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La transizione possibile. Ecco come i biocarburanti salveranno l’industria

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Il motore elettrico è una gran bella suggestione, ma che spesso non si sposa con la realtà dei fatti.E nella mobilità, i biocarburanti rappresentano una soluzione immediatamente disponibile per ridurre le emissioni e diversificare fonti, tecnologie e geografie di approvvigionamento

In un mondo ideale, il trasporto, ferro, strada o aria che sia, sarebbe già questione di sole, di vento e di elettricità. Non è così, la strada è ancora lunga e la transizione energetica è tutt’altro che completata. Eppure le carte da giocare non mancano. A cominciare dai biocarburanti, che consentono una mutazione dei trasporti più morbida e meno traumatica, tutelando allo stesso tempo l’ambiente. Domanda, a che punto è la notte? Una premessa: l’Europa sta progredendo sul versante della transizione, ma non abbastanza velocemente: al ritmo attuale, il Vecchio continente rimane 13 punti percentuali sotto l’obiettivo di emissioni per il 2030 e 13,5 punti percentuali sotto quello delle rinnovabili.

Sotto questa luce è stato presentato, nell’ambito del Forum di Cernobbio organizzato da The european house Ambrosetti, lo studio Sustainable biofuels as a strategic lever for industrial competitiveness, energy security and decarbonization realizzato dallo stesso Ambrosetti insieme ad Eni. Ora, dalla concezione del Green deal, lo scenario energetico globale è radicalmente cambiato: le crisi degli ultimi anni hanno dimostrato che le dipendenze da tecnologie, materie prime e capacità produttive possono avere impatti sistemici, potenzialmente pericolosi per la sicurezza energetica dell’Europa. Ed è proprio questo il punto di partenza dello studio, che identifica nei biocarburanti da materie prime rinnovabili, come l’Hydrogenated vegetable oil e il Saf (Sustainable aviation fuel), una soluzione già disponibile per diversificare gli approvvigionamenti, ridurre le emissioni lungo la filiera e preservare al contempo la capacità e le competenze industriali dei Paesi europei.

“Una delle principali sfide per l’Europa è coniugare la transizione energetica con la competitività industriale e la sostenibilità economica e sociale. In questo contesto, i biocarburanti rappresentano una soluzione immediatamente disponibile per ridurre le emissioni del settore dei trasporti lungo l’intera filiera poiché sono ampiamente disponibili, possono essere distribuiti con le attuali infrastrutture e sono utilizzabili in gran parte delle motorizzazioni diesel oggi in circolazione. I biocarburanti sono una soluzione complementare ad altri vettori energetici, che consente anche di rafforzare sia la sicurezza energetica sia la competitività industriale europea. L’esperienza di Eni dimostra come l’innovazione tecnologica, insieme alla valorizzazione delle competenze industriali e professionali, possa guidare processi di trasformazione capaci di generare valore, occupazione e sviluppo sostenibile, supportando al contempo la competitività dell’Europa”, ha chiarito Stefano Ballista, ceo di Enilive.

Claudio Descalzi, ceo di Eni e reduce dall’importante accordo con il Venezuela per lo sfruttamento del giacimento Junin-5, sottolinea nella prefazione dello studio come “i biocarburanti rappresentano una delle leve più concrete oggi disponibili per conciliare queste priorità. Costituiscono già una realtà industriale, possono essere impiegati su larga scala e sono compatibili con gran parte delle infrastrutture di trasporto esistenti. Nei settori in cui l’elettrificazione rimane più complessa, come l’aviazione, il trasporto marittimo e la mobilità pesante, possono fornire un contributo immediato e misurabile alla riduzione delle emissioni”.

Insomma, “per garantire flessibilità, affidabilità e sostenibilità economica degli approvvigionamenti, la transizione non può essere guidata da un’unica soluzione o da preferenze ideologiche. Ogni tecnologia dovrebbe essere valutata in base al proprio livello di maturità, alla scalabilità, alle performance emissive e all’idoneità rispetto agli specifici usi finali. Elettrificazione, biocarburanti, gas rinnovabili, cattura e stoccaggio della CO2 e altre soluzioni rappresentano strumenti complementari all’interno di un percorso di transizione diversificato”. Per questo “l’Europa deve passare da obiettivi climatici ambiziosi alla realizzazione di soluzioni su scala industriale, entro tempistiche realistiche e con impatti misurabili. I biocarburanti sostenibili rispondono già oggi a queste condizioni, continuando al contempo a evolvere grazie all’innovazione nelle materie prime, nelle tecnologie produttive, nei sistemi di certificazione e nella gestione del carbonio”.

Ed ecco i risultati dello studio, che parte da un numero: nel settore della raffinazione, dal 2009 l’Europa ha perso il 21% della capacità produttiva, dunque il Vecchio continente ha oggi una limitata capacità di soddisfare la domanda, in particolare per prodotti come il diesel e il jet fuel, per i quali la dipendenza dalle importazioni è aumentata in modo significativo Inoltre, si stima che ciò abbia anche comportato una perdita tra 90 mila e 130 mila posti di lavoro qualificati. Per questo, viene sottolineato, è fondamentale allentare la competizione per l’accesso all’elettricità, utilizzando ogni tecnologia negli ambiti in cui produce il maggiore beneficio. E nella mobilità, i biocarburanti rappresentano una soluzione immediatamente disponibile per ridurre le emissioni anche dei settori hard to abate (trasporti pesanti, aviazione e marittimo) e diversificare fonti, tecnologie e geografie di approvvigionamento.

In questo quadro, i biocarburanti non sono un’alternativa all’elettrico, ma una scelta complementare. In tal senso lo studio ha sottoposto a verifica alcune convinzioni ricorrenti, al fine di fornire al dibattito pubblico nuovi elementi misurabili e verificabili. Tre evidenze risultano particolarmente rilevanti. Primo, i biocarburanti possono contribuire immediatamente alla riduzione delle emissioni del trasporto e sono compatibili con buona parte del parco circolante europeo. Secondo, gli investimenti nelle bioraffinerie sono un’opportunità industriale e sociale. Le conversioni già realizzate da Eni a Porto Marghera (Venezia) nel 2014 e a Gela nel 2019 dimostrano che è possibile preservare siti produttivi, competenze e occupazione, rigenerando le aree industriali e mantenendo la coesione sociale nelle comunità locali: un esempio di come gli obiettivi di decarbonizzazione possano rafforzare, anziché indebolire, l’impronta industriale dell’Europa. Non a caso, si stima che gli investimenti privati nel settore in Europa possano generare fino a 66 miliardi di euro di Pil, sostenendo oltre 33 mila posti di lavoro.

Terzo, l’occasione è ghiotta per passare da un’Europa che misura soltanto le emissioni allo scarico a un’Europa che valuta le emissioni lungo tutta la filiera, riconoscendo il contributo immediato dei biocarburanti alla riduzione delle emissioni di gas serra. La transizione non può essere soltanto affidata a soluzioni che potranno essere mature nel lungo termine: è necessario supportare tecnologie già disponibili, scalabili e in grado di produrre risultati misurabili. Insomma, passare da un’Europa che chiude raffinerie a un’Europa che trasforma la propria base industriale, sostenendo la conversione degli impianti esistenti in bioraffinerie e preservando capacità produttive, competenze e occupazione. E da un’Europa che presume la competizione tra agricoltura ed energia a un’Europa che verifica i livelli di sostenibilità dei biocarburanti attraverso i dati reali, utilizzando misurazioni sul campo, tracciabilità e tecnologie digitali per riconoscere le produzioni realmente addizionali e maggiormente sostenibili.


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