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Quando il Gulag silenziava i procuratori. La recensione di Ciccotti

Il regista russo Sergheij Loznycja con “Due procuratori” (2025) racconta la storia, ambientata nella Urss degli anni Trenta, di un giovane procuratore che crede e si batte per il rispetto del diritto socialista, prendendo le difese dei reclusi dei gulag, ingiustamente arrestati e torturati, sapendo che può fare la stessa fine. Un magistrale racconto kafkiano declinato dalla livida fotografia alla Jan Němec

Se avete letto qualche pagina di Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn, o le lettere di Pavel Florensky a sua moglie, vi risulterà sufficientemente chiaro cosa sia stata la ferocia del comunismo sovietico dal volto dis-umano, attraverso illegittimi arresti, feroci detenzioni, violenze, avvelenamenti “a tempo”, nelle prigioni-gulag, dagli anni Venti del secolo scorso, e sino ai nostri giorni (vedi il caso Aleksej Naval’nyj). Inoltre, se siete curiosi di vedere come oggi il cinema affronti un tema di filosofia politica con “al centro la persona”, come direbbe Vittorio Possenti e, segnatamente, qualora amaste il discorrere intorno all’ontologia del diritto (tema molto dibattuto in questi giorni in casa nostra), non dovreste mancare Due procuratori (2025), del russo, con studi a Kyiv, ora residente in Occidente, Sergheij Loznycija (o Loznitsa: chi non ha ammirato il suo Donbass – 2018 -, illuminante documentario?), presentato a Cannes 2025, tratto dal racconto Dva prokurora del russo, fisico, Georgij Demidov (altra vittima delle purghe staliniane degli anni Trenta: vedi Vite spezzate, Le Lettere)

Siamo nel 1937, quando Josip Stalin temendo l’infiltrazione delle “dannose” idee democratiche dell’occidente nel paradiso socialista, quanto i regimi fascisti e nazisti europei (ma nel 1939 siglerà la nefasta alleanza con Adolf Hitler), aumenta follemente la repressione di ogni eventuale dissidente, inclusi quelli immaginari. Come nel caso del giovane procuratore Aleksandr Korneev (il bravo e asciutto Aleksandr Kuznecov: timido e deciso come un riflessivo personaggio di Robert Bresson), impegnato in una ispezione in un carcere-gulag, dal quale gli è arrivata, con coraggio da parte di un detenuto addetto all’incenerimento di montagne di lettere nella caldaia, una missiva scritta con il sangue, da parte di un anziano compagno recluso: Stepnjak, onesto bolscevico della prima ora.

Korneev si reca dunque nel carcere-gulag di Brjansk (città, originariamente, dopo la Rivoluzione di Ottobre, appartenente alla neonata Bielorussia -1918-: poi, conquistata dai Bolscevichi nel 1919; nel 1922 la Bielorussia entrò nell’Urss ndr) per verificare il contenuto della lettera di Stepnjak: le terribili violenze della polizia penitenziaria nei riguardi dei detenuti. Korneev è un vero giurista: applica il diritto atto a garantire un comunismo sano: ossia rispettoso della verità, della libertà, della democrazia.

Ma ormai il sistema è corrotto da anni. Il direttore della prigione rallenta con strafottenza il suo incontro con il recluso, umiliando il giovane procuratore con un’estenuante attesa di ore. Solo alla fine della giornata consente l’incontro. I diversi graduati addetti alla gestione della prigione, con manifesta non collaborazione, sguardi minacciosi, silenzi aggressivi, aprendo e chiudendo con rumore di ferraglia e di chiavi i diversi cancelli che separano corridoi e corridoi, sempre controvoglia, intendono intimorire il giovane procuratore, già definito dal direttore del carcere, e dal suo volgare vice, uno «studentello di legge».

Giunto nella cella di Stepnjak le guardie carcerarie non intendono uscire. Vogliono assistere alla conversazione. L’esile, educato, calmo ma deciso Korneev ricorda loro come il regolamento gli consenta di stare con il detenuto da solo, e il controllo deve avvenire “solo tramite lo spioncino della porta della cella”, ottenendo così la porta chiusa. Stepnjak, che si muove a fatica, chiede di vedere il documento del procuratore. Questi lo prende dalla tasca e glielo passa. Il recluso lo osserva, “sa, per loro non è difficile produrre falsi documenti”. Solo dopo inizia la confessione-denuncia. Violenze e torture disumane, bestiali, terribili, da parte delle guardie carcerarie, coperte dal Nkdv (Commissariato del Popolo per gli Affari Interni: ossia, la polizia segreta sovietica, ndr).

L’anziano Stepnjak (Alexandr Filippenko: convincente nel gestire la delusione di un vecchio e limpido comunista) mostra al procuratore parti del suo corpo martoriato: organi del ventre che quasi fuoriescono trattenuti a fatica da un labile sacchetto della pelle; le spalle e le gambe segnate da orribili cicatrici, tutt’ora aperte: un autentico Ecce Homo. Kerneev quasi sviene. Alla fine dell’incontro, Stepnjak ringrazia il giovane procuratore per il suo coraggio nel denunziare “in alto” quelle violenze, ma lo avverte, “anche lei finirà qui”.

Korneev dovrebbe inoltrare la denuncia al suo procuratore-capo, a Brjansk, ma, immaginando la sicura collisione tra quella Procura locale e il direttore del carcere, decide di recarsi di persona a Mosca, dal Procuratore generale, convinto della sua obiettività nel trattare il caso. A Mosca, innanzitutto, non si può esser ricevuti dal Procuratore generale, senza un appuntamento. Con calma e rispetto, ma deciso, spiega, al gelido e respingente funzionario, l’urgenza della sua visita, necessaria per comunicare questioni “importanti al Procuratore Generale, tali da non poter essere scritte per la riservatezza delle stesse”.

