Skip to main content

Perché Pechino vieta l’espatrio ai fondatori di Manus AI

Meta vuole acquisire la startup cinese Manus AI, Pechino reagisce vietando ai fondatori di lasciare la Cina. Non è solo il controllo sulla tecnologia ma quello dell’individuo ad essere la nuova frontiera del dominio sulla conoscenza strategica. La riflessione di Andrea Monti, docente di identità digitale, privacy e cybersecurity nell’università di Roma-Sapienza  

Manus AI è una delle tante startup che affollano il panorama industriale cinese (in particolare) high-tech. La neonata azienda ha attirato l’interesse del mercato per avere sviluppato, a proprio dire, il primo agente autonomo con capacità generali basato su AI. La tecnologia di Manus non è esente da criticità, oltre a non essere veramente rivoluzionaria, ma questo non le ha impedito di suscitare l’interesse di Meta che ha avviato un processo di acquisizione poi bloccato sul finire del marzo 2026 dalle autorità di Pechino. 

Perché gli “agenti” sono importanti 

Da tempo computer e altri device interagiscono a livello di sistema operativo e singole applicazioni con le infrastrutture di Big Tech e degli sviluppatori di applicazioni al punto che l’assenza di connessione di rete può comportare il mancato funzionamento di uno specifico programma o dell’intero terminale. Già oggi, dunque, gli utenti sono costantemente controllati e i loro device regolarmente esplorati da un numero imprecisato di software che tengono traccia di qualsiasi cosa accade.  

Gli agenti —che in sé non sono espressione di tecnologie ipersofisticate— spostano il controllo ad un livello ulteriore perché per poter funzionare in autonomia devono potersi sostituire del tutto all’utente essendo, nel contempo, gestiti da chi li ha sviluppati ed esposti ad attacchi esterni le cui conseguenze possono essere anche catastrofiche. Queste caratteristiche rendono gli agenti molto adatti alla profilazione e alla sorveglianza individualizzata dato che si posizionano fra (i dati e i programmi di) un computer e la piattaforma AI con la quale devono interagire.  

La tecnologia degli agenti è di particolare interesse per il comparto Big Tech ma anche per quello della sicurezza pubblica e nazionale e per quello della difesa dato che si prestano a controllo preventivo, spionaggio e active measure. Non stupisce, quindi, l’attenzione del governo cinese e quella di Meta per un software che nonostante l’immaturità tecnica ha già raggiunto una diffusione significativa nell’ordine di svariati milioni di utenti —cioè di potenziali “bersagli”, nella migliore delle ipotesi, di data- grabbing sempre più esteso. 

Le ragioni apparenti del blocco 

L’intervento governativo è stato giustificato formalmente con la necessità di verificare se l’acquisizione da parte di Meta fosse o meno soggetta alle normative sul controllo dell’esportazione di tecnologie considerate strategiche per l’interesse della Prc.  

Butterfly Effect, l’azienda che ha sviluppato la prima versione dell’agente, è cinese, ha potuto operare grazie al supporto di colossi come ZhenFund e Tencent Holdings, e la nuova società che controlla il software parrebbe mantenere ancora legami con la Cina. Da qui l’intervento dei regolatori di Pechino per verificare se Manus sia veramente sottoposta alla sola giurisdizione di Singapore.  

L’intervento del governo, inoltre, potrebbe essere stato motivato anche dalla dichiarazione di Meta secondo la quale ad acquisizione completata, non ci sarebbero state entità cinesi nel nuovo assetto societario e l’operatività sarebbe stata spostata altrove. Una scelta del genere è in piena continuità con l’agenda statunitense che mira a conservare il pieno controllo anche sulle tecnologie non militari ma di interesse strategico —i casi TikTok e DJI insegnano— ma non per questo è scevra di problemi. 

Perché il divieto di espatrio per i vertici aziendali? 

