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Non un disgelo, non una rottura. Cosa è successo nell’incontro tra Rubio e Leone XIV

Di Andrea Gagliarducci
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Trump parla al suo elettorato, sta dicendo ai cattolici che si dicono delusi che lo hanno votato che devono fidarsi del suo giudizio, e lo fa in vista di una difficile campagna per le elezioni mid term di novembre, dove i repubblicani potrebbero perdere molti voti cattolici. Leone XIV ha chiarito più volte che non parla un linguaggio politico, non si riferisce alla politica e non dà un giudizio politico

Il diavolo, dice il detto, si nasconde nei dettagli. E certamente sono molti i dettagli da osservare nel passaggio del segretario di Stato statunitense Marco Rubio, prima in udienza privata con Leone XIV e poi in un bilaterale in segreteria di Stato vaticana, con il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, e l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, che è una sorta di “ministro degli Esteri” vaticano. I dettagli, tuttavia, non cambiano il quadro di insieme. Ovvero, che la visita di Rubio in Vaticano rientra nei normali rapporti tra Santa Sede e Stati Uniti, ha una sua cortesia implicita – Rubio era in viaggio in Italia, la Santa Sede è stata annessa al viaggio, non ne era l’obiettivo primario – e di certo non nasce per superare la tensione tra Leone XIV e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, se tensione c’è mai stata.

Prima di entrare nei dettagli, un piccolo flashback, per entrare nel contesto. Leone XIV ha fatto diversi appelli per la pace – se ne sono contati circa 400 nel corso di questo primo anno di pontificato – e di certo la politica “muscolare” di Trump sugli scenari del Medio Oriente prima e del Golfo dopo non è stata apprezzata. Quando Trump ha detto che sarebbe stata distrutta la civiltà dell’Iran, con uno dei suoi post dal linguaggio apocalittico, Leone XIV ci ha tenuto a far sapere che erano toni inaccettabili, e ha anche esortato i cittadini Usa a scrivere al loro rappresentante al Congresso per sottolineare la volontà di pace.

Ma le parole del papa entravano anche in unopinione pubblica cattolica americana che, dalla minaccia di invasione della Groenlandia in poi, aveva mostrato disaffezione per Trump. E, nel frattempo, i cardinali Cupich di Chicago, Tobin di Newark e McElroy di Washington, DC avevano prima diffuso a gennaio una dichiarazione congiunta in cui criticavano la polarizzazione della politica americana, e poi erano stati a sostenere la pace contro le politiche dell’amministrazione su CBS. Quest’ultimo fatto era avvenuto alla vigilia del viaggio del Papa in Africa, ed è considerato da alcuni il motivo scatenante dell’attacco diretto di Trump a Leone XIV “debole in politica estera”, che vuole che l’Iran abbia l’atomica. Attacco che Trump ha ribadito in almeno altre due occasioni, anche alla vigilia del viaggio di Rubio in Vaticano.

Ma Rubio non veniva in Vaticano per ricucire i rapporti. Veniva piuttosto con l’idea di presentarsi come il volto buono e positivo della politica estera americana. Cattolico, Rubio ha appoggiato l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela, ma negli ultimi tempi è apparso meno entusiasta nell’appoggiare la politica estera di Trump. E Rubio, da molti, è accreditato in corsa per una candidatura alla prossima tornata presidenziale, quando Trump non potrà più concorrere.

Per questo, l’incontro non poteva che essere cordiale. Ma è qui che i dettagli cominciano a fare la differenza. Le foto ufficiali mostrano Rubio e Leone XIV sorridenti, nell’atto di scambiarsi doni, in un clima particolarmente disteso.

Poi ci sono i comunicati. Il comunicato del Dipartimento di Stato sottolinea che “il segretario di Stato Marco Rubio ha incontrato oggi Sua Santità Papa Leone XIV per discutere della situazione in Medio Oriente e di argomenti di interesse comune nell’emisfero occidentale.L’incontro ha sottolineato la solida relazione tra gli Stati Uniti e la Santa Sede e il loro comune impegno a promuovere la pace e la dignità umana”.

