La diplomazia iraniana cambia registro e porta la propaganda nel linguaggio nativo dei social. Ambasciate e account governativi su X moltiplicano post, meme, video AI e messaggi ironici contro Donald Trump, adattandoli ai pubblici nazionali. Anche l’Italia diventa un bersaglio comunicativo con richiami a Roma, al cibo, alla cultura e alla presunta affinità tra civiltà antiche
Nelle ultime settimane, una parte della rete diplomatica iraniana ha adottato nuove modalità di comunicazione, che passano per i suoi account ufficiali, specialmente quelli presenti su X, e che utilizzano meme, video generati con l’intelligenza artificiale, battute contro Donald Trump, riferimenti alla cultura pop occidentale e messaggi adattivi, cuciti addosso ai pubblici nazionali.
Il cambiamento
Secondo un’analisi dell’Institute for Strategic Dialogue, molti account di ambasciate e consolati iraniani su X hanno abbandonato, almeno in parte, il linguaggio diplomatico tradizionale per adottare uno stile più aggressivo, ironico e nativo dei social. Il salto è stato misurabile, Isd segnala che, nei primi cinquanta giorni del conflitto in Iran, circa 150 account diplomatici e governativi iraniani sono passati da circa 10.500 post a 40.000, con visualizzazioni cresciute da 55 a 896 milioni e condivisioni da 4,3 a 76 milioni. Un vero e proprio ecosistema comunicativo basato sulla battuta, più che sul comunicato.
Trump come bersaglio
Il bersaglio privilegiato è Donald Trump. Nei contenuti più virali, il presidente americano diventa una figura grottesca, vanitosa, messianica. Il perché è semplice tattica. Se Trump è riconoscibile ovunque, polarizza, genera engagement, significa che questo permette a Teheran di parlare anche a pubblici occidentali già critici verso Washington, andando oltre ai propri sostenitori.
È propaganda, ma più fluida, più condivisibile. L’utente può rilanciarla perché è antiamericana o perché è divertente, perché prende in giro Trump o solamente perché funziona come meme.
Il caso Italia
La declinazione italiana è forse la più sofisticata e il caso più evidente è il post dell’ambasciata iraniana in Ghana, diventato virale per i suoi toni: “Dear Italy”. Il messaggio giocava sull’idea che, dopo le tensioni tra Trump, Giorgia Meloni e il Papa, l’Iran potesse candidarsi a riempire un presunto vuoto lasciato da Washington come alleato dell’Italia. Il tono era volutamente ironico ma, di fatto, presentava l’Iran come civiltà antica, culturalmente affine, più rispettosa e meno arrogante degli Stati Uniti.
Roma, Rimini, Pisa, Milano
Un altro esempio arriva dall’ambasciata iraniana in Thailandia. Il messaggio, rilanciato dalla stampa italiana, rispondeva all’ipotesi di un attacco all’Italia con un registro distensivo: “perché mai l’Iran dovrebbe colpire un Paese di cui ama il popolo, il cibo, Roma, Rimini, Pisa, Milano, Venezia, la Sardegna, Firenze, Napoli, Genova, Torino e la Sicilia?”. Anche qui, il tono è scherzoso ma il messaggio parla all’immaginario italiano, il cibo al posto del dossier nucleare.
Meme o guerra informativa?
Il cambiamento comunicativo di Teheran intende migliorare l’immagine dell’Iran, indebolire la credibilità dell’avversario, sfruttare le fratture interne dell’Occidente, trasformare Trump in una caricatura globale e presentare Teheran come attore più lucido, più colto, perfino più simpatico. La componente AI permette di aumentare la velocità e la qualità della produzione. E qui l’Italia diventa un target laterale ma utile. È membro del G7, Paese Nato, attore mediterraneo, alleato degli Stati Uniti, ma anche società attraversata da sensibilità anti-interventiste, eversive, antagoniste e diffidenti verso Washington, con forte attenzione al patrimonio culturale. Parlare agli italiani di poesia, cucina e civiltà è semplice microtargeting o, in questo caso, macro.
















