Un Paese che consuma il presente ma fatica a immaginare il futuro: è questa la cifra dell’incertezza italiana, ormai strutturale e non più emergenziale. Tra calo della fiducia, fragilità demografica e micro-imprese senza prospettiva, si allarga lo scollamento tra vita individuale e dimensione collettiva. In questo vuoto di visione, la cultura — da musei a biblioteche — può diventare il perno di una nuova narrazione identitaria, capace di ricucire comunità e restituire orizzonte al lungo periodo. L’analisi di Monti
Il mondo sta cambiando, ancora una volta, e né il nostro Paese, né la nostra Europa, riescono ad identificare una narrazione identitaria che spinga le persone al di là della propria quotidianità.
La grande narrazione edonistica che ha caratterizzato grande parte degli ultimi decenni del secolo scorso si è ormai indebolita.
La promessa di libertà di Internet che l’ha succeduta si è ormai arenata in una vorticosa vetrina di contenuti sempre più orientati alla distrazione che alla nascita di interessi.
In questo contesto, abbiamo sinora attribuito la crescente percezione di incertezza a condizioni di scenario, ma il fenomeno ha raggiunto dimensioni troppo vaste per essere semplicemente attribuito alle condizioni straordinarie.
Si pensi al nostro Paese, alla nostra condizione demografica, all’andamento del nostro valore aggiunto, alle condizioni delle micro-imprese, quelle con meno di sette addetti per intenderci, che spesso hanno anche la possibilità di assumere e creare occupazione, ma non sufficienti risorse, e scenari, per poter immaginare una crescita di lungo periodo.
Si tratta di una condizione strutturale che descrive più o meno le condizioni di tantissimi strati della popolazione, e che soltanto a causa di una specializzazione delle competenze tendiamo ad analizzare in modo separato.
Che si tratti di giovani che non fanno figli, di imprese che non pianificano investimenti di lungo periodo, di adulti che non investono né sviluppano decisioni a lungo termine, e per quanto ciascuna di queste manifestazioni abbia delle espressioni molto diverse tra loro, il concetto resta lo stesso: siamo abbastanza in grado di sopravvivere, ma non abbiamo mezzi né risorse per pianificare a lungo termine.
Non è soltanto una dimensione culturale, ma anche economica, e, al contempo, non è soltanto una questione economica, ma anche culturale.
Con una visione economica si può affermare che in questi anni, complice il livello di incertezza, da un lato si è assistito ad un incremento dei consumi estemporanei, e dall’altro si è assistito ad una riduzione di risparmi e investimenti.
Con una visione umano-centrica possiamo dire che il boom degli aperitivi è anche dettato dal fatto che le persone non hanno abbastanza o sicurezze per progettare una famiglia, e che eliminando tali proiezioni future (investimento o risparmio), si trovano ad avere abbastanza risorse da dedicare alla dimensione della socialità dopo il lavoro.
Quando Rai News, riportando dati Istat, conferma che la fiducia da parte dei consumatori sul clima economico del Paese passa dal 99,1 all’88,1, e la fiducia sul futuro scende dal 93,1 all’85,3, mentre il clima personale cala soltanto dal 96,8 al 94,2, non stiamo soltanto analizzando potenziali indicatori predittivi delle scelte in termini di acquisto, risparmio o investimento, stiamo assistendo ad uno scollamento importante tra la vita personale e quella collettiva e ad una tranquillità sulla propria condizione che è tuttavia almeno in parte agevolata dall’assenza di “pianificazioni a 10 anni”.
Questa incertezza culturale e politica, intendendo con questo termine tutto ciò che riguarda la gestione della vita delle persone che afferiscono ad una collettività, non ha mancato di produrre segnali sia nell’uno, che nell’altro verso.
La grande esplosione di prodotti culturali che potrebbero essere in qualche modo ricondotti al filone dell’esotismo, che nel corso del romanticismo si contrapponeva al titanismo e identificava quella tendenza culturale che si esprimeva attraverso la fuga dal presente verso luoghi lontani o medievali, può in questo senso essere affiancata alla sempre minore partecipazione politica e civica.
Quest’assenza di partecipazione si traduce, a propria volta, in una sempre maggiore distanza tra l’agire di governo e le aspettative delle persone, riflettendo quindi una condizione in cui i decisori pubblici smettono di essere simboli di un modo di vivere legato al presente, ma si incardinano in tradizioni politiche sedimentate, e spesso obsolete, o, in alternativa, si cimentano in contorsionismi equilibristici consapevoli che il consenso di cui godono è una base sottile come un filo circense.
In questo vuoto interpretativo, i Musei e le Istituzioni Culturali possono rappresentare un tassello estremamente importante per sviluppare un progressivo riallineamento tra la vita individuale e la tendenza ad uno stile di vita, alla creazione di un sogno italiano verso il quale tendere, nel quale avere fiducia.
Musei e istituzioni culturali sono il luogo in cui le persone possono entrare in contatto con la dimensione più umana dello Stato e di qualunque espressione di organizzazione territoriale: sono questi i luoghi che più di ogni altro possono essere utili ad un confronto con il Paese, con le aspettative, con i gusti, con le dimensioni sociali.
La specializzazione delle competenze ha sinora prodotto tante visioni del mondo quante sono le discipline che lo osservano: una ricchezza che necessita di essere integrata in un’interpretazione concreta, che tenga conto di tali dimensioni e che le riunisca in una visione “binoculare”.
Riconcepire la cultura come espressione di dialogo, confronto e reciproca comprensione è un percorso di certo lungo, ma può essere utile iniziare ad interpretare le istituzioni culturali come luoghi ideali per la comprensione dei cittadini.
È necessario superare delle impostazioni di base, perché l’attuale tendenza contraddice in premessa tale ambizione: i musei come luoghi di mera fruizione, quelli delle prime domeniche del mese, o quelli che misurano il proprio successo in semplici numeri di fruitori, possono essere anche affiancati da musei che invece hanno un altro tipo di ambizione, un altro tipo di obiettivo statutario, che è quello di far crescere la riflessione, e con essa, la dimensione civica, il raccordo tra individuale e collettivo.
Le biblioteche possono sviluppare servizi culturali in cui le persone si riscoprono parte di una comunità, e gli archivi possono identificare percorsi storici individuali o territoriali.
L’archeologia può divenire centro di un dialogo valoriale tra le condizioni attuali e quelle di epoche passate.
Azioni che già vengono svolte, in molti casi, ma che sono espressione della volontà dei singoli, e non l’espressione di una volontà concreta di rendere la cultura la disciplina centrale per lo sviluppo di una nuova traiettoria italiana.
Se ci poniamo questo obiettivo, possiamo iniziare a costruire un percorso di lungo periodo che è senza dubbio pieno di difficoltà, ma che almeno fornisce anche all’istituzione pubblica, una direzione verso cui tendere, un obiettivo da raggiungere, che sia anche un po’ più entusiasmante del record di visitatori.
















