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Pressione cinese sull’Africa. Il caso dei sorvoli negati a Taiwan

Il rinvio della visita di Lai dopo il blocco dei sorvoli mostra come la pressione cinese possa estendersi anche a leve tecniche. Tra Africa e Oceano Indiano, investimenti e relazioni economiche contribuiscono a ridurre i margini di autonomia diplomatica

Il presidente di Taiwan, Lai Ching-te, ha rinviato una visita ufficiale in Eswatini dopo che Seychelles, Mauritius e Madagascar hanno revocato improvvisamente i permessi di sorvolo per l’aereo presidenziale. Secondo Taipei, la decisione sarebbe il risultato di pressioni dirette da parte della Cina, che avrebbe fatto leva su strumenti economici e diplomatici per bloccare il viaggio. Si tratta di un episodio inusuale, un precedente preoccupante: raramente un presidente taiwanese è costretto a cancellare una missione all’estero per ostacoli di natura politica, sebbene mascherati da ragioni logistiche.

Tanto che nel commentare l’accaduto, Lai ha adottato un tono esplicito, inserendo la vicenda nella cornice più ampia degli equilibri lungo lo stretto di Taiwan. “Le azioni coercitive della Cina minano lo status quo, esponendo ancora una volta i rischi che i regimi autoritari rappresentano per l’ordine internazionale”, ha dichiarato. E ancora: “Nessuna minaccia o coercizione potrà scuotere la determinazione di Taiwan a interagire con il mondo, né diminuire il nostro contributo alla comunità globale”. Un messaggio che punta a rafforzare la postura internazionale di Taipei come attore resiliente e normativo, capace di resistere alle pressioni esterne.

Al di là dell’episodio specifico, il caso evidenzia una dinamica strutturale più ampia. La crescente presenza economica e politica della Cina in diverse aree dell’Africa si traduce sempre più spesso in una forma di allineamento diplomatico – o quantomeno di cautela – da parte dei Paesi coinvolti. Attraverso investimenti, accesso al credito e partnership strategiche, Pechino ha costruito un’influenza che può estendersi anche a decisioni apparentemente tecniche, come la concessione dei diritti di sorvolo.

Non è un caso che i Paesi coinvolti intrattengano rapporti economici e infrastrutturali significativi con Pechino, tra investimenti, accesso al credito e integrazione nella Belt and Road Initiative.

Mauritius, ad esempio, è integrata in accordi commerciali diretti e nella Belt and Road Initiative; Madagascar rappresenta un nodo rilevante per le risorse minerarie strategiche, con una presenza cinese consolidata; mentre le Seychelles, per posizione geografica, si collocano al crocevia degli interessi marittimi e finanziari cinesi nell’Oceano Indiano. Elementi che, senza determinare automaticamente le scelte politiche, contribuiscono a definirne i margini.

In questo senso, la vicenda non riguarda solo Taiwan, ma il modo in cui il peso internazionale della Cina – sotto la guida di Xi Jinping – si riflette nella ridefinizione degli spazi decisionali di altri Stati. La sovranità resta formalmente intatta, ma si esercita sempre più spesso entro margini condizionati da rapporti di dipendenza economica e politica. Una dinamica che investe più in generale anche gli attori operanti in contesti terzi ad alta prossimità con la Cina, imponendo una gestione attenta delle interdipendenze economiche e dei vincoli politici – come nel caso dell’Italia nel quadro del Piano Mattei.

Questo caso si inserisce nell’insieme delle iniziative con cui Pechino cerca di comprimere e progressivamente erodere la presenza internazionale di Taipei. Per la Repubblica popolare cinese, la Repubblica di Cina – ossia Taiwan – non esiste: una posizione formalizzata nella “One China Policy”, che impone a tutti i Paesi che intrattengono relazioni con Pechino di riconoscere un’unica Cina, escludendo quindi Taiwan dal piano diplomatico.

In questo contesto, Eswatini rappresenta un’eccezione rilevante, essendo uno dei pochi Stati al mondo a mantenere un riconoscimento formale di Taipei. Impedendo a Lai di raggiungerlo, Pechino non si limita a esercitare pressione diplomatica, ma interviene concretamente sulla capacità dell’isola di mantenere e sviluppare le proprie relazioni internazionali, trasformando anche i collegamenti fisici – rotte aeree, transiti, accessi – in strumenti di competizione geopolitica.


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