Brent sopra i 100 dollari al barile e gas di nuovo alle stelle hanno spinto Palazzo Chigi a chiedere l’attivazione immediata della clausola che concede nuovi spazi sui conti per investire in sicurezza energetica, senza incappare nelle regole fiscali. Una partita che si intreccia con lo scontro sull’Ets e l’attesa per l’eventuale uscita dalla procedura per deficit
La pressione, sull’Europa, era alta da tempo, almeno da parte dell’Italia. Poi, forse, il Brent a 105 dollari al barile e il gas a 78 euro a megawattora, debbono avere dato la spallata finale. Il governo di Giorgia Meloni ha chiesto ufficialmente a Bruxelles l’attivazione della famosa clausola Nec, che permette ai Paesi membri di aumentare la spesa per difesa ed energia senza incappare nelle regole fiscali europee. Un atto, formalizzato nel corso del consiglio dei ministri di ieri chiamato a prolungare lo sconto sui carburanti a mezzo sterilizzazione delle accise, che nei fatti potrebbe portare Roma a fruire dello 0,3% di Pil annuo per il triennio 2026-2028, per investire nella sicurezza energetica, come rinnovabili e infrastrutture per il gas. Concetto, questo, che oggi fa rima con un po’ di sguardo all’orizzonte, con risparmio in bolletta. Per l’Italia, sulla base dei dati economici più recenti, una maggiore flessibilità si tradurrebbe in circa 6,8 miliardi di euro l’anno, fino a un massimo di poco superiore ai 13 miliardi nell’arco del periodo considerato.
Una fonte di Palazzo Berlaymont, sede della Commissione europea, ha comunque confermato di aver ricevuto la lettera dell’Italia per l’attivazione della clausola di flessibilità per gli investimenti nei settori dell’energia e della difesa, anticipata da Repubblica. Ora, lo scorso giugno l’Ue aveva aperto alla possibilità di concedere maggiore spazio sui conti. Per la Difesa si trattava più di una naturale conseguenza ai nuovi obiettivi di spesa militare chiesti dalla Nato. Per la seconda, invece, il sapore era quello dell’emergenza, all’indomani della crisi in Iran e della strozzatura dello stretto di Hormuz. La sostanza, però, non cambia, all’Italia servono mani libere per tentare di tenere sotto controllo il costo dell’energia e anche di spendere di più sul versante militare. Non è certo un mistero che l’inflazione (l’aumento del petrolio e dunque dei carburanti si scarica inevitabilmente sugli scaffali dei supermercati) abbia ripreso a galoppare. Lo prova la nuova stretta monetaria decisa ieri dalla Banca centrale europea, che ha portato il costo del denaro al 2,50%, in aumento di un quarto di punto rispetto allo scorso giugno.
E poi c’è l’atavica dipendenza italiana dall’energia altrui. Gas e petrolio arrivano ancora ancora da fuori, nell’attesa che il Paese possa tornare ad abbracciare il nucleare, stavolta però di ultima generazione. Percorso, questo, tutt’altro che semplice. Tutto questo spiega l’accelerazione di Palazzo Chigi verso la richiesta formale all’Europa. La quale arriva in un momento piuttosto delicato per i conti pubblici italiani. Come noto l’Italia è ancora imprigionata nella procedura di infrazione per deficit eccessivo, che nei fatti impedisce grandi manovre sul bilancio. L’uscita, però, è alla portata. Il prossimo 22 settembre, infatti, l’Istat aggiornerà le tabelle dei conti, rivelando al governo se oppure no l’Italia è riuscita a scendere sotto il 3% nel 2025. Nell’ipotesi positiva, ci sarebbe la possibilità di fruire di un piccolo tesoretto, magari da mettere al servizio della prossima legge di Bilancio, l’ultima del governo Meloni. Unitamente ai soldi risparmiati sul debito sovrano, dopo mesi di spread Btp/Bund sotto gli 80 punti base.
A prescindere da tutto questo, la flessibilità concessa eventualmente dall’Europa non sarà un assegno in bianco: essa avrà limiti precisi. Potranno beneficiare della clausola soltanto le misure di bilancio decise dopo il 28 febbraio 2026, finanziate a livello nazionale e con un impatto diretto sui conti pubblici. Gli interventi dovranno inoltre essere costruiti in modo da ottenere il massimo effetto possibile limitando il costo per le finanze pubbliche. E comunque il margine aggiuntivo sarà comunque circoscritto dai tetti fissati dalle nuove regole fiscali europee. La deviazione complessiva dal percorso di spesa netta raccomandato dal Consiglio non potrà superare l’1,5 per cento del Pil.
Sullo sfondo rimane la partita per il meccanismo Ets. A luglio l’Europa ha avviato una prima vera revisione del sistema per la tassazione del carbone, che nel gergo comunitario risponde al nome di Ets. Scardinando almeno in parte il meccanismo che forma il prezzo sul mercato all’ingrosso, modificando il sistema per cui i produttori di energia termica aggiungono il costo degli Ets nel prezzo a cui offrono la loro energia in Borsa. Qualcosa, va detto, era già stato tentato con il decreto Bollette dello scorso febbraio, quando nel provvedimento varato dall’esecutivo per dare un po’ di ossigeno a famiglie e imprenditori, Palazzo Chigi aveva previsto la possibilità di scorporare le tasse dovute da chi inquina di più dal prezzo finale dell’energia. Ma serviva l’avallo dell’Ue, visto che il meccanismo è affare dell’Unione e non di un singolo Stato. Adesso qualcosa si è mosso. Ma per Roma non basta.
















