Gli Emirati, entrati nell’organizzazione dei Paesi produttori quasi sessant’anni fa, abbandonano a sorpresa il cartello in nome dell’interesse nazionale. I segnali di una possibile rottura, tuttavia, c’erano tutti. Per gli Stati Uniti, comunque, potrebbe essere una vittoria
Forse, a guardare più da vicino, potrebbe essere una vittoria degli Stati Uniti, che di petrolio sono i principali produttori al mondo. L’Opec e l’Opec+ si spaccano e perdono il suo membro più eccellente, gli Emirati Arabi Uniti, che dal primo maggio lasceranno l’organizzazione con sede a Vienna e nata nel 1960 e fondata da da Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela. Gli Emirati Arabi Uniti ci entrarono nel 1967, mentre gli Stati Uniti non ne fanno parte, così come nessun paese europeo. E questo potrebbe spiegare molte cose.
Non bisogna mai dimenticare che il cartello concorda e stabilisce le quote di produzione per i membri nel tentativo di controllare il prezzo del petrolio. Ora, il ritiro di uno dei membri di più lungo termine dell’organizzazione potrebbe indebolire l’organizzazione e concedere maggiore spazio al mercato americano, specialmente con lo stretto di Hormuz ancora ostruito dai pasdaran iraniani. “Questa decisione fa seguito a una revisione completa della politica di produzione degli Emirati Arabi Uniti e della loro capacità attuale e futura. Si basa sul nostro interesse nazionale e sul nostro impegno a contribuire efficacemente a soddisfare le pressanti esigenze del mercato”, ha dichiarato lo Stato del Golfo in una nota.
La decisione è stata presa in un momento decisamente particolare per i Paesi produttori di petrolio che si affacciano sul golfo Persico. Attualmente, infatti, la loro capacità di esportazione è praticamente, se non azzerata, almeno ridotta per via della chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran. Inoltre alcuni luoghi di estrazione e lavorazione del petrolio sono stati bombardati dall’Iran nelle ultime settimane e ci vorranno alcuni mesi, se non anni, per ripristinarne le capacità.
Lunedì scorso Anwar Gargash, il consigliere diplomatico per il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohamed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan, aveva criticato alcuni Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, di cui fanno parte Bahrein, Kuwait, Oman Qatar e Arabia Saudita, sostenendo che la loro reazione agli attacchi iraniani fosse stata troppo debole. E più volte gli Emirati si erano lamentati del fatto che alcuni di questi Paesi non avessero fatto abbastanza per proteggerli. Di sicuro, l’uscita degli Emirati è un elemento negativo per l’Arabia Saudita, che è sempre stata uno dei paesi più influenti all’interno dell’organizzazione. Allo stesso tempo, come detto, questa potrebbe essere gradita al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha più volte criticato i paesi dell’Opec, accusandoli di modificare la produzione di petrolio allo scopo di aumentare i prezzi energetici in Occidente.
E poi c’è il fattore Venezuela. Washington, che dopo la rimozione coatta di Nicolas Maduro ha messo le mani sulle riserve di Caracas, che valgono un quinto di quelle globali, chiamando a raccolta le big oil occidentali, inclusa Eni, potrebbe a questo punto avere gioco facile nel rafforzare il suo baricentro petrolifero. Ma non è finita. La decisione degli emiri può anche essere letta come un modo per rendersi autonomi e per poter gestire autonomamente la propria capacità produttiva, aumentata significativamente negli ultimi anni, in un momento in cui la guerra con l’Iran ha causato uno choc energetico storico e destabilizzato l’economia globale.
















