permettersi di essere mere “scribe dei disastri”. Ha anche riconosciuto, con una certa autoironia istituzionale, che “Europa e velocità sono talvolta termini contraddittori”.
L’approccio di Londra
Nel frattempo c’è anche un Paese europeo – o ex europeo, almeno sul piano istituzionale – che ha già scelto. All’inizio di aprile, Londra e Washington hanno finalizzato un accordo farmaceutico bilaterale, basato su un’intesa emersa a fine 2025: dazi zero per almeno tre anni sulle esportazioni britanniche verso gli Usa, in cambio di una serie di concessioni concrete. Il Nhs pagherà il 25% in più per i nuovi farmaci importati dagli Stati Uniti – in particolare quelli innovativi – a partire da questo mese. I criteri del Nice, l’ente britannico per la valutazione costo-efficacia dei medicinali, verranno modificati. La spesa farmaceutica britannica passerà dallo 0,3% del PIL allo 0,35% entro il 2028, per arrivare allo 0,6% entro il 2035. In più, è prevista una cooperazione regolatoria rafforzata tra le due autorità di controllo.
L’accordo non è dunque privo di implicazioni: Londra ha fondamentalmente accettato di rivedere i criteri del Nice e di aumentare la spesa pubblica per i medicinali in modo significativo nel medio periodo. Una scommessa basata sull’idea che investire di più oggi sull’innovazione significhi garantire al sistema sanitario accesso alle terapie di domani, invece di rincorrerle con anni di ritardo. L’intesa Usa-Uk contribuisce, dunque, a delineare uno spazio negoziale con Washington, senza esaurirne condizioni e implicazioni, in un momento in cui Washington minaccia tariffe fino al 100% sui medicinali importati che non rispettano i suoi termini. Peter Kyle, segretario di Stato per gli affari economici, l’energia e la strategia industriale del Regno Unito, ha affermato a inizio mese che la risposta è volta a rafforzare la protezione industriale e degli high-skilled job.
La prova di maturità per l’Europa
L’Mfn si sta rivelando una prova di maturità per il Continente. Vale la pena ribadirlo, non si tratta solo di chi paga quanto un farmaco, si tratta di dove si decide di investire, dove si costruiscono le fabbriche, dove si formano i ricercatori, dove si conducono i trial che disegnano la medicina del prossimo decennio. Il lavoro qualificato, la capacità industriale, la competitività nei settori ad alta intensità di conoscenza, tutto questo converge su scelte che si stanno compiendo adesso, di fronte a una geografia dell’innovazione che lungi dall’essere immutabile.
















