Lo Space Summit di Parigi non è ancora iniziato ma già registra assenze pesanti, da SpaceX e Blue Origin fino al cancelliere tedesco Merz. Dietro i forfait ci sono le tensioni tra Washington e Bruxelles, ma anche interessi industriali molto concreti, dalle frequenze satellitari al mercato dei lanciatori. E, mentre l’Europa prova con non poca difficoltà a rafforzare la propria autonomia spaziale, anche altri attori si preparano alla due giorni di Parigi
Questa settimana Parigi ospiterà il primo International Space Summit, un’iniziativa fortemente voluta dal presidente francese Emmanuel Macron per riunire governi, agenzie spaziali, industrie, scienziati e rappresentanti delle forze armate attorno alle grandi sfide del settore spaziale, con l’obiettivo di discutere il futuro della space economy, della sostenibilità delle attività orbitali e della cooperazione internazionale. Eppure, a pochi giorni dall’apertura dei lavori, l’attenzione è stata catturata principalmente da alcune assenze illustri. Se da un lato Parigi si appresta ad accogliere decine di delegazioni provenienti da tutto il mondo, dall’altro non saranno presenti alcuni dei più importanti campioni privati dell’industria spaziale americana. Una scelta che, secondo quanto riportato da Politico, sarebbe maturata a seguito di pressioni dirette da parte della Casa Bianca. Nel frattempo, però, gli altri big mondiali del settore saranno presenti, Cina inclusa.
Chi non ci sarà
Le defezioni più significative sono indubbiamente quelle di SpaceX e Blue Origin. Insieme a loro hanno rinunciato alla partecipazione anche Stoke Space e Starcloud. Secondo quanto riportato da Politico, le società hanno comunicato alle autorità francesi la cancellazione della loro presenza dopo le pressioni esercitate dall’amministrazione Trump, contraria a un’iniziativa percepita come parte dello sforzo europeo per rafforzare la propria autonomia strategica nel settore spaziale. Al netto della cornice politica, anche le aziende americane hanno le loro ragioni per disertare il summit. Restare fornitori pressoché insostituibili per gli Stati europei, dalla difesa alle telecomunicazioni, vale più di una comparsata diplomatica, e proprio i due temi su cui Macron vuole spingere, regole più severe sui detriti orbitali e una redistribuzione delle frequenze satellitari, andrebbero a colpire chi oggi occupa la fetta più larga di entrambi i mercati. Il divario, del resto, si vede bene nei numeri: nel 2025 gli Stati Uniti hanno realizzato 181 lanci orbitali contro gli 8 dell’Unione europea, e nei primi otto mesi del 2026 il rapporto è di 126 a 5, con la sola SpaceX che ne ha condotti 105. Più regole e più concorrenti europei significherebbero, in questo momento, margini più stretti per chi finora ha corso senza rivali.
Anche Friedrich Merz, che il summit avrebbe dovuto co-presiederlo non ci sarà. Assenza eccellente quella del cancelliere tedesco, specialmente in un momento in cui il grosso degli investimenti spaziali europei è costituito dalle spese straordinarie di Berlino. Ufficialmente, l’agenda di Merz sarebbe troppo densa di impegni questa settimana, ma più di un sopracciglio si è alzato a Parigi per l’improvviso cambio di piani. La Germania, infatti, continua a tenere il piede in due scarpe e, benché sia presente a tutti i tavoli europei, i suoi investimenti più recenti puntano chiaramente nella direzione di un ecosistema spaziale nazionale, semmai “allargabile” ad altri partner europei, ma con il suo cuore decisionale saldamente installato a Berlino. Infatti il 5 settembre, il razzo Spectrum di Isar Aerospace ha raggiunto l’orbita al secondo tentativo, diventando il primo lanciatore sviluppato da un privato a partire dal suolo dell’Europa continentale. Un anno fa sembrava la promessa di una startup, oggi è la prova che l’ecosistema europeo dei lanciatori può svilupparsi anche al di là dei circuiti tradizionali e in Paesi, come la Germania, storicamente rimasti al di fuori del mercato upstream.
Chi ci sarà
Se i grandi gruppi privati americani resteranno fuori dalla porta, il summit potrà comunque contare su una partecipazione internazionale ampia. Le autorità francesi hanno annunciato la presenza di circa 120 delegazioni straniere, oltre ai rappresentanti delle principali organizzazioni internazionali, delle agenzie spaziali e dell’industria. Sul palco salirà anche Ursula von der Leyen, che il 10 settembre dedicherà per la prima volta un intervento interamente allo spazio in cui ci si attende che la presidente della Commissione possa rilanciare lo European Space Shield, uno dei quattro programmi-faro della Defence Readiness Roadmap 2030, pensato per proteggere da jamming, attacchi informatici e minacce cinetiche le infrastrutture orbitali su cui l’Europa conta di più, ovvero Galileo, Copernicus e la stessa Iris².
