Il Center for strategic and international studies rilancia il tema della biodefense come infrastruttura critica della sicurezza nazionale statunitense. Il report individua le aree su cui intervenire per rafforzare prevenzione, biosorveglianza, capacità industriali e risposta alle emergenze, proponendo una serie di azioni immediate e bipartisan. Un’impostazione pensata per gli Usa che offre spunti rilevanti anche al dibattito europeo su preparedness, manifattura, resilienza e sicurezza sanitaria
Una lista di azioni immediate, praticabili e bipartisan per colmare le falle della biodefense statunitense, oggi ritenuta in regressione di fronte a minacce biologiche in rapido aumento. È quello che arriva dall’ultimo report del Center for strategic and international studies (Csis), intitolato Protecting americans from biological threats. Un documento pensato per incidere nel breve periodo sviluppato da un gruppo di lavoro avviato nell’autunno 2025 che ha messo insieme ex alti funzionari, esperti di sicurezza e salute globale, partendo dalla constatazione condivisa che i rischi biologici di origine naturale, accidentale o deliberata investono sicurezza nazionale, industria, agricoltura e competitività tecnologica, oltre che l’ambito strettamente sanitario.
Un sistema frammentato di fronte a rischi crescenti
A firmare il rapporto sono Paul Friedrichs, senior advisor, J. Stephen Morrison, vicepresidente e direttore, Michaela Simoneau, fellow, Sophia Hirshfield, ricercatrice associata presso il Global health policy center del Csis, che sottolineano la combinazione inedita di vulnerabilità che stanno affrontando oggi gli Stati Uniti. La crescente frequenza di eventi biologici naturali, la proliferazione di laboratori ad alto contenimento con standard disomogenei, e l’abbassamento delle barriere tecnologiche rendono più semplice, anche per attori non statali, l’uso improprio di strumenti biotecnologici, amplificato dall’intelligenza artificiale. A tutto questo si somma, secondo il Csis, l’indebolimento della capacità federale di prevenzione e risposta, aggravato da tagli di bilancio e dalla mancanza di una regia unitaria.
Non a caso, il rapporto insiste più volte su un punto, dal 1996 a oggi ogni amministrazione statunitense ha prodotto una strategia di biodefense, ma nessuna è mai stata pienamente finanziata o implementata. Il risultato è un mosaico di programmi scollegati tra loro, una sorveglianza biologica ancora basata su sistemi obsoleti e una filiera industriale dei contromisure mediche che viene giudicata fragile e troppo dipendente dall’estero.
Le quattro priorità della “tabella di marcia”: la biosorveglianza
Il documento organizza le raccomandazioni attorno a quattro pilastri. Il primo è la modernizzazione della biosorveglianza: il Csis propone di superare definitivamente programmi come BioWatch e di creare un sistema nazionale integrato, capace di combinare dati sanitari, veterinari, ambientali e agricoli, sfruttando genomica avanzata, intelligenza artificiale e monitoraggi come quello delle acque reflue. In questa architettura, il Cdc dovrebbe diventare il vero nodo centrale di integrazione dei dati, mentre l’intelligence tornerebbe ad avere una struttura dedicata alle minacce biologiche.
Biosicurezza e biosecurity
Il secondo pilastro riguarda biosicurezza e biosecurity, cioè la prevenzione sia degli incidenti accidentali sia dell’uso deliberato di agenti biologici. Qui il report segnala l’assenza di un’autorità federale unica di supervisione e propone la creazione, all’interno del dipartimento del Commercio, di un’entità dedicata a standard, formazione, controlli e segnalazione degli incidenti. Tra le misure più nette fra quelle proposte, l’obbligo per tutte le istituzioni soggette a leggi o fondi federali di acquistare Dna sintetico solo da fornitori che effettuano screening di ordini e clienti.
L’ecosistema della biodefense
Il terzo asse è il rilancio dell’impresa della biodefense, intesa come ecosistema che unisce ricerca pubblica, industria, sanità e capacità produttiva. Il Csis difende apertamente strumenti come Barda, Aspr e la Strategic national stockpile, e richiama l’esperienza di Operation warp speed come modello di partenariato pubblico-privato replicabile anche oltre l’emergenza Covid. Senza un’industria sul territorio capace di produrre rapidamente diagnostica, vaccini, terapie e Dpi, avverte il report, la sicurezza biologica resta un obiettivo teorico.
Risposta e recovery
Il capitolo dedicato a risposta e recovery è forse quello in cui il report alza maggiormente il livello dell’allarme. Secondo il Csis, le lacune emerse negli ultimi anni mostrano come l’assenza di una pianificazione solida e finanziata non incida solo sulla gestione dell’emergenza sanitaria, ma produca effetti a cascata sulla forza lavoro, sulla tenuta economica e, in ultima istanza, sulla sicurezza nazionale. Il documento richiama la necessità di rafforzare capacità investigative e di attribuzione in caso di attacchi deliberati, ma insiste soprattutto su un problema strutturale: un sistema eccessivamente decentralizzato, sotto-finanziato e poco esercitato, in cui ruoli e responsabilità tra federazione, Stati e autorità locali restano ambigui. A questo si aggiungono un deficit di fiducia pubblica, aggravato nel post-Covid, e una pianificazione della recovery giudicata ancora embrionale, incapace di integrare pienamente sanità, economia e resilienza sociale. Da qui la richiesta di investire in comunicazione credibile, strumenti operativi più flessibili e un coinvolgimento strutturale del settore privato e accademico non solo nella risposta, ma anche nella preparazione e nel recupero di lungo periodo.
Un test di volontà politica e…
Il tono del report è volutamente diretto: le soluzioni esistono, sono considerate “abbordabili” dal punto di vista finanziario e tecnicamente mature. Ciò che serve ora, secondo il Csis, è una volontà politica sostenuta, sia all’interno dell’amministrazione, sia nel Congresso, di coordinare gli sforzi, superare inerzie burocratiche e garantire nel tempo l’investimento sulla biodefense come infrastruttura critica nazionale.
… un impianto teorico da osservare anche in Europa
Pur essendo scritto per Washington il report contiene diversi elementi che possono essere letti come traslabili nel dibattito europeo. A partire da una cabina di regia, nonché una coerenza tra missione e risorse, l’impostazione one health (sebbene non nominata così all’interno del report) come promemoria operativo e infine anche le partnership con il privato. Il documento infatti insiste che risposta e recovery funzionano solo se il privato è “dentro” per design e l’Europa si trova davanti allo stesso trade-off, come garantire capacità industriali e operative stabili senza affidarsi a meccanismi emergenziali o intermittenti.
In altre parole, il documento Csis è un report per gli Stati Uniti, ma racconta problemi tipici delle democrazie avanzate dopo il Covid – governance, interoperabilità dei dati, capacità industriale, fiducia pubblica – con una lista di leve immediate che, mutatis mutandis, possono alimentare anche una discussione europea su preparedness e resilienza.
















