Quirinale, legge elettorale, alleanze e futuro del centrosinistra. Il senatore e tesoriere del Pd Michele Fina delinea a Formiche.net la strategia dem in vista delle prossime sfide politiche, rivendicando la centralità della Costituzione e del ruolo del Presidente della Repubblica. Dalla costruzione dell’alternativa a Giorgia Meloni al dialogo con il Movimento 5 Stelle, fino alle priorità economiche e sociali e al futuro de L’Unità
Tra legge elettorale, riforme istituzionali e partita per il Quirinale, il Partito democratico prova a spostare il baricentro del confronto politico sul terreno della Costituzione. Per il senatore Michele Fina, tesoriere nazionale del Pd, la prossima legislatura non deciderà soltanto gli equilibri di governo, ma anche il profilo della futura Presidenza della Repubblica e, più in generale, l’assetto della democrazia parlamentare. In questa intervista a Formiche.net Fina affronta i nodi del rapporto con il Movimento 5 Stelle, le prospettive del cosiddetto campo largo, il confronto sulla legge elettorale, le priorità economiche e sociali del centrosinistra e il futuro della testata de L’Unità.
Senatore Fina, in un suo recente articolo sostiene che il Quirinale “non è un bottino” e che la partita sul Colle è strettamente connessa alla legge elettorale e alle riforme istituzionali. Ma come si evita che la difesa della figura del Presidente della Repubblica venga percepita come una battaglia identitaria del centrosinistra e non come una questione che riguarda l’intero sistema democratico?
Ripartiamo dalle parole della presidente Meloni. Qualche giorno fa ha affermato: “Non è detto che non possa superarsi anche questo altro grande tabù, quello di avere un presidente della Repubblica che non è di centrosinistra”. Questa osservazione abbastanza inusuale e grave significa almeno tre cose: la prima è la conferma che lei e il suo partito non si sentono sufficientemente rappresentati da Sergio Mattarella. D’altra parte non lo votarono nel 2022, a differenza anche di Lega e Forza Italia, preferendo esprimersi per Carlo Nordio. Il secondo significato è che non credono nell’istituto della Presidenza della Repubblica, così come definito dalla Costituzione. Non a caso si battono per una forma singolare di premierato che di fatto svuota le funzioni del Quirinale e che nasce da un punto del loro programma elettorale relativo al presidenzialismo. Quindi il Capo dello Stato non come garante ma come espressione di una parte. Il terzo significato rivela molto: se a fronte di personalità come Einaudi, Segni, De Nicola, Cossiga o lo stesso Giovanni Leone, eletto con i voti dell’MSI, si afferma che sono tutte di “centrosinistra”, allora si intende dire che c’è bisogno non di un Presidente di centrodestra ma di un profilo che si colloca fuori dal perimetro repubblicano degli ultimi ottant’anni. Allora vede che non è una questione di parte? La novità è questa ed è semplice: le prossime elezioni politiche decideranno anche se eleggeremo un Capo dello Stato in continuità o in discontinuità con Sergio Mattarella.
Lei parla della necessità di un’“alleanza per difendere la Repubblica”. Questa formula coincide con il campo largo oppure immagina un perimetro più ampio anche di forze che oggi non si riconoscono pienamente nel centrosinistra?
Io propongo da mesi un’Alleanza per la Costituzione; cioè per la difesa, ma soprattutto per l’attuazione della nostra Carta fondamentale. Il perimetro è quello delle italiane e degli italiani che hanno votato “no” alla riforma per lo smembramento del CSM proposta dal Governo. Quindi un’area più ampia dell’attuale centrosinistra o delle forze oggi in opposizione e che hanno fatto un proficuo percorso di avvicinamento e condivisione dei programmi. Ma ci sono momenti nella storia repubblicana, come quello che stiamo vivendo, in cui la difesa dei principi costituzionali deve superare i confini tradizionali degli schieramenti. Perché questa destra ha ormai dimostrato, con l’autonomia differenziata, il premierato, la riforma della giustizia e la legge elettorale, il piano che ha in mente e che non è ad oggi riuscito solo perché questo nostro Paese ha forti anticorpi repubblicani e democratici. Dunque dobbiamo costruire un patto tra chi ritiene che la Repubblica parlamentare, l’equilibrio tra i poteri, il ruolo del Presidente della Repubblica siano beni da preservare. Un patto che metta al centro la salute dei cittadini, a partire da chi è costretto a rinunciare alle cure o a dilapidare i propri risparmi in sanità, dalla dignità nel lavoro, che non può mai essere povero, dall’istruzione come principale strumento di emancipazione e dai diritti di ogni persona.
Il Pd sembra aver imboccato una strada diversa rispetto al passato: prima il programma, poi la leadership. È un cambio di metodo definitivo? E soprattutto, quali sono i tre punti programmatici sui quali ritiene impossibile qualsiasi mediazione con gli alleati, a partire dal Movimento 5 Stelle?
Si tratta innanzitutto di coerenza. Se contestiamo una concezione della politica fondata sulla personalizzazione e sull’investitura del capo, sul plebiscitarismo della donna o dell’uomo solo al comando, allora dobbiamo essere conseguenti anche nel modo in cui costruiamo l’alternativa, leadership compresa. Per questo ritengo che venga prima la definizione del progetto e di un’alleanza che decide di vincolarsi ad esso. Noi non partiamo affatto da zero come coalizione. Da anni abbiamo iniziative parlamentari comuni, iniziative politiche condivise, ci presentiamo uniti, vincendo, agli appuntamenti elettorali delle amministrative. Non esistono per me punti programmatici sui quali sarà impossibile trovare la sintesi con gli alleati, perché abbiamo la volontà politica di farlo. Sul candidato alla Presidenza del Consiglio io penso sinceramente che si debba rispettare l’articolo 92 della Costituzione: è nominato dal Presidente della Repubblica dopo il voto elettorale.