Sul versante extra-atlantico, ad ora sono confermate le presenze di attori come India, Giappone e Cina, a riprova di quanto il club delle potenze spaziali sia in rapido mutamento. Infatti, dopo quasi un decennio di gelo, il comitato congiunto Esa-Cnsa (l’agenzia spaziale cinese) si è riunito a Parigi a gennaio e a maggio un Vega-C ha portato in orbita (partendo dalla base di Kourou) Smile, una sonda scientifica euro-cinese per lo studio dei venti solare. In questo senso, Pechino punta a intestarsi il ruolo di partner affidabile proprio mentre Washington si arrocca sul suo quasi monopolio. D’altronde la Cina sta vivendo un vero e proprio boom del suo settore upstream, con 94 missioni nel 2025 contro le 65 del 2022, e i primi risultati sulla riutilizzabilità, dimostrati in estate con due recuperi coronati da successo. C’è anche un obiettivo più politico, ovvero presentarsi davanti alla comunità internazionale come l’alternativa a un ordine spaziale a guida americana, offrendo satelliti, lanci e stazioni di terra ai Paesi del Sud globale attraverso quella che Pechino chiama la Via della Seta spaziale. Un’apertura concreta, ma con un limite altrettanto reale rappresentato dal partenariato con Mosca, che preclude ulteriori collaborazioni sino-europee su dossier sensibili come la navigazione satellitare e le comunicazioni sicure.
I dossier europei attesi a Parigi
Oltre ai temi di più ampio respiro sulla collaborazione internazionale, ci saranno diversi elefanti squisitamente europei nelle stanze del Grand Palais. A partire dal nodo delle frequenze. Il 27 maggio Bruxelles ha riscritto le regole di accesso alla banda dei 2 GHz, l’unica armonizzata a livello Ue per i servizi mobili satellitari, in scadenza nel 2027: un terzo riservato a uso governativo, integrato con Iris², e i restanti due terzi divisi in parti uguali tra nuovi operatori europei e operatori già attivi, europei e non. Per Starlink, che ha appena acquistato per 17 miliardi di dollari le licenze di EchoStar proprio per alimentare il proprio servizio diretto ai dispositivi, significa vedersi ridurre drasticamente lo spazio di manovra nel mercato più promettente del decennio. SpaceX ha scritto alla Commissione, in un documento letto dal Financial Times, che la proposta rischia di lasciare gli europei senza servizi satellitari diretti o di creare interferenze anche per le comunicazioni d’emergenza in Ucraina. Non è nemmeno un fronte compatto dentro gli stessi palazzi di Bruxelles, con la commissaria al digitale Henna Virkkunen, più vicina agli operatori telecom, e il commissario alla Difesa Andrius Kubilius, che vorrebbe una quota di spettro dedicata a Iris², che evidentemente non la pensano allo stesso modo.
Sul fronte della futura costellazione per le comunicazioni sicure Iris², la Commissione guida il programma e l’Esa mette le competenze tecniche, ma la gestione quotidiana è affidata a SpaceRise, il consorzio privato di Ses, Eutelsat e Hispasat titolare di una concessione di dodici anni in partenariato pubblico-privato. Al contempo, il peso finanziario tra i ventisette resta tutt’altro che uniforme: la Polonia ha messo sul piatto 656 milioni, l’Ungheria 500, la Spagna tra 1,6 e 2 miliardi, a fianco dei fondi Ue ed Esa. Un programma europeo, insomma, che nei fatti resta governato da una cerchia ristretta di operatori satellitari storici e finanziato in modo disomogeneo, la cui governance appare ancora poco definita e ostaggio degli antagonismi nazionali.
C’è poi il capitolo di maggiore imbarazzo per l’Europa: i lanciatori. Oggi i vettori europei sono soltanto due ed entrambi risultano, a voler essere clementi, obsoleti. L’Ariane 6 (vettore pesante francese) è entrato in servizio a metà 2024 con oltre quattro anni di scivolamento sul calendario originario e resta completamente non riutilizzabile. Vega-C, il vettore leggero italiano, è tornato operativo solo dopo essere rimasto a terra per oltre un anno a causa di un incidente a fine 2022. Condizione non entusiasmante e confermata dai numeri: appena 8 lanci europei in tutto il 2025 contro i 181 degli Stati Uniti. Anche missioni di bandiera come Galileo, Euclid ed EarthCare hanno dovuto volare sui Falcon 9 di SpaceX perché, semplicemente, non c’era un’alternativa europea pronta in tempo.
Un flop annunciato?
Nei piani di Macron, questo summit dovrebbe rappresentare un nuovo inizio per il settore spaziale, con l’Europa (leggasi Francia) tra i suoi protagonisti. Tuttavia, l’assenza di alcuni dei principali operatori del settore, la timidezza della Nasa e il forfait di Merz sembrano aver già decretato l’irrilevanza dell’occasione. In realtà, se politicamente si parla già di un’altra débacle francese ed europea, lo stesso non si può ancora dire sul piano industriale. Quella di Parigi sarà una concentrazione importante di attori sempre più rilevanti del settore e il tema di una governance più condivisa sul piano internazionale, nonostante le opposizioni statunitensi, trova sponda in tutti quegli attori che non guardano di buon occhio le tendenze monopoliste di SpaceX e dell’amministrazione Trump. In questa ottica, oltre ai possibili annunci di von der Leyen, uno degli sviluppi da monitorare con maggiore attenzione saranno i movimenti della delegazione cinese, che potrebbe sfruttare l’assenza dei privati americani per incunearsi tra Washington e Bruxelles.