Korneev, in aggiunta, per essere preso in considerazione, presenta non solo la tessera di procuratore, ma anche quella di membro iscritto al Partito. Con riluttanza il funzionario va a chiedere il permesso nell’ ufficio del Procuratore capo (che noi ancora non vediamo): sarà ammesso in una stanza straripante di persone, tutte sedute, in fila per esser ricevute. Essendo un procuratore spera di avere una precedenza: niente. L’attesa, kafkiana, è interminabile. La stanza si svuota pian piano. Ora, egli siede da solo.  Entra l’acido funzionario: «Il Procuratore Generale la riceve eccezionalmente; ma ha solo due minuti».

Di fronte al Procuratore generale Andreij Višinsky, leggermente intimorito ma deciso, Korneev presenta il problema, denunciando le violenze nel carcere di Briansky e la copertura della Nkvd. Višinsky, rigido, anti-empatico, con il suo baffetto da perfido finto comunista (magistrale Anatolij Belyi: una versione malvagia di Adolphe Menjou), ascolta. Poi lo liquida illudendolo: “Mi presenti la denuncia con allegato un referto medico del recluso”. “Ma il direttore della prigione mai consentirà una visita medica”, prova a replicare, ancora fiducioso, Korneev. Il Procuratore Generale, con una vuota circonlocuzione, ripete le condizioni: il referto medico è obbligatorio per poter avviare la pratica: la parola del procuratore, testimone, non conta.

Korneev esce senza ringraziare. Forse ha capito che Višinsky farà poco o nulla. Sul treno del ritorno, in una cuccetta, “càpita”, con due signori, notati dallo spettatore nella grande scala del palazzo della Procura generale, tra decine di persone e impiegati che salivano e scendevano l’ampia scala di marmo a chiocciola, mentre osservavano, con dissimulata attenzione, Korneev, salire impacciato.  Lo invitano a mangiare con loro, gli offrono da bere della vodka, almeno tre bicchierini. Sono allegri, non molto raffinati nella lingua, ma sembrano amiconi.

Al mattino, giunti alla stazione di Brjansky, svegliano Korneev. Scendono dal treno ed egli chiede loro un passaggio sino alla Procura: i due hanno una auto che li attende: sono felici di accontentarlo.  La vettura, un nero scarafaggio, una Gaz-M1 (fabbricata in Urss su licenza Ford, usata normalmente dal Nkvd, ndr), segue un’altra strada. Korneev capisce che lo stanno rapendo: vorrebbe uscire dall’auto in movimento, ma la portiera è bloccata. Una dei due, tira fuori dalla giacca un foglio oblungo: «Sei in arresto Korneev». La cupa automobile arriva davanti a un grande cancello di acciaio, color ruggine, si apre con ai lati guardie carcerarie. L’auto entra.

Due procuratori attiva, con delicatezza, un retrogusto estetico – soprattutto nella livida fotografia decolorata – di cinema della nová vlna cecoslovacca anni Sessanta, con quelle storie di “assurdo quotidiano” volte a denunziare il terrore del comunismo pre-disgelo 1956, realizzate sotto l’incancellabile eco kafkiana – autore vietato all’Est in epoca di realismo socialista -:  tra un Jan Němec (O slavnosti a hostech– La festa e gli invitati, 1966) e un Karel Kachyňa (Ucho – L’orecchio, 1969), oltre a un innegabile rimando  (intenzionale?) alla successiva  opera letteraria di Aleksandr Solženicyn.

La chiusa del film infatti ricorda sorprendentemente un passo di Arcipelago Gulag: “[…] in un fiorito giorno di giugno del 1927 sul Kuzneckij Most la bella Anna Skripnikova dal viso pieno e dalla treccia rossiccia, che si è appena comprata della stoffa azzurra per un vestitino, è fatta salire da un giovane bellimbusto su di una carrozzella (il vetturino ha già capito e si acciglia: gli “Organi” non gli pagheranno la corsa), sappiate che non si tratta di un convegno amoroso ma ancora una volta di un arresto: fra un momento svolteranno verso la Lubjanka ed entreranno nelle fauci nere del suo portone”.

Loznycja, questa volta, opta per una stilistica volutamente classica: piani fissi (campo medi e mezzi primi piani: al contrario di Donbass, affidato a una camera mobilissima), sia in esterni che nei lugubri stretti passaggi di una ramificata prigione senza luce, cimitero di sepolti-vivi.  Come a congelare il dramma, a scolpirlo sulla lastra d’acciaio della memoria dello spettatoresolo così quell’interminabile attraversare i corridoitra molteplici cancelli e porte ferrate, fora i nostri occhi, sfonda le nostre orecchie, scortica il nostro pericardio. Ancora una volta siamo rinviati a SolženizynTutte quelle porte, assolutamente tutte, erano state preparate per noi, ed ecco che una di esse, fatidica, si è schiusa rapidamente e quattro mani, bianche, d’uomini non abituati al lavoro ma prensili, ci afferrano il collo, le braccia, le gambe, il copricapo, le orecchie, ci trascinano come un sacco di patate e chiudono la porta alle nostre spalle; la porta della nostra vita anteriore, la chiudono per sempre. È fatta, siete arrestato.   

 


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