In vista del 250° anniversario della nascita degli Stati Uniti, la Cia ha avviato una serie di racconti dedicati alle prime figure dell’intelligence statunitense. Il ciclo si apre, non a caso, nel Presidents Day, con George Washington. Padre fondatore, protagonista e innovatore della cultura informativa. Dalla diplomazia sul campo alla gestione della fiducia, ecco le cinque lezioni di spycraft che precedono e spiegano la nascita stessa dell’America
Quando si pensa a George Washington, il riflesso immediato è quello del comandante della guerra d’indipendenza o del primo presidente degli Stati Uniti. Eppure, nella rilettura proposta oggi dalla Cia, nel quadro delle celebrazioni verso il 250° anniversario americano, emerge il suo contributo come pioniere dell’intelligence moderna.
Prima di essere statista, Washington fu infatti un operatore informativo sul campo. Nato nel 1732 nella colonia della Virginia, senza istruzione formale e avviato alla professione di agrimensore, si trovò giovanissimo al centro della competizione imperiale tra Francia e Gran Bretagna. Da quella esperienza maturò una visione destinata a influenzare la futura leadership rivoluzionaria.
Lo avrebbe sintetizzato, ricorda la Cia, in modo inequivocabile: “Nulla è più necessario di una buona intelligence per frustrare un nemico ambizioso”. E, racconta Langley, proprio da qui partirebbero le cinque lezioni fondamentali del suo metodo.
Primo: conoscere l’avversario
Nel 1753 Washington ricevette l’incarico di intimare ai francesi di fermare la costruzione di fortificazioni in territori contesi. Trasformò una missione diplomatica in una ricognizione strategica. Prese nota del terreno, delle infrastrutture militari e delle dinamiche locali. Dietro la cortesia francese colse, grazie al suo interprete, l’intenzione quanto più reale di mantenere il controllo. Prima lezione? Tra dichiarazioni e intenti esiste sempre uno scarto, un divario. L’avversario va studiato, ancora prima che ascoltato solamente.
Secondo: le soft skills come strumento operativo
I francesi tentarono di sfruttare l’ospitalità per ottenere informazioni sui britannici. Washington fece l’opposto. Ascoltò, lasciò parlare, raccolse dati. Il vino scioglieva le lingue, annotò nel suo diario. In pratica, applicò tecniche di elicitazione ante litteram. Il suo diario divenne poi una fonte informativa per Londra e per le colonie e servì per apprendere una seconda lezione: diplomazia e capacità relazionali sono moltiplicatori di intelligence.
Terzo: l’intelligence deve essere aggiornata
Nel 1754, alla guida di truppe coloniali, Washington osservò i flussi logistici verso Fort Duquesne per stimare le alleanze indigene e sfruttò informazioni locali per colpire un accampamento francese.
Il successo iniziale accese il conflitto globale che sarebbe divenuto la Guerra dei Sette Anni. Ma poco dopo, a Fort Necessity, pagò l’errore di non monitorare i movimenti nemici. Furono i francesi a sorprenderlo. La terza lezione, ricorda Langley, è che l’informazione è utile solo se continua e aggiornata.
Quarto: riconoscere i punti ciechi
Nel 1755 affiancò il generale britannico Edward Braddock. Propose ricognizioni preventive nei boschi. Braddock rifiutò, fiducioso nella superiorità della fanteria regolare. L’imboscata franco-indigena sul Monongahela distrusse la colonna britannica.
La quarta lezione appresa fu chiara e pungente: l’arroganza analitica è una vulnerabilità strategica.
Quinto: costruire una rete di fiducia
Negli anni successivi Washington maturò diffidenza verso Londra. Quando nel 1775 il Congresso Continentale gli affidò la guida dell’esercito rivoluzionario, comprese che il fronte interno era diviso tra patrioti e lealisti.
La vittoria dipendeva anche dalla capacità di selezionare alleati affidabili e proteggere le informazioni. Lo disse chiaramente: “Il successo dipende dalla segretezza”.
Nella lettura proposta oggi dalla Cia, Washington appare dunque come leader politico e militare, come architetto di un approccio informativo che, prima ancora di fondare una nazione, contribuì a definire un metodo per difenderla.
