L’intervento delle autorità cinesi non si è limitato a sospendere il procedimento di acquisizione perché si è tradotto anche nel divieto di espatrio per il Ceo e il responsabile della ricerca di Manus AI, il che apre scenari diversi rispetto alla semplice “sanzione” per avere violato la legge. 

La prima e più immediata lettura della vicenda evidenzia, come detto, la volontà cinese di mantenere in casa le tecnologie e i servizi che consentono utilizzi strategici e, probabilmente, quella di assicurarsi di poter punire i colpevoli se fossero accertate le violazioni. Tuttavia, il divieto di espatrio fa emergere anche un elemento ricorrente in casi del genere: il ruolo del fattore umano in un settore dove l’unica cosa che sembra contare è la tecnologia. 

Il mercato dei cervelli 

Se l’obiettivo fosse soltanto quello di evitare che la proprietà intellettuale di Manus AI finisse in mani straniere sarebbe bastato semplicemente bloccare l’acquisizione per risolvere il problema.  

Questa, però, non sarebbe stata una soluzione efficace perché il vero valore in una startup è nelle persone, cioè nella conoscenza che detengono e nelle capacità che possiedono. Detto in altri termini, il valore di Manus AI non è solo e soltanto nel codice informatico che ha sviluppato e nella base di utenti che ha costruito, ma nelle persone che lo hanno pensato e che, dunque, sarebbero in grado di replicare il lavoro anche se dovessero farlo da zero.  

Meta, in altri termini, non starebbe acquistando software ma cervelli, ed è proprio quello che la Cina non può consentire, a riprova della determinazione a non perdere colpi nella sfida per il controllo sull’intelligenza artificiale e sulle sue applicazioni. 

Lo stallo geopolitico 

È chiaro che il blocco temporaneo imposto a Meta implica l’avvio di una trattativa fra la Big Tech Usa e il governo, ma questa trattativa parte già in salita considerando che i due soggetti hanno ciascuno dei punti non negoziabili.  

Meta non può violare le indicazioni formali e la moral suasion dell’amministrazione Trump in materia di rapporti con Pechino; la Cina non può rinunciare tout-court al capitale intellettuale rappresentato dalle due figure chiave di Manus. Inoltre, non potrebbe tollerare lo smacco di non essere riuscita a trattenere un’impresa che ha preferito trasferirsi altrove per poter evitare le restrizioni commerciali imposte dagli USA. 

La spinta Usa per far fuggire le startup dalla Cina 

Se la scelta individuale di Manus AI inducesse altre aziende tecnologiche cinesi a fare lo stesso, le conseguenze negative potrebbero essere importanti perché, oltre a quanto già detto, inciderebbero negativamente sulla capacità di acquisire talenti stranieri e di conservare quelli nazionali. Questo comprometterebbe la capacità di Pechino di competere con l’Occidente, almeno fino a quando l’Occidente rimane un mercato attrattivo per il neocapitalismo tecnologico orientale. 

La robustezza del mercato non occidentale 

È anche vero, tuttavia, che il mercato interno cinese, quello “regionale” e quello delle aree di influenza di Pechino sono enormi, e che la competizione fra le startup tecnologiche cinesi è agguerritissima. Di conseguenza non è affatto detto che una eventuale fuga di cervelli verso occidente possa avere effetti significativi oltre quelli potenzialmente negativi in termini di immagine. E non è detto che altre startup vogliano seguire la stessa strada di Manus. Del resto, ad esempio, Deepseek ha scelto di restare in Cina, pur continuando a intrattenere rapporti con tutto il mondo anche tramite la libera disponibilità dei propri modelli. 

Una partita ancora da giocare 

È senz’altro troppo presto per dire se il caso Manus causerà o meno gli effetti evidenziati o se ne produrrà di altri e diversi, però una cosa è chiara: in gioco non può esserci solo l’interesse a controllare una tecnologia o le sorti di una piccola azienda.  

Dunque, in questa mano di poker ciascuno gioca con le carte che ha in mano. Ma se a servire è Pechino, è difficile pensare che non sappia già dove vuole portare la partita. 


×

Iscriviti alla newsletter