La Finlandia ha aderito formalmente all’iniziativa di deterrenza nucleare avanzata lanciata da Macron. Dopo Germania, Svezia, Danimarca e Norvegia, anche Helsinki apre alla cooperazione con la Francia. Il modello francese, però, resta lontano dal nuclear sharing della Nato a cui aderisce anche l’Italia
La Finlandia ha aderito all’iniziativa di deterrenza nucleare avanzata promossa dalla Francia. Ad annunciarlo è stato il ministro della Difesa finlandese, Antti Häkkänen, che ha sciolto la riserva del governo dopo le prime dichiarazioni di interesse a luglio. Adesso, con l’adesione formale, Parigi e Helsinki avvieranno discussioni tecniche sulle forme concrete che la cooperazione potrà assumere, compresa la possibilità che elementi delle forze aeree francesi vengano temporaneamente schierati nelle basi finlandesi. Al momento non è previsto, né l’annuncio lo lascia intendere, lo stazionamento permanente di testate francesi in territorio finlandese. La titolarità dell’arsenale, e la decisione sul suo eventuale impiego, rimarranno una prerogativa esclusiva dell’Eliseo.
Cos’è la “dissuasione avanzata” francese…
L’iniziativa a cui la Finlandia ha aderito nasce a marzo, quando Emmanuel Macron ha tenuto un discorso dalla base sottomarina di Île Longue, a Brest, in cui ha annunciato l’intenzione di estendere l’ombrello nucleare francese agli alleati europei. Il meccanismo, definito di “dissuasione avanzata”, si sviluppa su livelli crescenti di coinvolgimento. Il primo consiste in consultazioni dottrinali e strategiche tra Parigi e il Paese partner, per allineare le rispettive letture delle minacce. Il secondo prevede visite a strutture e siti strategici francesi. Il terzo, più operativo, comporta la partecipazione delle forze convenzionali del Paese aderente alle esercitazioni di deterrenza francesi. Il livello più avanzato, raggiunto finora solo con la Germania, prevede il dispiegamento temporaneo dei caccia Rafale delle Forces Aériennes Stratégiques nelle basi aeree del Paese partner, come accaduto a luglio a Nörvenich.
… e in cosa diverge dal nuclear sharing Usa
Il modello francese va tenuto distinto, per architettura giuridica e per catena di comando, dal nuclear sharing a guida statunitense di cui fanno parte, tra gli altri, Italia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Turchia. In quel dispositivo, inquadrato nel Nuclear planning group della Nato, gli Stati Uniti dispiegano stabilmente testate B61 nelle basi europee (in Italia a Ghedi e Aviano) e, in caso di autorizzazione dell’Alleanza, queste possono essere sganciate anche dai velivoli dei Paesi ospitanti, opportunamente certificati, secondo un sistema a doppia chiave in cui il consenso politico viene espresso in sede atlantica, ma il controllo fisico dell’arma resta sempre americano. Il sistema francese, invece, funziona su basi opposte: Parigi non partecipa al Nuclear planning group, non condivide con nessuno la titolarità delle proprie testate e non prevede, nemmeno nella forma più avanzata di cooperazione, che un pilota straniero possa sganciare un’arma nucleare francese. Il caccia che porta le testate resta sempre francese, con equipaggio francese e sotto comando francese; l’alleato può ospitare gli assetti, fornire protezione, scorta e supporto logistico, ma non entra mai nella catena decisionale né in quella di impiego.
Le forze nucleari di Parigi
L’arsenale che la Francia mette a disposizione di questa architettura ammonta, secondo le stime più recenti, a circa 290 testate nucleari. La componente principale è quella oceanica, con quattro sottomarini balistici della classe Le Triomphant, di base a Île Longue, ciascuno armato con 16 missili intercontinentali M51, capaci di trasportare fino a dieci testate l’uno e di colpire bersagli a circa 10mila chilometri di distanza. Almeno uno dei quattro vascelli è sempre in navigazione, al fine di garantire in qualsiasi momento la capacità di second strike. La componente aviotrasportata fa invece capo alle Forces Aériennes Stratégiques dell’Armée de l’Air et de l’Espace e alla componente imbarcata della Marine nationale, imperniata sulla portaerei Charles de Gaulle, ed entrambe operano il Rafale, equipaggiato con il missile Asmpa-R (Air-sol moyenne portée amélioré rénové). Entrato in servizio agli inizi del 2025, possiede una gittata di circa 600 chilometri, viaggia a velocità di crociera e Mach 3 e può equipaggiare una testata termonucleare da 300 chilotoni.
Chi ha aderito finora
Dopo l’annuncio di Macron a marzo, la Germania è stata il primo Paese ad aderire all’iniziativa, con l’istituzione di un gruppo direttivo di alto livello franco-tedesco e con il dispiegamento dei primi Rafale a Nörvenich a luglio. Nel frattempo, alla cooperazione hanno aderito anche Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia, Danimarca e Norvegia, portando a dieci i Paesi coinvolti. La Finlandia, che tra i nordici condivide con la Russia il confine più lungo e più esposto, arriva ultima in ordine di tempo, ma in una posizione geograficamente particolarmente sensibile, a ridosso della penisola di Kola, dove sono concentrate le forze strategiche della Flotta del Nord russa, inclusi i sottomarini nucleari di Mosca.
È nato il nucleare europeo?
Da quando il Regno Unito ha lasciato l’Ue, la Francia è l’unico Stato membro dell’Unione a disporre di un arsenale nucleare. Arsenale che, secondo quanto annunciato dall’Eliseo, verrà ingrandito nei prossimi anni e i cui numeri esatti non verranno più comunicati pubblicamente. Difficilmente Parigi si avvicinerà mai ai numeri di Mosca (poco più di 6mila testate), ma la decisione di espanderne i numeri è funzionale ad accreditare la Francia come un partner in grado di fornire quelle garanzie che non tutti danno più per scontate in Europa, specialmente a Nord-Est, dove la minaccia russa è maggiormente percepita.
Tuttavia, a scanso di equivoci, vale la pena chiarire che siamo ancora ben lontani dal nucleare europeo o da una qualsivoglia forma di deterrenza nucleare del cosiddetto pilastro europeo dell’Alleanza Atlantica. La mossa di Parigi e le modalità di allargamento dell’ombrello francese restano saldamente legate al contesto nazionale e, almeno finora, a forme di coordinamento bilaterale con i governi interessati.
