Sul fronte delle alleanze continuano ad affiorare differenze significative, dalla politica estera ai temi economici fino ai rapporti con il centro. Da tesoriere nazionale e dirigente del Pd, pensa che oggi il vero collante della coalizione sia l’alternativa a Giorgia Meloni o esista già una visione condivisa di governo?
Innanzitutto vorrei far notare che c’è chi ipotizza, a destra, un’alleanza tra Vannacci e gli attuali partiti di maggioranza. Sono in disaccordo radicale praticamente su ogni cosa, ma evidentemente godono di un “bonus cinismo” per il quale in quel campo ci si può alleare anche se si dice tutto e il contrario di tutto. D’altra parte è anche la storia di questi anni di governo: i due vicepremier Tajani e Salvini sono stati costantemente l’uno il controcanto dell’altro. Nel nostro campo non conosco nessuno che vuole costruire un’alleanza sulla contrapposizione all’avversario. Dobbiamo essere in grado di indicare una prospettiva, di offrire risposte concrete e di costruire una speranza. Le differenze esistono e sarebbe sbagliato negarle. Ma vedo molti più temi di convergenza che di distinzione: la pace e il multilateralismo internazionale, la difesa della sanità pubblica, la lotta alle disuguaglianze, il rilancio della scuola, una politica industriale capace di sostenere la crescita, il rafforzamento del ruolo dell’Italia in un’Europa più forte e più unita, il rifiuto della corsa al riarmo dei singoli Paesi, la centralità della conversione ecologica per rispondere alla crisi climatica. E soprattutto vedo la volontà di aprirsi alle forze che sono fuori dal nostro perimetro partitico più stretto.
La maggioranza insiste sulla riforma della legge elettorale, mentre voi denunciate il rischio di un “premierato di fatto”. Se il confronto parlamentare dovesse comunque aprirsi, quali sarebbero per il Partito Democratico le condizioni minime per una legge elettorale condivisa? Preferenze, collegi uninominali, proporzionale o un sistema misto?
Elly Schlein è stata molto chiara. Una legge elettorale non deve mai essere costruita sulla convenienza di chi governa, sull’interesse di una parte politica. Deve piuttosto nascere dalla ricerca di un equilibrio tra rappresentanza, governabilità e rispetto dell’architettura costituzionale, valorizzando il Parlamento come luogo del confronto per regole che siano, come richiede la democrazia, condivise. Questa legge elettorale ad oggi è irricevibile e inemendabile, soprattutto per la chiusura al confronto della destra. Per noi esistono alcuni principi irrinunciabili. Il Parlamento deve restare il luogo centrale della rappresentanza democratica e il rapporto tra elettori ed eletti deve essere rafforzato, non indebolito. Qualsiasi riforma che trasformi il voto in un’investitura diretta del capo del Governo oppure che favorisca, con premi di maggioranza abnormi, la nascita di maggioranze sproporzionate e irreali, in grado di nominare in autonomia anche gli organismi di garanzia, altera lo spirito della Costituzione e non la sosterremo mai.
Negli ultimi mesi il dibattito politico è sembrato ruotare soprattutto attorno alle regole del gioco, mentre il Paese continua a chiedere risposte su salari, sanità e produttività. Qual è, a suo giudizio, la proposta che il Pd deve mettere al centro della prossima campagna elettorale per convincere anche quell’elettorato moderato che oggi guarda con scetticismo sia alla maggioranza sia all’opposizione?
Credo che gli italiani siano stanchi di una politica che discute soprattutto di assetti istituzionali mentre cresce il disagio sociale. Le famiglie chiedono stipendi adeguati all’aumento del costo della vita, una sanità pubblica che funzioni, servizi efficienti, opportunità per i giovani, un’abitazione accessibile e sostenibile, un sistema produttivo capace di creare lavoro di qualità. Per questo difendere la Costituzione significa anche attuarla. Significa dare piena concretezza ai principi di uguaglianza, di dignità del lavoro e di coesione sociale che essa contiene. Non vedo una contrapposizione tra la difesa delle istituzioni e le grandi questioni economiche e sociali: sono due aspetti della stessa sfida. Quello che lei chiama elettorato moderato non cerca slogan. Cerca serietà, competenza, concretezza, credibilità. Gli estremismi infatti sono sempre grandi generatori di propaganda elettorale. Dobbiamo dimostrare che esiste un’idea di sviluppo capace di coniugare crescita economica e giustizia sociale, innovazione e diritti, responsabilità di bilancio e investimenti nei servizi pubblici. Solo così sarà possibile ricostruire un rapporto di fiducia anche con chi oggi guarda alla politica con disillusione e, troppo spesso, sceglie l’astensione.
In queste ore la notizia dell’editore Romeo di sospendere la pubblicazione de L’Unità. Lui dice che si è interrotta la trattativa con voi. Che intenzione ha il Pd?
Noi abbiamo la volontà di acquistare una testata che non solo ha un valore affettivo, ma può essere uno strumento di confronto del campo costituzionale che ho indicato. Del resto in questi ultimi tre anni di segreteria Schlein le Feste dell’Unità sono cresciute, da 200 a quasi 500, e portano il nome di un giornale che è profondamente legato alla nostra storia e che vorremmo tornasse a casa. Dopo aver ampiamente risanato il bilancio, abbiamo la forza di poterlo fare in autonomia. Spero che il dialogo avviato per raggiungere questo obiettivo possa concludersi positivamente.















