La fotografia della spesa militare nel 2026 mostra un’Europa ancora sbilanciata sugli acquisti e in ritardo sulla ricerca, con un gap crescente rispetto agli Stati Uniti. L’Italia incarna questa tendenza, destinando risorse limitate all’innovazione tecnologica. Più che un semplice squilibrio, emerge una dipendenza strutturale che riduce i margini di autonomia strategica europea. In questo contesto, il rafforzamento della difesa passa non solo da maggiori risorse, ma da una diversa qualità della spesa e da una capacità condivisa di orientarla. La riflessione del generale Pietro Serino
Quando si parla di spesa militare, i cittadini italiani pensano all’acquisto di armi, bombardieri e navi da guerra. In realtà in Italia oggi è così, ma così non dovrebbe essere se solo andiamo a guardare il bilancio della difesa statunitense.
Nel 2026 il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti si è visto assegnare in bilancio un trilione di dollari di cui il 20% destinato all’acquisto di armi e il 18% alla Ricerca e Sviluppo di tecnologie e di sistemi ad alta tecnologia.
E in Italia? Nel 2026 la Funzione Difesa avrà a disposizione circa 26 miliardi (includendo le risorse del Mimit e quelle destinate alle missioni internazionali) di cui il 42% destinato all’acquisto di armamenti e circa il 4% alla Ricerca e Sviluppo di tecnologie e nuovi sistemi, quota assorbita quasi integralmente del Programma per il caccia di sesta generazione Gcap, sviluppato con il Regno Unito e il Giappone.
Prima di entrare nel significato di questi numeri, vale la pena di guardare anche all’Europa. La somma dei bilanci della difesa dei 27 dell’Unione assomma, nel 2026, a circa 390 miliardi. Di questi, il 29% è destinato all’acquisto di armamenti e il 5% alla Ricerca e Sviluppo.
La prima osservazione riguarda quanto è dedicato agli acquisti di armamenti. Le differenze di percentuali dichiarano il diverso stato di salute degli strumenti militari rispettivamente di Stati Uniti, dell’area Europa e dell’Italia: più sei in ritardo rispetto allo stato dell’arte e alle tue necessità, più sei costretto a spendere. Peraltro, in termini assoluti, i 27 dell’Unione spendono circa la metà degli Stati Uniti in armi: 115 miliardi di euro contro 201 miliardi di dollari.
Ma la riflessione più importante discende dalle differenze di investimento in R&D, sia in percentuale che in valore assoluto: 18% e circa 180 miliardi di dollari per gli Usa contro 5% e 17 miliardi di euro per le 27 Nazioni della Ue; ovvero, quattro volte meno in percentuale e dieci volte meno in valore. Una situazione sconfortante che evidenzia plasticamente il gap tecnologico tra Stati Uniti e Europa, gap che ogni anno si incrementa esponenzialmente e che spiega anche il perché le Forze armate europee acquistano per il 70% dalle aziende statunitensi. Di fatto, la sicurezza dell’Europa dipende dagli Stati Uniti due volte: ne dipende attraverso la Nato e attraverso la sua tecnologia e le sue aziende. Quando si ragiona in termini di difesa europea bisogna sapere che per queste ragioni non è sufficiente colmare il gap capacitivo che potrebbe derivare da un minore impegno Usa nel Vecchio continente perché, ad oggi, una eventuale Nato europea continuerebbe a dipendere tecnologicamente e per i suoi acquisti dagli Stati Uniti. Allora, quanto ci vorrebbe, in tempo e risorse finanziarie, per poter fare realmente a meno del legame transatlantico? E, ancora: sarebbe anche solo pensabile farlo senza adottare un approccio concretamente europeo, senza una struttura sovranazionale con l’autorità di guidare il Procurement e la R&D militari europee?
Sono domande retoriche perché la risposta è scontata: oggi in Europa non ci sono le condizioni, prima di tutto politiche e poi finanziarie, per poter pensare di recidere il legame tra Stati Uniti ed Europa. Certo, la relazione transatlantica non è paritaria, ma la responsabilità di questo stato di cose è principalmente degli europei, che hanno delegato in maniera crescente agli Usa la propria difesa, fino a diventarne totalmente dipendenti. Si tratta di una scelta che ha determinato anche la percezione dell’Europa “scroccona” di sicurezza, che nell’opinione pubblica statunitense è radicata più di quanto i media e una certa politica cerca di far credere; una percezione che l’atteggiamento europeo alle richieste di un maggior impegno in campo militare avanzate dall’amministrazione Obama nel 2014 ha peggiorato: tutti favorevoli a parole, ma totalmente inadempienti nei fatti. In sintesi, non aspettiamoci sconti e non confidiamo eccessivamente in futuri risultati elettorali sfavorevoli al presidente Trump; dal 5% di spesa concordato dai Leader degli Alleati Nato all’Aja difficilmente si potrà sfuggire, anche con una nuova Amministrazione Usa a guida democratica.
D’altronde, un’uscita degli Stati Uniti dalla Nato e la costruzione di un sistema di difesa europeo, come detto, presenta costi, tempi e incertezze elevati e di difficile quantificazione, specie nell’attuale situazione internazionale. E allora, cosa fare?
Come europei, dobbiamo impegnarci maggiormente per la nostra sicurezza per dimostrare ai nostri alleati statunitensi che rispettiamo gli impegni e che crediamo nella relazione transatlantica. E tornando all’inizio di queste righe, c’è l’opportunità per l’Europa di dedicare una buona parte della maggiore spesa in campo militare alla ricerca tecnologica, facendo diventare l’impegno assunto nei confronti dei nostri Alleati statunitensi un’opportunità di vera crescita per l’Europa e per gli europei. Difesa e tecnologia sono indissolubilmente legate, così come il progresso tecnologico è la necessaria premessa del progresso civile e sociale. Mai, come questa volta, saper spendere e spendere bene sarà essenziale.
















