Dudù La Capria nello sguardo di Pizzi, tra Ilaria Occhini e Sorrentino

È morto a Roma lo scrittore Raffaele La Capria. Nato a Napoli l’8 ottobre 1922, è stato una delle voci della letteratura italiana più rappresentative del Novecento.

“C’è la munnezza e chiamano. Ci sono le bufale e telefonano. C’è la camorra e ancora ti cercano. Mentre uno scrittore milanese non deve continuamente giustificarsi per il fatto di essere uno scrittore milanese, a uno scrittore napoletano tocca invece il compito di giustificarsi proprio di essere napoletano”, disse.

Autore di romanzi come Un giorno d’impazienza (1952), Ferito a morte (1961, premio Strega, considerato il suo capolavoro), Amore e psiche (1973), Fiori giapponesi (1979), editi da Bompiani, nel 2005 vinse con L’estro quotidiano il premio Viareggio, nel 2006 scrisse L’amorosa inchiesta (entrambi pubblicati da Mondadori, che nel 2003 aveva raccolto le sue opere in un Meridiano).

Le ultime opere furono i romanzi A cuore aperto (Mondadori 2009) e Un amore al tempo della dolce vita (Nottetempo 2009), America 1957, a sentimental journey (Nottetempo 2009), il reportage di un viaggio negli Stati Uniti del 1957, Confidenziale: lettere dagli amici (Il notes magico).

Al liceo Umberto I, i suoi compagni erano Napolitano, Ghirelli, Patroni Griffi: “Quando litigavamo, o giocavamo a calcio, dialetto stretto. Era la nostra identità ancestrale. Adesso la televisione ha creato un italiano-base grigio e banale”.

E sempre a proposito della lingua: “Il dialetto mi riscalda come una specie di copertura materna. Quando scendo a Napoli, lo vado a cercare nelle zone più popolari, tra i venditori delle bancarelle di San Gregorio Armeno. Là si vendono i presepi tutto l’anno, riescono a trasmetterti il brivido di Natale anche a primavera”.

E sempre su Napoli affermò: “Molti vanno a Napoli come se non sapessero dove vanno, pretendendo di vedere e riportare cose che si sa benissimo che non ci sono, oppure con l’intento di veder confermate e magari ingigantite quelle che si sa benissimo che ci sono. Come se, mettiamo, uno andasse nella civilissima India per trovare le cose che si trovano nella civilissima Svizzera, e poi giudicasse l’India col metro svizzero. Che viaggiatore sarebbe costui? Un viaggiatore dev’essere sempre curioso e disponibile, e dev’essere senza bagaglio, senza un’idea fissa di come dovrebbe essere il mondo ficcata nella testa (…) E che fa Napoli? È viva, è morta, passerà la nottata? Ha sette vite, come le lucertole. Ma è possibile viverci? Si vive male, ma è ‘avventurosa’, e la preferisco alle vostre ordinate piccole città, tutte malinconia e discoteca”.

Sposò in seconde nozze l’attrice Ilaria Occhini (l’unica a non chiamarlo Dudù), nipote di Giovanni Papini. Si conobbero nel 1961 durante la cerimonia dello Strega. Insieme hanno avuto la figlia Alexandra, attrice e sceneggiatrice che è stata sposata con Francesco Venditti, figlio di Antonello Venditti e Simona Izzo.

(Estratti biografici tratti dalle raccolte di Giorgio Dell’Arti – www.cinquantamila.it e www.anteprima.news)

(Foto: Umberto Pizzi-riproduzione riservata)

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