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Il Regno Unito ha blindato le comunicazioni attorno alla futura ambasciata cinese?

Londra si prepara ad accogliere quella che potrebbe diventare la più grande ambasciata cinese in Europa. Sotto la superficie urbanistica, il progetto riguarda da vicino la sicurezza delle infrastrutture digitali. L’inchiesta di The i Paper

Secondo documenti emersi nell’ambito di un contenzioso legale, il governo britannico avrebbe approvato in via riservata un piano per proteggere cavi di comunicazione strategici situati nei pressi del futuro complesso diplomatico di Pechino a Royal Mint Court. Decisione presa mesi prima del via libera politico al progetto cinese.A rivelarlo è un’inchiesta pubblicata da The i Paper.

La mossa preventiva dell’Home Office

Il piano di mitigazione sarebbe stato autorizzato nel novembre 2025 dalla ministra dell’Interno Shabana Mahmood, circa tre mesi prima che l’esecutivo guidato da Keir Starmer desse il via libera definitivo alla cosiddetta “super-ambasciata”, con l’obiettivo di proteggere le infrastrutture da possibili atti intrusivi e aumentare la resilienza dei sistemi, riducendo il rischio che cavi sensibili, fondamentali per il traffico dati di istituzioni finanziarie e servizi critici, possano essere intercettati o compromessi.

Il dato più rilevante è un altro: la decisione sarebbe stata presa senza informare il dipartimento governativo incaricato di valutare la richiesta urbanistica di Pechino. Una compartimentazione che, secondo gli atti processuali citati dall’inchiesta, non violerebbe alcun obbligo legale, ma che apre interrogativi sulla coerenza interna dell’azione governativa.

Il nodo strategico dei cavi

L’area di Royal Mint Court non è una location qualunque. Nelle sue vicinanze transitano infrastrutture digitali di primo livello, tra cui nodi della London Internet Exchange (Linx), snodo cruciale per il traffico internet del Regno Unito. Già nel 2019, un rapporto congiunto dell’intelligence britannica aveva segnalato la sensibilità della zona proprio per la presenza di queste reti. Cavi che non solo sostengono il funzionamento quotidiano della City, ma che rappresentano un asset strategico nazionale.

Durante l’iter autorizzativo, tuttavia, né il ministero dell’Interno né il Foreign Office avrebbero formalmente sollevato obiezioni legate alla sicurezza. Le misure di protezione sarebbero state infatti classificate come “questione separata”, scollegata dal processo di pianificazione urbanistica.

Costi e implicazioni

Le misure, che potrebbero includere cifratura avanzata o persino la rilocalizzazione fisica dei cavi, avrebbero un costo stimato nell’ordine di alcuni milioni di sterline. Spesa che, secondo The i Paper, sarà interamente a carico del governo britannico. Non è stato infatti richiesto alcun contributo alla Cina. La ragione? Chiederlo implicherebbe condividere dettagli tecnici sugli interventi, informazioni considerate troppo sensibili per essere divulgate.

La battaglia legale e politica

La questione è ora al centro di un ricorso promosso dai residenti dell’area, che contestano il processo decisionale e denunciano di essere stati esclusi dopo l’intervento diretto del governo nel 2024. L’Alta Corte ha però già stabilito che i temi legati alla sicurezza dei cavi non rientrano nel perimetro del giudizio. Una scelta che di fatto mantiene opaca una parte cruciale della vicenda. Nel frattempo, l’intelligence britannica ha cercato di rassicurare il Parlamento. L’MI5 ha briefingato diversi deputati, sostenendo che i rischi di spionaggio possono essere gestiti. Una linea ribadita anche dal ministro della Sicurezza Dan Jarvis, secondo cui esiste “un’ampia gamma di misure” già attive per proteggere i dati sensibili oggi al centro del difficile equilibrio tra la necessità di mantenere relazioni operative con Pechino e la crescente consapevolezza della dimensione strategica delle infrastrutture digitali.


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