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Che Giovanni Paolo II sia stato un papa “geopolitico”, il “papa della globalizzazione”, si dice, nessuno può ormai negarlo, indipendentemente dalla santità alla quale verrà elevato domenica 27 aprile. Eppure tutti tendono a ricordare il suo contributo alla fine del comunismo e alla liberazione dei Paesi esteuropei dal giogo bolscevico, dimenticando il resto. Perché Karol Wojtyla, proseguendo una linea che fu in prima battuta di Paolo VI (il vero papa che apre la Chiesa alla mondialità), pose profeticamente l’attenzione su due aree del pianeta oggi, per motivi diversi, al centro dell’attenzione politica e mediatica: l’Africa saheliana e l’America Latina. La prima, oltre che per l’estrema povertà, è assurta agli onori delle cronache (nere) per essere la base di addestramento e formazione delle milizie del jihadismo legato ad Al Qaida; la seconda, in preda a cicliche crisi economiche e politiche, poco più di un anno fa ha dato alla Chiesa il primo papa “venuto dalla fine del mondo”.

IL SAHEL E L’AMERICA LATINA: NON C’È SVILUPPO SENZA DENARO

Giovanni Paolo II vi si dedicò non solo dal punto di vista spirituale, ma soprattutto, com’era suo costume, materiale e concreto. Nel 1984 venne costituita a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, la “Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel”, dedicata al contrasto della desertificazione e alla costruzione di opere idriche che potessero migliorare l’accesso all’acqua, tanto per l’irrigazione dei campi quanto per il soddisfacimento dei bisogni della popolazione, nonché a progetti di formazione in grado di inserire nel mondo del lavoro chi invece sarebbe stato destinato a una vita di “scarto”: centri per l’impiego femminile in Mauritania, centri professionali per ragazzi con problemi mentali in Ciad e così via. Nel 1992, in occasione del V centenario dell’inizio dell’evangelizzazione del continente americano, nacque invece, con sede a Bogotà, la “Fondazione Populorum Progressio per l’America Latina”, volta a sviluppare progetti di promozione integrale delle comunità di campesinos, in linea con la dottrina sociale della Chiesa. Opere di carità realizzatesi in concreto: un totale di 34 milioni di dollari stanziati dal 1993 al 2012 per oltre 3800 progetti indirizzati all’America Latina, dall’Ecuador alla Bolivia al Brasile (171 approvati nel solo 2013 sulla base di circa 2 milioni di dollari); 2845 progetti per 33 milioni di dollari dal 1999 al 2012 (131 progetti nel 2013, per una cifra che si aggira su 1,6 milioni di dollari) verso i nove Paesi del Sahel. Altro che pauperismo: senza soldi e donazioni la carità risulterebbe impossibile. Perfino per una “Chiesa povera per i poveri”, che pure in molti vorrebbero vedere addirittura in miseria.

WOJTYLA VEDEVA LONTANO

Wojtyla vedeva lontano e sapeva che la forma è sostanza, “per questo – spiega all’Ansa monsignor Giampietro Dal Toso, segretario del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, il dicastero del papa che si occupa delle emergenze umanitarie e che coordina i progetti di sviluppo delle due fondazioni e ne cura l’accompagnamento pastorale – volle costituire delle entità a carattere pontificio, ovvero che testimoniassero concretamente la presenza del papa in quelle aree del mondo”. I risultati sono talmente evidenti, prosegue il prelato, primo collaboratore del cardinale guineano Robert Sarah, presidente del medesimo Consiglio, “che le due fondazioni, oltre a realizzare progetti di carattere comunitario, quindi in collaborazione con le comunità e le Chiese locali, sono diventate strumenti di promozione del dialogo interreligioso: per esempio, i progetti destinati al Sahel hanno come principale beneficiaria la popolazione musulmana”. Non manca, tuttavia, l’occhio all’approccio antropologico cristiano, che coinvolge tutta la persona, nel suo sviluppo integrale: fisico, culturale, ma anche spirituale, perché come ha scritto lo stesso papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium “la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è l’assenza di assistenza spirituale”.

TRA CARITÀ, TESTIMONIANZA E PROFEZIA

E il filo che lega Wojtyla a Bergoglio, passando per la “transizione” ratzingeriana, non sta solo nelle opere: pesano soprattutto le parole, profetiche, che il papa polacco pronunciò ancora nel 1994. In due paragrafi centrali della lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente, scritta in preparazione del Giubileo del 2000, pone l’accento prima su quel “Deus Caritas est”, che segnerà tutto il pontificato di Benedetto XVI, e subito dopo sulla tanto citata (e altrettanto mal compresa) “opzione preferenziale per i poveri”, anticipando di fatto il leit motiv di Francesco. Chissà che non lo facciano santo anche per questo.

Carità, come Wojtyla anticipò Ratzinger e Bergoglio

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