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Strider, l’intelligence privata che usa l’IA  contro le reti di Cina, Russia e Iran

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Dalla proprietà intellettuale alle catene di fornitura, fino ai ricercatori universitari: il Times racconta l’ascesa di Strider Technologies, società di intelligence privata che utilizza miliardi di dati pubblici per ricostruire le attività economiche e tecnologiche riconducibili agli Stati. Tra i clienti ci sono grandi aziende, strutture della difesa americana e la Nato. E il caso dice qualcosa di più generale su come sta cambiando la sicurezza economica occidentale

Non è una società di intelligence nel senso classico del termine, ma lavora su uno dei terreni dove oggi si misura buona parte della competizione tra Stati: aziende, università, tecnologie e catene di fornitura. Strider Technologies raccoglie e incrocia una massa enorme di informazioni disponibili pubblicamente per individuare rapporti, passaggi societari e collaborazioni che possono ricondurre agli apparati della Cina, della Russia, dell’Iran e della Corea del Nord. Il Times racconta come questa attività, nata negli Stati Uniti e ormai estesa anche a Londra, sia diventata uno strumento sempre più utilizzato da imprese e strutture della difesa occidentale per capire dove può aprirsi una vulnerabilità prima che diventi un problema di sicurezza.

Il bersaglio principale è la Cina, ma il raggio d’azione comprende anche Russia, Iran e Corea del Nord. Non si tratta dello spionaggio nel senso tradizionale del termine. Strider lavora soprattutto sull’open source intelligence, raccogliendo e mettendo in relazione una quantità molto vasta di informazioni pubblicamente accessibili: registri societari, pubblicazioni scientifiche, movimenti di personale, rapporti commerciali, catene di fornitura, programmi governativi e legami tra società, università e apparati statali.

Secondo il Times, la piattaforma della società analizza oltre 25 miliardi di dati pubblici, ai quali se ne aggiungono circa 20 milioni ogni giorno. L’intelligenza artificiale serve a individuare collegamenti che, osservati separatamente, potrebbero apparire innocui ma che, una volta messi insieme, possono indicare un rischio per un’impresa o per un settore strategico.

Il nuovo terreno dello spionaggio economico

È questo il punto che rende il caso Strider interessante anche al di fuori della vicenda aziendale. La competizione tra grandi potenze si è progressivamente spostata dentro gli ecosistemi economici occidentali.

Un ricercatore, una partecipazione societaria, un fornitore di componenti elettronici o un programma di reclutamento possono diventare elementi di una strategia più ampia. La proprietà intellettuale e il know-how industriale sono ormai considerati asset di sicurezza nazionale tanto quanto molte infrastrutture tradizionali.

In una memoria presentata quest’anno alla Business and Trade Committee del Parlamento britannico, Strider ha spiegato di utilizzare miliardi di informazioni open source per ricostruire le reti commerciali, tecnologiche e istituzionali attraverso cui gli Stati possono acquisire influenza, tecnologie o accesso a filiere sensibili. Tra i suoi interlocutori figurano governi, imprese, università e organizzazioni internazionali.

Il Times cita il caso di un dipendente di una società biofarmaceutica americana che, secondo l’analisi condotta da Strider, presentava collegamenti con strutture riconducibili allo Stato cinese. Dopo che il problema emerse all’interno dell’azienda, l’uomo lasciò gli Stati Uniti per la Cina. È uno degli esempi utilizzati dal quotidiano britannico per descrivere un rischio che non riguarda soltanto gli attacchi informatici: l’accesso alla tecnologia può passare anche attraverso persone, collaborazioni scientifiche e normali rapporti commerciali.

Le università britanniche e i legami con il Pla

Il tema è particolarmente sensibile nel Regno Unito. A dicembre Strider ha pubblicato uno studio sui rapporti tra il sistema universitario britannico e istituzioni di ricerca collegate al People’s Liberation Army cinese.

