Vahid Aberi, cittadino britannico-iraniano residente a Liverpool, è stato incriminato in base al National Security Act. Secondo l’accusa avrebbe cercato contatti con Teheran e si sarebbe reso disponibile a collaborare. Il caso si inserisce nella crescente attenzione britannica verso le operazioni condotte dall’Iran attraverso intermediari e reti criminali
Vahid Aberi, 39 anni, cittadino britannico-iraniano residente a Liverpool, è comparso venerdì davanti alla Westminster Magistrates’ Court con l’accusa di aver assistito un servizio di intelligence straniero. Il Paese al quale si riferisce l’indagine è l’Iran, ha precisato la Metropolitan Police. L’uomo era stato arrestato il 15 luglio nella zona di Birmingham, mentre gli agenti dell’antiterrorismo hanno perquisito alcuni indirizzi a Birmingham e Liverpool. Aberi è stato rinviato in custodia cautelare e dovrà comparire davanti alla Old Bailey il prossimo 21 agosto. Le accuse devono ancora essere provate e l’imputato conserva naturalmente la presunzione di innocenza.
I contatti con il consolato iraniano
Secondo quanto riferito in aula dalla procuratrice Kristel Pous e ricostruito da Reuters, Aberi avrebbe inizialmente cercato di avvicinare alcuni contatti in Iran, senza successo. Avrebbe quindi scritto al consolato iraniano a Londra, presentandosi come un “umile servitore” e chiedendo in che modo potesse aiutare i suoi “cari compatrioti”.
Le autorità britanniche avrebbero successivamente impiegato un agente sotto copertura per entrare in contatto con lui. Nel corso dell’operazione, ad Aberi sarebbe stato chiesto di recuperare a Londra una borsa che, secondo quanto gli era stato riferito, conteneva un drone. L’accusa sostiene che tra il dicembre 2025 e il luglio 2026 l’uomo abbia agito con l’intenzione di fornire un’assistenza materiale a un servizio di intelligence straniero impegnato in attività legate al Regno Unito.
La polizia non ha indicato quale apparato iraniano sarebbe stato coinvolto, né ha reso pubblici ulteriori dettagli sulla natura delle competenze offerte dall’imputato. La responsabile del Counter Terrorism Policing London, Helen Flanagan, ha comunque precisato che dall’indagine non è emersa una minaccia diretta contro la popolazione, una comunità o una persona specifica.
La legge britannica contro i servizi stranieri
Il procedimento è stato aperto in base alla sezione 3 del National Security Act del 2023, la legge con cui il Regno Unito ha aggiornato un impianto normativo ancora fondato, in larga parte, sugli Official Secrets Acts del secolo scorso.
La disposizione non riguarda soltanto il passaggio di documenti classificati. Può essere contestata anche a chi fornisce informazioni, servizi, denaro, attrezzature o altre forme di sostegno sapendo che la propria condotta potrebbe aiutare concretamente un servizio di intelligence straniero nelle sue attività britanniche. La pena massima prevista è di quattordici anni di carcere.
È una soglia concepita per consentire alle autorità di intervenire prima che un rapporto di collaborazione produca danni concreti. Il caso Aberi sembra muoversi proprio in questo spazio: non un’operazione attribuita pubblicamente a Teheran, ma il presunto tentativo di mettersi a disposizione dei suoi apparati.
L’impostazione riflette il cambiamento osservato negli ultimi anni dall’intelligence britannica. Le minacce statali non passano più necessariamente attraverso funzionari inviati sotto copertura diplomatica. Sempre più spesso vengono utilizzati intermediari, società private, investigatori, criminali comuni o persone reclutate per una singola attività.
Il dossier iraniano nel Regno Unito
Per Londra, il fascicolo iraniano è diventato uno dei principali dossier di sicurezza interna. Nel marzo 2025 il governo britannico aveva riferito che, dall’inizio del 2022, MI5 e polizia erano intervenuti in relazione a venti presunti complotti sostenuti dall’Iran, alcuni dei quali potenzialmente letali. Gli obiettivi indicati comprendevano oppositori del regime, giornalisti, organizzazioni dei media e membri delle comunità ebraiche e israeliane.
Secondo la valutazione britannica, sia il ministero dell’Intelligence iraniano sia i Pasdaran ricorrono frequentemente a intermediari criminali. È un modello che permette di mantenere una distanza formale dall’azione e rende più complessa l’attribuzione delle responsabilità.
Nel maggio 2025 tre cittadini iraniani erano stati incriminati, sempre in base al National Security Act, con l’accusa di aver svolto attività di sorveglianza, ricognizione e ricerca preparatorie a possibili atti di violenza nel Regno Unito. Furono i primi cittadini iraniani accusati in base alla legge entrata in vigore due anni prima.
A rendere concreto il problema è stato anche il caso del giornalista di Iran International Pouria Zeraati, accoltellato davanti alla propria abitazione londinese nel marzo 2024. Due cittadini romeni sono stati condannati nel luglio di quest’anno. Secondo il Crown Prosecution Service, il giudice ha stabilito che l’aggressione era stata compiuta per conto dell’Iran, pur distinguendo il grado di consapevolezza dei due esecutori.
Il procedimento contro Aberi è diverso e, allo stato, non riguarda un piano violento né una minaccia individuata contro un obiettivo preciso. Ma conferma la postura assunta dalle autorità britanniche: anticipare l’intervento, seguire i tentativi di reclutamento e colpire anche le figure disposte a offrire servizi, accessi o capacità operative.
Sarà il processo a stabilire se Aberi intendesse realmente assistere l’intelligence iraniana. Sul piano della sicurezza, però, il messaggio di Londra è già leggibile. Il contrasto alle operazioni straniere non comincia più quando un documento viene consegnato o un attacco viene eseguito. Comincia nel momento in cui qualcuno cerca il contatto giusto e si dichiara disponibile a collaborare.