Il bilaterale in segreteria di Stato è invece liquidato con poche battute: il Dipartimento di Stato scrive che Rubio e il Cardinale Parolin hanno discusso di “priorità condivise”. Un po’ poco, se si considera che il giorno prima dell’incontro, lo stesso cardinale Parolin aveva detto ai cronisti che si sarebbe discusso di tutto, e con tutto si alludeva anche agli attacchi, definiti “strani”, di Trump al Papa, sebbene poi Parolin stesso abbia detto che il dialogo con gli Usa è comunque imprescindibile.

Il Dipartimento di Stato ha comunicato molto prima della Sala Stampa della Santa Sede, il che lascia pensare che ogni parola del comunicato vaticano abbia avuto un peso. In genere, il Vaticano parla solo del bilaterale in segreteria di Stato, perché i colloqui con il Papa restano privati. Il comunicato sulla visita di Rubio, però, faceva riferimento sia ai colloqui con il Papa sia a quelli in segreteria di Stato, ed era un dettaglio da non trascurare.

Il comunicato della Santa Sede sottolineava che è stato rinnovato il comune impegno per coltivare buone relazioni bilaterali tra la Santa Sede e gli Stati Uniti d’America”, e aggiungeva che “vi è stato poi uno scambio di vedute sulla situazione regionale e internazionale, con particolare attenzione ai Paesi segnati dalla guerra, da tensioni politiche e da difficili situazioni umanitarie, nonché sulla necessità di lavorare instancabilmente in favore della pace.

L’impegno per la pace nel comunicato vaticano diventa invece un “lavoro instancabile”, ed è una sottolineatura non da poco. Significa che la Santa Sede ha chiesto esplicitamente di portare avanti una linea del dialogo, piuttosto che gli attacchi.

Non c’è menzione sulla situazione di Cuba, di cui pure Rubio aveva parlato prima del viaggio. Per il segretario di Stato americano, infatti, la situazione en la isla è inaccettabile. E tuttavia, ha detto, gli Stati Uniti vorrebbero dare più sostegno al popolo cubano attraverso la Chiesa (da qui, probabilmente, il riferimento agli aiuti umanitari nei comunicati).

Ma c’è anche una sottotraccia diplomatica. Dal 29 gennaio, Cuba è dichiarata una minaccia dagli Stati Uniti, accusata di dare rifugio a criminali transnazionali e di essere al centro di un traffico di droga nei Caraibi. La Santa Sede, che ha mediato il disgelo tra Cuba e gli Usa nel 2014, ha anche agito da mediatore nella liberazione di diversi prigionieri politici negli ultimi due anni. La Santa Sede ha dunque un interesse e una vicinanza per Cuba forti, ancora più forti di quelli con il Venezuela. Se, per quanto riguarda il Venezuela, la Santa Sede ha provato a mediare unuscita di scena dignitosa per Maduro, per Cuba si sta chiedendo probabilmente di non cominciare proprio le ostilità.

Nei comunicati si parla anche di dignità umana, ed è un grande tema, quello della libertà religiosa, l’unico su cui Stati Uniti e Santa Sede possono avere oggi una vera convergenza, magari proprio sulla Nigeria, che gli Usa hanno incluso tra le nazioni di particolare preoccupazione con una mossa che ha compiaciuto i religious freedom fighters.

Insomma, la diplomazia sta cercando dei punti in comune. Non è un disgelo, e non è nemmeno una ricucitura dopo le dichiarazioni di Trump. In fondo, è diventato chiaro che ci sono due registri verbali da decifrare. Trump parla al suo elettorato, sta dicendo ai cattolici che si dicono delusi che lo hanno votato e che devono fidarsi del suo giudizio, e lo fa in vista di una difficile campagna per le elezioni mid term di novembre, dove i repubblicani potrebbero perdere molti voti cattolici. Leone XIV ha chiarito più volte che non parla un linguaggio politico, non si riferisce alla politica e non dà un giudizio politico. L’appello alla pace è nel cuore della Chiesa. E ci mancherebbe che un Papa non chieda la pace.


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