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Più scelta agli elettori, senza cedere il controllo delle liste. La mediazione sulla legge elettorale

Di Salvo Di Bartolo
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La questione decisiva per il centrodestra va oltre il dibattito sulle preferenze. In gioco c’è soprattutto la ridefinizione degli equilibri di potere nella selezione della futura rappresentanza parlamentare. È questo il cuore del negoziato sulla legge elettorale e il motivo per cui l’intesa appare ormai più vicina. L’analisi di Salvo Di Bartolo

Più che sul ritorno delle preferenze, la partita che si sta giocando nel centrodestra riguarda la redistribuzione del potere nella selezione della futura classe parlamentare. È questo il vero terreno della trattativa sulla riforma della legge elettorale ed è anche la ragione per cui il compromesso appare ormai più vicino di quanto non sembri.

L’emendamento presentato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc ha contribuito a riaprire un negoziato che, fino a pochi giorni fa, sembrava essersi impantanato. Il clima resta improntato alla prudenza, ma nella maggioranza prevale la convinzione che una sintesi possa essere raggiunta in tempi relativamente brevi, a condizione che nessuno chieda di riscrivere gli equilibri sui quali si fonda oggi il rapporto tra i partiti della coalizione.

È proprio in questo quadro che si inserisce il tema delle preferenze. Nel dibattito pubblico il loro ritorno viene spesso rappresentato come un’alternativa tra liste bloccate e libertà di scelta degli elettori. La discussione reale, tuttavia, è molto meno ideologica e decisamente più politica.

Nessuna delle forze della maggioranza sembra realmente intenzionata ad abbandonare il sistema dei capilista bloccati, che continua a rappresentare uno strumento essenziale per l’organizzazione del consenso interno. Per le leadership dei partiti significa poter garantire l’elezione di figure considerate strategiche, preservare gli equilibri territoriali e costruire gruppi parlamentari politicamente coesi. Rinunciare del tutto a questo meccanismo significherebbe trasferire una quota significativa di questo potere dalle segreterie agli elettori.

È difficile immaginare che ciò possa accadere.

Lo scenario più realistico è quindi quello di una soluzione intermedia: fino a tre preferenze, accompagnate dall’alternanza di genere, inserite però in un impianto che continui a riconoscere un ruolo decisivo ai capilista bloccati. Una scelta che consentirebbe ai partiti di rivendicare un ampliamento degli spazi di partecipazione senza modificare l’architettura complessiva del sistema.

Le differenti posizioni all’interno della coalizione spiegano perché questa sia la strada più praticabile. Lega e Forza Italia hanno sempre guardato con cautela a un ritorno esteso delle preferenze, temendo che la competizione tra candidati dello stesso partito possa trasformarsi in campagne elettorali sempre più personalizzate, costose e difficili da governare. Fratelli d’Italia, pur mostrando una maggiore disponibilità a riaprire il dossier, non ha mai dato veri segnali di voler mettere in discussione il principio del controllo politico sulla formazione delle liste.

La mediazione, dunque, non riguarderà soltanto una tecnica elettorale. Rappresenterà piuttosto il punto di equilibrio tra due esigenze che convivono da tempo nei sistemi politici contemporanei: da un lato rafforzare la legittimazione democratica attraverso una maggiore possibilità di scelta per gli elettori; dall’altro preservare la capacità dei partiti di selezionare la propria classe dirigente e garantire stabilità alle future maggioranze parlamentari.

Da questo punto di vista, l’intesa che potrebbe maturare nelle prossime ore non segnerebbe una cesura con il passato, bensì un suo adattamento. Le preferenze potrebbero tornare, ma in una forma calibrata e limitata, sufficiente a rappresentare un segnale di apertura senza alterare gli attuali rapporti di forza.

La trattativa, in fondo, sembra destinata a produrre il più classico degli esiti della politica italiana: un compromesso capace di soddisfare tutti, ma solo in parte. Gli elettori avranno probabilmente qualche margine di scelta in più, mentre la composizione del Parlamento continuerà a dipendere in misura significativa dalle decisioni assunte all’interno dei partiti. È lì, molto più che nella scheda elettorale, che continuerà a giocarsi la partita della selezione della futura rappresentanza politica.


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