In tempi in cui il lessico pubblico si militarizza, in cui altri tornano a preferire la parola “guerra” alla parola “difesa”, noi dovremmo almeno evitare di chiamare la guerra con il nome di Leonardo. Perché difendere l’Italia significa anche difendere ciò che dell’Italia il mondo riconosce come più alto e Leonardo è una di queste cose. Ripubblichiamo l’intervento di Luca Josi durante assemblea di Leonardo
I nomi non sono mai minori. I nomi orientano la percezione, definiscono il campo simbolico, costruiscono o consumano reputazione.
Vorrei chiarire subito un punto, per evitare equivoci. Questa non è una posizione di pacifismo assoluto, imbelle, o di rinuncia alla difesa. La difesa di sé, della comunità nazionale e della Patria è principio serio, costituzionalmente riconosciuto dall’articolo 52. Un Paese ha il diritto e il dovere di proteggersi. L’Europa ha bisogno di una difesa comune credibile, se non vuole scivolare dall’irrilevanza alla sudditanza.
Il punto, dunque, non è se l’Italia debba avere un’industria della difesa. Il punto è se sia culturalmente, strategicamente e sul piano reputazionale intelligente che il suo principale gruppo industriale della difesa porti il nome di Leonardo.
Dieci anni fa Finmeccanica scelse di lasciare un nome che, pur con la sua storia complessa, garantiva la certezza di ciò che indicava: finanza, meccanica, industria, tecnologia, partecipazione pubblica. Si scelse invece di entrare nell’incertezza di un’associazione simbolica molto più ambiziosa e molto più rischiosa.
Quel nome rimanda in modo inevitabile, universale, immediato al genio fiorentino: Leonardo da Vinci.
Ora, è ineludibile che Leonardo abbia frequentato, tra le sue molte competenze, anche l’ingegneria militare. Sarebbe storicamente ingenuo negarlo. Il Rinascimento non separava i saperi come facciamo noi. Arte, scienza, anatomia, idraulica, architettura, meccanica e guerra convivevano spesso nello stesso orizzonte.
Ma il Leonardo sedimentato nell’immaginario del mondo non è il progettista di armi. È l’autore della Gioconda e dell’Ultima Cena. È l’Uomo vitruviano. È il simbolo dell’umanesimo scientifico italiano, della curiosità, della misura, dell’armonia, della centralità dell’uomo.
Trasferire quel nome su un gruppo che produce sistemi d’arma, missili, siluri, elicotteri militari, elettronica di difesa e piattaforme belliche non è un reato. Ma è una torsione semantica. E le torsioni semantiche, quando riguardano patrimoni collettivi, hanno un costo.
Sono consapevole della complessità dei brand. Ho guidato, per cinque anni, la trasformazione del nuovo brand Tim, dal 2016 al 2021. Conosco il valore di un cambio di identità. So che un nome può segnare un nuovo inizio, ricomporre un gruppo, dare direzione, energia, riconoscibilità.
Ma proprio per questo so anche che non ogni nome custodito dalla storia italiana è disponibile per qualunque funzione. Non tutto ciò che è noto è appropriabile. Non tutto ciò che è prestigioso è utilizzabile. Esiste un limite non giuridico, ma culturale. Ed è forse il limite più importante.
Leonardo appartiene al soft power italiano. Gli abbiamo dedicato scuole, aeroporti, transatlantici, premi celebrati nelle sedi più alte della Repubblica. È ambasciatore di arte, scienza, bellezza, intelligenza, universalità. È una delle poche parole italiane che il mondo comprende senza traduzione.
Per questo farne l’insegna di un colosso della difesa non rafforza l’Italia. La impoverisce. Non credo che migliori le vendite: un missile si vende per tecnologia, affidabilità, alleanze, potenza, interoperabilità. Si venderebbe anche se si chiamasse in altro modo. Ma certamente, associando Leonardo alle armi, si consuma un capitale simbolico che appartiene a tutti.
La giustificazione storica più frequente è nota: Leonardo, nella lettera a Ludovico il Moro, elenca anche competenze militari. Vero. Ma è una verità parziale. Perché Leonardo ci ha lasciato anche una diffidenza profonda verso l’uso distruttivo delle invenzioni. Nel Codice Leicester scrive di non voler divulgare certi sistemi per restare sott’acqua, per timore delle “male nature delli omini”, che ne avrebbero fatto strumento di assassinio.
Dunque il genio che osserva l’uomo, misura l’uomo, disegna l’uomo al centro dell’universo, teme anche che l’uomo trasformi il sapere in morte. Non è dettaglio. È il cuore della contraddizione.
E la contraddizione non si è fermata al nome del gruppo. È riapparsa con “Michelangelo Dome”, dove un altro genio fiorentino viene arruolato in un immaginario militare, sovrapponendo persino l’idea della cupola — e, inevitabilmente, della Cupola di San Pietro — a un sistema di difesa integrata.
Qui il problema non è la difesa. È l’abuso simbolico. È la tendenza a prendere i nomi più alti, più civili, più universali della nostra cultura e usarli come verniciatura nobile di apparati bellici.
In tempi in cui il lessico pubblico si militarizza, in cui altri tornano perfino a preferire la parola “guerra” alla parola “difesa”, noi dovremmo almeno evitare di chiamare la guerra con il nome di Leonardo.
Non chiedo debolezza. Chiedo precisione. Non chiedo disarmo morale dello Stato. Chiedo coerenza linguistica. Non chiedo di cancellare l’industria della difesa. Chiedo di non farle indossare il volto più riconoscibile dell’umanesimo italiano.
Si obietterà che cambiare nome costa. Certo. Ma ogni grande gruppo conosce i costi delle scelte identitarie. E i costi di una rettifica sarebbero poca cosa rispetto ai risultati economici che il settore oggi registra in uno scenario internazionale tragicamente favorevole.
La domanda è più semplice: quanto costa, invece, continuare a consumare Leonardo? Quanto costa sottrarre ogni giorno quel nome all’arte, alla scienza, alla cultura, ai musei, alla scuola, alla diplomazia dell’intelligenza italiana?
Esistono molti nomi, nella storia, legati alla difesa, alla forza, alla resistenza, al comando, alla protezione. Leonardo no. Leonardo è altro. È più grande. Ed è proprio perché è più grande che non dovrebbe essere usato così.
Le parole sono importanti. I simboli ancora di più.
Per questo pongo ai prossimi, nuovi membri del consiglio di amministrazione che verranno tra poco nominati una questione semplice e, credo, non eludibile: questo gruppo, se vuole davvero essere moderno, autorevole e consapevole del proprio ruolo, abbia il coraggio di interrogarsi sul proprio nome.
Perché difendere l’Italia significa anche difendere ciò che dell’Italia il mondo riconosce come più alto.
E Leonardo è una di queste cose.
















