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Assad ha vinto. Almeno così dice, o almeno è quello che racconta in queste settimane. Nella necessità di serrare i ranghi in vista delle elezioni, in una campagna elettorale che di certo non vede sfidanti: il rischio non è infatti la sconfitta elettorale – si può essere praticamente certi che il 3 giugno dalle urne, uscirà il nome del presidente in carica, di nuovo –, ma di perdere quel che resta del consenso. In un paese diviso tra lealisti e opposizioni (più o meno armate), il voto presidenziale sarà un referendum su Assad.

E allora servono tutti gli strumenti che il regime ha in mano: diffusione di interviste e video che ricalcano la retorica dei ribelli insani, accusati già in passato di takfirismo (l’empietà massima), e poi manifestazioni, propaganda. Come quella inscenata domenica, dove una difficilmente-spontanea folla di manifestanti, si è radunata per le strade di Damasco per festeggiare il ritorno sotto il controllo governativo di Homs – terza città del paese, strategica quanto simbolica (viene definita la capitale della protesta), distrutta da un assedio militare durato anni, dove i ribelli hanno raggiunto un accordo con l’esercito e lasciato le postazioni.

Nell’attività di propaganda, Assad in questo momento, però può contare soprattutto – ancora – sul sostegno esterno. L’Iran in particolare: il governo di Teheran sta da qualche giorno diffondendo informazioni in merito alla vittoria dell’esercito, la guerra è finita, i ribelli sconfitti. Ieri uno degli alti notabili dell’esecutivo, Alaeddin Burujedi chairman del Comitato di sicurezza e politica estera parlamentare, ha dichiarato che la campagna militare orchestrata dagli Stati Uniti e dai paesi sunniti alleati del terrorismo radicale di al-Qaeda, è stata sopraffatta dalle forze governative siriane (le sue parole sono iniziate con un «In Siria abbiamo vinto», abbiamo, capite?). Il vice ministro degli Esteri Majid Takht-Ravanchi ha rincalzato sostenendo che «la priorità era accertare il fallimento della ribellione, e degli Stati Uniti, e ripristinare l’equilibrio in vista delle elezioni».

Non ottimo lo scenario, insomma, della stesura della bozza sull’accordo per la revisione del nucleare iraniano – che, secondo la soffiata di un negoziatore persiano riportata dal Tehran Times, sarebbe iniziata ieri a Vienna. Ma d’altronde si sa che l’Iran ha ingaggiato una guerra proxy, sostenendo il governo di Damasco, con il solo fine di arrivare ad esercitare potere nella regione e aumentare l’acredine contro i paesi sunniti del Golfo, a cominciare dall’Arabia (al di là della notizia di queste ore, che, in una distensione dei rapporti, racconta dell’invito del regno a un incontro con il governo iraniano, forse strategia proposta dal segretario alla Difesa americano Hagel, in visita ora a Riad). L’Iran non mollerà di certo a questo punto la presa sulla Siria, comunque – quando all’uomo di Teheran servono manifesti elettorali.

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Sul campo, indipendentemente da quello che si racconta nei luoghi della propaganda, la situazione vive effettivamente uno stallo: i ribelli jihadisti sono in lotta acerrima per il controllo di fette di territorio nella zona di Deir Ezzor, con Isis e al-Nusra che combattono tra loro facendo il gioco del regime, che aspetta sul bordo del fiume il corpo dei nemici – tra l’altro piovono accuse su al-Nusra, incolpata di essere responsabile della chiusura degli approvvigionamenti idrici ad Aleppo, dove la città è senz’acqua da diversi giorni. I gruppi affiliati al Free Syrian Army – quelli che qui abbiamo più volte definito i ribelli certificati – combattono invece con buoni risultati sulla zona di Khan Shikkoun (provincia di Idlib), facendo ancora mostra su Youtube dei nuovi lanciamissili Tow messi a disposizione su egida americana.

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Sempre dal campo arrivano anche nuove considerazioni sugli attacchi chimici al cloro, dei primi di aprile. Lo straordinario lavoro del giornalista del Foglio Daniele Raineri – di cui si Formiche se ne era parlato già qualche giorno fa – è stato addirittura ripreso dall’Opcw, che sta indagando su questi nuovi attacchi. Le foto scattate e postate su internet da Raineri, primo reporter ad entrare a Kfar Zita (provincia di Hama), saranno messe a referto dall’Organizzazione, sebbene i suoi ispettori non potranno recarsi direttamente in sito – Raineri aveva fornito tutte le indicazioni necessarie per raggiungere le zone degli attacchi, ma ogni missione dell’Opcw deve essere autorizzata preventivamente dal governo siriano, che di certo non avrà interessi nel concedere analisi nei suoi territori. Tanto più viste le evidenze: Eliot Higgins (aka Brown Moses, tra i massimi esperti di armi utilizzate nel conflitto siriano) ha detto che il metodo dell’utilizzo del cloro, non è assolutamente frutto di improvvisazione e ha evidenziato che l’aspetto più interessante delle fotografie di Raineri è proprio la costruzione degli ordigni – bulloni per avvitare i contenitori di cloro, tagli per permettere la rapida fuoriuscita del gas. Insieme a questi dati pubblicati dal Telegraph – che già aveva avuto conferme sull’uso del Cl2 da proprie analisi condotte su campioni di terreno sotto la supervisione di Hamish de Bretton-Gordon, ex capo dei corpi speciali inglesi, assoluto conoscitore delle armi chimiche – ci sarebbero anche i racconti dello Spiegel. La rivista tedesca ha raggiunto alcuni dei medici soccorritori, che hanno descritto i sintomi riscontrati nelle persone colpite, del tutto identificabili come quelli provocati da inalazioni di cloro. Ad ulteriore sostegno di queste prove e della tesi dell’attacco chimico (governativo), è uscito anche un lungo rapporto di denuncia da Human Right Watch.

L’alta volatilità di questo tipo di sostanza, è probabilmente l’unico motivo per cui le vittime sono rimaste in numero limitato. E la ragione per cui, a questo punto, è difficile individuare tracce di cloro nelle zone colpite – che diversamente dal sarin ormai potrebbe essere andato disperso.

@danemblog

L'Iran ha deciso: "Abbiamo vinto la guerra", in Siria

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