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Dall’oro nero a quello giallo. Il doppio intreccio tra Venezuela e Usa

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Dopo aver restituito un quinto delle riserve di greggio globali al libero mercato, ora Washington e Caracas si alleano sullo sfruttamento minerario di oro. Mentre Delcy Rodriguez rivuole indietro i lingotti custoditi nella Banca d’Inghilterra

Dopo il petrolio, l’oro. Il Venezuela prosegue sulla strada dei grandi cambiamenti, dopo che la mano americana ha restituito al libero mercato un quinto delle riserve globali di greggio (tanto infatti valgono i giacimenti venezuelani), chiamando a raccolta numerose compagnie petrolifere occidentali, tra cui Eni. Un’operazione a valle della quale è arrivato il maxi accordo tra Caracas e la stessa amministrazione statunitense, per assicurare a quest’ultima fino a 65 miliardi di barili. Adesso sembra essere arrivato il turno dell’oro, ma non nero, bensì giallo.

Le autorità venezuelane hanno infatti firmato nuovi memorandum che concedono alla società di investimento Heeney Capital, con sede a New York, i diritti operativi e di esportazione per una grossa miniera d’oro venezuelana e stabiliscono, al contempo, i termini preliminari per consentire al produttore statunitense Continental Resources di cercare opportunità commerciali in una vasta area petrolifera. Washington, d’altronde, ha da tempo allargato lo spettro della sua azione ai settori dell’energia ma anche dell’estrazione mineraria, definita come prioritaria al pari del petrolio, per ricevere nuovi capitali destinati a progetti volti a rilanciare la produzione e le esportazioni di materie prime, dal metallo giallo al greggio, con particolare attenzione alle spedizioni verso gli Stati Uniti.

Heeney, nel dettaglio, sta collaborando con la società di trading di materie prime Mercuria Energy per un accordo trentennale sull’oro con Caracas, partendo da un investimento iniziale nella miniera di Choco, stimato fino a 1 miliardo di dollari. La miniera, un importante giacimento aurifero, fa parte di un complesso industriale a El Callao, nello stato Bolívar, nel sud del Venezuela. Un accordo simile, siglato all’inizio di quest’anno, aveva già garantito l’accesso agli Stati Uniti all’oro venezuelano anche a un’altra società del settore, Trafigura.

Attenzione, la partita aurea del Venezuela non è finita qui. Il primo punto su cui si sono messi d’accordo il regime venezuelano e i suoi oppositori, durante il primo giro di colloqui finito proprio questa settimana, è la necessità di farsi restituire le riserve auree custodite dalla Banca d’Inghilterra, la banca centrale britannica. Sono bloccate lì dal 2018 a causa di un contenzioso legale dei tempi di Nicolás Maduro. Le riserve ammontano a 31 tonnellate in lingotti. In questi anni il loro valore ha seguito gli del prezzo dell’oro, fino a superare i 3,4 miliardi di euro.

Il governo venezuelano ne ha grande bisogno per finanziare la ricostruzione dopo il devastante doppio terremoto di fine giugno e per provare a ristrutturare il suo gigantesco debito pubblico, stimato in oltre 200 miliardi di euro. In ogni caso Dagli anni Ottanta una quota delle riserve auree del Venezuela è conservata dalla Banca d’Inghilterra. È una pratica comune: la Banca custodisce 400mila lingotti per conto di varie istituzioni e stati stranieri, inclusa l’Italia, ed è il secondo deposito al mondo dopo la Fed.


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