Secondo l’analisi della società, dal 2020 oltre 5.000 ricercatori basati nel Regno Unito avrebbero partecipato a più di 8.000 pubblicazioni e collaborazioni scientifiche con strutture riconducibili al Pla. I settori comprendono intelligenza artificiale, quantum computing, aerospazio, comunicazioni anti-jamming, veicoli ipersonici ed energia diretta. Quasi 400 lavori sarebbero stati realizzati insieme a un’università militare cinese sottoposta a sanzioni statunitensi. Si tratta di dati prodotti dalla stessa Strider, e come tali vanno considerati, ma il rapporto è entrato nel più ampio dibattito britannico sulla protezione della ricerca e delle tecnologie dual use.

Dai droni iraniani alle forniture russe

Lo stesso metodo viene applicato alle catene di approvvigionamento. A marzo Strider ha ricostruito alcuni dei meccanismi attraverso cui il programma iraniano dei droni continua ad accedere a componentistica e tecnologie dual use disponibili sui mercati internazionali. La ricerca si è concentrata sulle società intermediarie e sulle reti commerciali utilizzate per sostenere la produzione di sistemi come gli Shahed nonostante le restrizioni internazionali.

Più recentemente l’azienda ha rivolto l’attenzione alla Russia. In un rapporto pubblicato a luglio e aggiornato a fine agosto, Strider sostiene che dal 2022 oltre 50.000 beni sensibili siano arrivati a società russe della difesa attraverso catene di fornitura indiane. Tra questi figurano componenti in fibra ottica e processori ad alte prestazioni utilizzabili anche in droni, missili e sistemi aerospaziali.

Parte di quei prodotti sarebbe originaria di economie occidentali. L’India, in questa ricostruzione, non è indicata semplicemente come origine delle merci, ma come possibile nodo intermedio di filiere molto più lunghe attraverso cui Mosca riesce a mitigare gli effetti dei controlli sulle esportazioni.

L’interesse della Nato

La crescita di questo tipo di intelligence spiega anche perché il confine tra settore pubblico e privato si stia facendo meno netto.

Nel settembre 2025 Strider ha annunciato una partnership con Nato Diana, l’acceleratore dell’Alleanza per le tecnologie della difesa. L’accordo prevede l’utilizzo degli strumenti della società per individuare rischi nelle catene di fornitura e nei rapporti contrattuali e per valutare eventuali esposizioni legate alle persone e alle organizzazioni che entrano nell’ecosistema dell’acceleratore.

È un passaggio significativo. Per decenni la protezione dalle attività di intelligence straniere è stata considerata soprattutto una responsabilità degli apparati statali. Oggi una parte delle informazioni più importanti si trova invece nelle mani delle aziende: brevetti, algoritmi, laboratori, personale altamente specializzato, semiconduttori, infrastrutture digitali e rapporti con i fornitori.

Strider chiama questo spazio economic security. E il principio che Eric Levesque, uno dei fondatori, ripete da tempo è semplice: la sicurezza economica è ormai parte della sicurezza nazionale.

Anche il mercato sembra averlo capito. La società ha raccolto negli ultimi anni capitali da investitori come Pelion Venture Partners, Valor Equity Partners e Axa Venture Partners. Il Times osserva che la sua valutazione si sta avvicinando alla fascia dei miliardi di dollari.

Il dato finanziario conta fino a un certo punto. Più rilevante è invece ciò che questo indica: nel confronto con Cina, Russia e Iran, aziende e governi occidentali stanno cercando strumenti che permettano di vedere ciò che accade prima che diventi un caso di controspionaggio, una violazione delle sanzioni o la perdita di una tecnologia.

È una forma di intelligence diversa da quella tradizionale. Parte da informazioni aperte, utilizza l’IA per orientarsi dentro quantità di dati prima ingestibili e guarda sempre meno ai soli apparati statali. Perché una quota crescente della competizione tra Stati passa ormai proprio da lì: dalle imprese, dai laboratori e dalle catene di fornitura.


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